IL CONTROTRANSFERT IERI E OGGI

Mumbai, 28-30 settembre 2016

Si è tenuto, lo scorso mese di settembre, il congresso che le Società psicoanalitiche indiana, australiana e israeliana svolgono con cadenza biennale. A Mumbai, nella cornice dell’hotel Marine Plaza, si sono riuniti circa quaranta colleghi, realizzando un programma intenso e documentando la vitalità delle istituzioni psicoanalitiche a cui appartengono.
Nell’introduzione ai lavori, svolta da Micky Bhatia, da Noa Haas e da Jyotsna Fields, è stato posto in rilievo il valore del legame esistente entro le tre Società, cosa che consente di mantenere vivi i contatti fra colleghi appartenenti a regioni del mondo periferiche rispetto a quelle a più alta densità di psicoanalisti.
Il lavoro di Hila Degani (Tel Aviv), descrivendo i sogni di controtransfert e il loro uso nell’analisi, ha consentito di collocarli tanto in una prospettiva di esplorazione del mondo interno del paziente quanto nelle funzioni di comunicazione e di evacuazione appartenenti alla identificazione proiettiva. In un originale studio statistico, dotato di finalità qualitative, la collega ha intervistato (per tre volte nell’arco di tre mesi) otto analisti in training sul tema dei sogni relativi a pazienti e supervisori, ottenendo un nucleo di cinquanta sogni, a cui ha aggiunto il risultato del proprio lavoro clinico. La ricerca ha indicato come il sogno di controtransfert sia in grado di captare la presenza di comunicazioni inconsce fra l’analizzando e il terapeuta. Questo suggerisce che i pazienti, attraverso l’identificazione proiettiva, possono trasmettere all’inconscio dell’analista esperienze emozionali non mentalizzate. Così, i sogni dei terapeuti relativi ai pazienti hanno la capacità di trasformare le esperienze emozionali non “digerite” in significati simbolici e comprensibili, tanto da poter essere utilizzati nella comunicazione analitica. In più, questi sogni finiscono per fungere da “tela multidimensionale” capace di contenere un’ampia serie di conoscenze relative alle emozioni che sono destinate a venire in luce durante l’analisi.
Minnie Dastur (Mumbai) ha presentato una relazione dal titolo “Il controtransfert – Uno strumento sfaccettato dell’analista”. L’attenzione è stata portata sia ai singoli momenti della seduta sia allo svolgersi dell’intero processo analitico. Transfert e controtransfert appaiono come fattori “contrappuntistici” capaci di formare l’impalcatura dell’analisi. Partendo dal lavoro di Freud, numerosi autori hanno contribuito ad arricchire e a espandere l’area del controtransfert, formulando concetti come holding, mirroring, containment, reverie e giungendo, in questa ottica, a creare interpretazioni utili per favorire i processi di trasformazione psichica. Attraverso la presentazione di un caso clinico, è stato posto in luce come il controtransfert sia entrato nel lavoro analitico, consentendo a un paziente, attraversato da profonde angosce distruttive, di trovare nella seduta uno spazio sicuro in cui non solo sperimentare i propri stati mentali, ma anche recuperare parti della propria vita che egli non aveva sentito di vivere.
Michal Lapinski (Melbourne), nel suo lavoro (“Coltivazione della funzione Alfa nel campo analitico”), ha discusso alcune implicazioni dei concetti bioniani entro l’analisi, valutandone i riflessi nell’esperienza riferita ad alcuni casi clinici. Con l’introduzione della funzione alfa, Bion ha collocato la cognizione al centro del pensiero analitico, includendo in essa il pensare e il sentire, l’immaginare e l’intuire. Così, la destrutturazione di alfa sostiene vari stati di funzionamento psicotico, non confinato solo alle forme sintomatiche. Nel campo analitico, la coltivazione della funzione alfa concerne tanto il paziente quanto l’analista. Così, i pazienti con difetto di alfa trovano difficoltà a impiegare i tradizionali strumenti di pensiero e di parola in analisi: non si giovano di interpretazioni simboliche, non fanno distinzione tra fantasia e realtà e non concretizzano il transfert. Una riformulazione degli obiettivi del trattamento psicoanalitico si rende necessaria per i pazienti con questo livello di funzionamento; essi devono essere aiutati ad accrescere e a mobilizzare la loro funzione alfa, così da poter raggiungere un buon uso dell’analisi e da riuscire a imparare dall’esperienza. Un analista “senza memoria e senza desiderio” può favorire questa crescita, grazie alla propria “capacità negativa” e all’attenzione che pone ai movimenti entro il campo analitico. Nel materiale clinico, Lapinski ha posto in evidenza come l’assenza venga percepita da questo tipo di pazienti nei termini di un abisso intollerabile di incertezza, mentre il ruolo dell’analista diviene quello di restare a contatto coi “gap” dell’analizzando e di offrirgli una relazione capace di evocare esperienze primitive di contatto. Il lavoro di Bion ha contribuito a demistificare e demitologizzare il trattamento analitico, mettendo in chiaro quali siano gli ostacoli primitivi del pensiero e della crescita psichica.
