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Corriere di Romagna: intervista a Cinzia Carnevali (raccolta da Andrea Rossini)

«Adolescenti fragili: attenzione e ascolto» Come riconoscere i segnali del disagio

«Epoca di passaggio dall’infanzia all’età adulta: inevitabilmente un momento critico Impulsività e il ritiro sociale nascondono frustrazione e il timore di non essere all’altezza»
 
 
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A volte l’immagine sbagliata di sé nasce nel gruppo di appartenenza, altre volte sono gli adulti a proiettare ansie» Negli stati di vuoto la difesa è proprio isolarsi attraverso i social: ritrarsi in un mondo virtuale per la paura di un confronto reale»

RIMINI

A fronte di mille interrogativi c'è una sola certezza: l'adolescenza è il periodo più pericoloso della vita. Lo dicono le statistiche. E per l'Organizzazione mondiale della Sanità il suicidio è addirittura la seconda causa di morte dei giovanissimi (la prima sono gli incidenti stradali). Delle circa 4mila persone che ogni anno si tolgono la vita in Italia, stando ai dati dell'Istat, il cinque per cento vede vittime ragazzi con meno di ventiquattro anni. Più di duecento vite spezzate all'anno. 

Numeri che non stupiscono gli esperti come Cinzia Carnevali, psicoanalista Spi, impegnata in progetti riguardanti i giovani. 

«Gli adolescenti sono oggetto della nostra attenzione perché affrontano un'epoca di passaggio dall'infanzia all'età adulta ed è inevitabilmente un momento critico per l'aspetto identitario».

Che cosa li rende così fragili, spesso in assenza di situazioni problematiche o di traumi profondi?

«Gli adolescenti sono spesso narcisisticamente vulnerabili e non necessariamente a causa di situazioni traumatiche gravi, ma piuttosto da contesti ambientali, relazionali, magari amplificati da una predisposizione costituzionale che li rende più fragili, più esposti alle frustrazioni. Può capitare che, indipendentemente dalle loro qualità, si sentano svalutati, rifiutati, derisi non solo dagli adulti di riferimento ma anche dal gruppo dei coetanei, sviluppando il timore di essere esclusi, e provando un dolore insopportabile che, nei più vulnerabili, porta all'introversione e all'insicurezza. Essere emarginati può provocare angoscia e depressione».

Sentimenti comuni agli adolescenti che preludono ad atteggiamenti di chiusura , altrettanto comuni. Come decifrare se si tratta di segnali preoccupanti? Quali sono i campanelli d'allarme?

«È vero che ci sono aspetti che si possono definire come comuni. Ma c'è da prestare attenzione, per esempio, all'impulsività e a forme di ritiro in se stessi. Atteggiamenti che, specie se si ripetono o persistono, evidenziano un disagio da non sottovalutare. Dietro al pugno sul muro o al rintanarsi in camera da letto anche per mangiare, si nasconde la rabbia che si vuole reprimere e un crescente senso di vuoto» 

Da cosa nasce tutto questo, anche di fronte a famiglie attente, protettive, ignare in qualche modo?

«I ragazzi hanno bisogno di spazio, di attenzione, di ascolto, di tempo per crescere e affrontare la vita che è difficile per tutti, specie per loro che non sono ancora equipaggiati. Sono tante le situazioni che portano alla sfiducia nei propri mezzi, alla sensazione di non sentirsi all'altezza, a sentirsi negativamente “diversi”. A volte l'immagine sbagliata di sé nasce nel gruppo di appartenenza. Altre volte sono gli adulti a riversare o proiettare ansie o conflittualità irrisolte nei ragazzi. La risposta è il ritirarsi in se stessi per poi esplodere in forme di aggressività in condizione di pressione». 

Come cercare di scalfire il “muro” degli adolescenti, dietro al quale si nasconde quello che lei definisce uno “stato di vuoto”?

«Con il dialogo, con l'attenzione, con l'ascolto. È necessario incoraggiarli, appoggiarli, mettersi a disposizione, a volta semplicemente sedersi al loro fianco per dire ‘Ci sono. Quando sei disponibile raccontami cosa c'è che non va, i tuoi progetti, quello che ti può piacere, ma hai paura di rivelare perché non ti senti all'altezza'. La necessità di avere attenzione è anche la necessità di interiorizzare una capacità contenitiva mentale, fare crescere la mente. Anche per non alimentare l'aggressività. Nelle situazioni di disagio è molto importante riuscire a parlare con qualcuno, se non proprio i genitori, magari con un amico, con l'insegnante, o con gli psicologi a scuola. A volte è necessario un aiuto più competente, professionale. Ignorare può diventare pericoloso». 

Quello di genitore non è un mestiere facile, specie all'epoca dei social.

«È un altro elemento. Negli stati di vuoto la difesa è proprio isolarsi attraverso i social. Ritrarsi in un mondo virtuale per la paura di un confronto reale. Sono sguarniti, hanno bisogno di relazioni, di fare esperienze. Il gruppo di coetanei è importante, ma se si sentono rifiutati o non riescono a integrarsi scatta la frustrazione. L'aggressività che ne deriva, negata, può rivolgersi verso l'interno e creare forme di inibizione e solitudine ancora più grandi.». 

Quanto la pandemia può influire sullo stato d'animo dei ragazzi, sulle loro ansie.

«Invece che romperlo, la pandemia ha aumentato l'isolamento che si trasforma in solitudine. La vita è già difficile in sé, la pandemia l'ha resa più complicata. Mette più alla prova gli adolescenti rispetto a chi ha potuto acquisire esperienze e strumenti e ha avuto la possibilità di individuare e integrare gli aspetti di sé. Dietro a ogni atto distruttivo c'è sempre una grande disperazione, anche se non si vede. Un grande vuoto e una grande solitudine. Si hanno dei bisogni: stare insieme, crescere insieme, essere solidali. Anche la scuola può aiutare a dare espressione alla voce più interna, più autentica del sé, spesso è muta. Ha bisogno, lo ripeto, appunto, di spazio, ascolto, attenzione e tempo».

intervista raccolta da Andrea Rossini

 

 

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