Al termine della giornata, i partecipanti al congresso sono stati ospiti del console generale d’Israele a Mumbai, David Akov, che ha offerto un party preceduto dalla visione del film “The flat” (Arnon Goldfinger, 2011), co-produzione israeliano-tedesca. In esso, con tecnica documentaristica e narrazione autobiografica, il regista porta in luce l’emergere di oggetti e di memorie di famiglia, dopo la morte della nonna che le aveva conservate, vivendo per 70 anni nello stesso appartamento. Con lo stile di un detective, l’autore svela la storia negata della propria famiglia e di vari personaggi coinvolti nelle vicende del nazismo e del sionismo.
Nella giornata successiva, Nilofer Kaul (Delhi) ha presentato una relazione dal titolo “Il linguaggio narrato dell’inconscio: mimetizzazione, mascheratura, ventriloquismo”. Il lavoro ha posto in rilievo come le parti primitive della psiche trovino strategie per travestirsi. Nella relazione terapeutica, questi meccanismi di copertura possono essere riconosciuti anche dal modo in cui il paziente impiega il linguaggio. La Kaul, attraverso riferimenti letterari, ha portato alcuni esempi che indicano, nelle forme di espressione, la presenza di retrostanti livelli destrutturativi della personalità. Sono stati illustrati alcuni passaggi relativi a tre casi clinici, in cui è comparso come l’attività di nuclei psichici primordiali abbia tentato di sviare il lavoro analitico; questo è accaduto soprattutto attraverso l’esibizione di elementi emersi in seduta e individuabili nella traslazione, nei sogni e nelle associazioni. Si tratta di strategie difensive appartenenti a livelli psichici ancora indifferenziati, che rischiano di fare deviare l’analisi verso il fallimento. Un errore in cui l’analista può cadere è rappresentato dal fatto di cristallizzarsi nella sola analisi del contenuto, legata a elementi in prevalenza esteriori, cosa che può condurre a generare un falso trattamento. L’attenzione rigorosa dell’analista al proprio controtransfert appare lo strumento più adatto per individuare ed evitare la collusione fra il terapeuta e i blocchi presenti nel paziente.
La successiva relazione (“Trasformazione degli ostacoli in strumento e in interpretazione – Lavorando col controtransfert”) è stata svolta da Noga Badanes (Rishon Letzion, Israele). Il controtransfert come esperienza “spaventosa” per l’analista: questo il concetto che è stato sviluppato come incipit del lavoro. L’esperienza inconscia che trova spazio tra il paziente e l’analista impone a quest’ultimo di essere ricettivo, fino al punto di registrare intimamente le difficoltà del paziente e di pensare, nello stesso tempo, ai propri movimenti interni. Attraverso il controtransfert suscitato nel terapeuta, il paziente può recuperare e perfino “reclamare” le rappresentazioni che ha espulso, i pensieri e gli affetti “che ha dovuto soffocare”. Così, i sentimenti controtransferali finiscono per raccogliere la rappresentazione delle repressioni primitive e delle fantasie che non possono essere comunicate se non attraverso gli agiti, le massicce proiezioni, le forme di identificazione proiettiva, gli stati deliranti. Qui compare talvolta lo spavento, provato dal terapeuta di fronte a queste sensazioni. Nel caso clinico, viene indicato come per l’analista la difficoltà risieda nell’avvertire i sentimenti che attraversano il paziente e che si avviano a divenire suoi. Tutto questo lo “costringe” a restare vicino alla propria follia, alle fantasie inconsce e alle tendenze regressive, per tentare di portare a compimento un’analisi efficace.
Ha concluso la giornata la proiezione del film “Devi” (Satyajit Ray, 1960). Qui, una giovane sposa viene spinta a credere di essere una divinità, dopo un sogno del proprio suocero, in cui le sono attribuiti poteri soprannaturali. Si comprende come il processo di idealizzazione finisca per mettere il soggetto a contatto con una tragica realtà difficile da accogliere. Nel dibattito, guidato da Zarine D’Monte, è emersa la riflessione fra la continuità e la discontinuità dei livelli di pensiero, che si contrappongono lungo le diverse epoche e al cospetto degli incalzanti mutamenti sociali. Il profilo dell’India tradizionale contrasta con quello del paese arricchito dal progresso e dalla conoscenza. La rappresentazione che proviene dalle antiche radici culturali ed emotive può essere integrata con le nuove conoscenze e con lo sviluppo di un pensiero consapevole di sé e delle proprie origini.
L’ultima giornata congressuale ha visto la relazione di John Mc Clean (Sidney), dal titolo “Il bambino ovvero il sogno – Come la nostra teoria influenza ciò che noi possiamo osservare”. Il collega ha fatto riferimento al dibattito fra André Green e Daniel Stern, relativo al contrasto fra clinica e osservazione infantile entro la ricerca psicoanalitica (pubblicato a Londra nel 2000). Di fatto, egli osserva, il lavoro di molti analisti famosi (Bowlby, Ainsworth, Main, Emde, Stern, Fonagy) contrasta col metodo dell’osservazione infantile sviluppato da Esther Bick, divenuto tappa formativa in molti centri di training e affine al setting psicoanalitico. Green si è chiesto se, nel nostro pensiero, venga privilegiata l’osservazione concreta del bambino o l’analisi dei sogni e ha sottolineato il valore del sogno come aspetto privilegiato dell’analisi. Tra i sogni, egli includeva tanto l’esperienza onirica quanto il sogno manifesto attraverso il transfert e il gioco. Stern, più diplomaticamente, ha ammesso che i risultati delle ricerche sul bambino non sono direttamente rilevanti per la psicoanalisi, ma risultano utili per generare ipotesi sul lavoro analitico. Mc Clean fa riferimento al film “Lo sguardo di Ulisse” (regia di Theo Angelopulos, sceneggiatura di Tonino Guerra, 1995). La trama narra la storia di un regista greco in esilio, che torna a casa e viaggia attraverso i Balcani per rintracciare tre bobine cinematografiche non sviluppate, realizzate da due registi famosi (i fratelli Manakis). Seguito dalla domanda: “Che cosa sto cercando?” il protagonista, come un Ulisse moderno, attraversa i Balcani segnati dalla guerra civile e assiste alla disintegrazione della Jugoslavia. Arriva infine a Sarajevo, ormai distrutta. Qui trova le bobine conservate da un vecchio proiezionista. I due sviluppano le pellicole e sorridono. Noi non vediamo che cosa contengono. Perché, allora, hanno sorriso? Per il successo della ricerca? Per ciò che vedono? O perché, dopo tutto, non compare niente? Non lo sappiamo. Il finale del film presenta l’immersione del protagonista, entro una fitta nebbia, negli orrori della guerra. Il terrore della distruzione non può essere rappresentato da nessuna pellicola, solo evocato da uno schermo bianco e accompagnato da rumori. Il film sembra richiamare i temi del dibattito fra teoria e ricerca psicoanalitica. Stern riteneva che molte cose possono essere documentate sullo sviluppo infantile. Green, invece, potrebbe sostenere che ci sono alcuni aspetti dell’infanzia non riproducibili “sulla pellicola”, come, per esempio, parti vitali della psiche e dell’esperienza analitica. Nella parte finale della relazione, Mc Clean ha presentato un caso clinico, in cui si fanno evidenti nel terapeuta le sensazioni di annientamento e di paralisi. Come il protagonista del film lungo le strade di Sarajevo, l’analista si è sentito a contatto col proprio bambino interno spaventato. Nel transfert della paziente, ha potuto avvertire qualcosa di primitivo che non era mai stato precedentemente messo in parola. Questo sembra illustrare un concetto di Green, cioè che la mente psicoanalitica è essenziale nel lavoro col paziente; questo è assai differente da ciò che noi possiamo elaborare quando studiamo teoricamente lo sviluppo infantile.
Il lavoro di quattro gruppi sulla presentazione di altrettanti casi clinici ha costituito l’ultima attività del congresso. Il saluto, durante la cena finale, ha contenuto la speranza e il desiderio di rivedersi al prossimo convegno in India.

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