convegno

Per fare un prato occorrono un trifoglio e un’ape,
un trifoglio e un’ape,
e il sogno.
Basta il sogno, se le api sono poche.
(E. Dickinson
To make a praire)

Il 22 e 23 novembre, a Milano, si è svolto l’VIII Convegno Nazionale dedicato al lavoro psicoanalitico con bambini e adolescenti. 

Due giornate in cui la comunità analitica si è raccolta attorno a un movimento di pensiero che interroga il nostro tempo: come le nuove prospettive teoriche e cliniche stiano modificando il nostro modo di ascoltare, comprendere e curare.

Ronny Jaffé ha aperto i lavori delineando le direttrici principali di questa trasformazione. Le scoperte scientifiche, insieme ai mutamenti sociali e culturali, sembrano infatti spingere – talvolta persino scuotere – il nostro assetto interno di analisti, chiamati a ridefinire strumenti e sguardi sul mondo interno dei bambini e degli adolescenti. Ci si è soffermati sulle più recenti conoscenze riguardanti lo sviluppo del feto e la vita prenatale, sull’unità madre-bambino e sui rischi che emergono quando il processo di integrazione tra corpo e mente si interrompe o collassa. Parallelamente, le nuove configurazioni familiari ci invitano a riconsiderare il concetto di Edipo e il complesso fraterno, aprendo domande che toccano le strutture profonde della nostra teoria. Il lavoro clinico, oggi, si svolge sempre più spesso in setting allargati: gruppi, spazi multifamiliari, dispositivi che interrogano la forma stessa della relazione analitica. Tutto ciò produce inevitabili ricadute nella stanza d’analisi, dove il legame tra analista e paziente si modella in modi nuovi, a volte inattesi.

Non si può poi ignorare la presenza, ormai ineludibile, del mondo virtuale. Nella relazione madre-bambino esso introduce una mediazione costante che modifica l’esperienza di contenimento: talvolta il virtuale si offre come una madre-ambiente onnipotente, dispensatore di soluzioni immediate; altre volte come una matrigna che amplifica angosce persecutorie e sensazioni di incapacità. Per gli adolescenti il virtuale diventa spesso un involucro sostitutivo: riempie vuoti, lenisce solitudini, alimenta eccitazioni pornografiche o distruttive, fino a sfilare silenziosamente il posto dell’analisi, là dove il giovane potrebbe invece ritrovare i propri sogni e una pelle psichica capace di segnare il confine tra sé e l’altro. Diventa allora essenziale collegare l’irrompere della pubertà e le nuove identità di genere alle radici infantili e alle antiche confusioni identitarie che vi abitano.

L’analista di oggi è chiamato a navigare controcorrente, in un’epoca dominata dall’istantaneità e dalla rapidità. A difendere il tempo lento dell’ascolto, la complessità dei legami e la fragilità dell’umano che ogni bambino e ogni adolescente ci consegna.

Le trasformazioni della clinica ci invitano a tornare sulla tecnica, a interrogarla con occhi nuovi. L’evoluzione psichica e culturale del nostro tempo ci ricorda che anche noi analisti siamo parte di questo movimento: non solo osservatori, ma depositari – e talvolta veicoli – del cambiamento. Vigna Taglianti ha posto l’accento proprio su questo punto: le trasformazioni teorico-cliniche non sono semplici aggiornamenti del pensiero, ma vere e proprie lenti che determinano ciò che vediamo, ciò che riconosciamo, ciò che riteniamo curabile. Avere un modello d’interpretazione della realtà significa compiere scelte cliniche che portano con sé conseguenze profonde. La storia della malaria nel Cinquecento è emblematica: si credeva che la malattia fosse generata dai miasmi delle paludi, e non ancora dalle zanzare. Si piantarono pini marittimi per bonificare l’aria, convinti di intervenire sulla causa. Così accade anche nel nostro lavoro: ogni modello teorico orienta il nostro gesto, guida il modo in cui entriamo nella stanza d’analisi, i territori che vediamo e quelli che rischiamo di non vedere. Oggi, per esempio, i disturbi dello spettro autistico vengono sempre più pensati all’interno di una matrice biologica e intersoggettiva particolarmente fragile. Questo spostamento di prospettiva ci porta a considerare l’autismo non più come una “fortezza vuota”, impermeabile al mondo, ma come una “debolezza piena”, un nucleo sensibile e vulnerabile che cerca un contatto possibile, un modo sostenibile di essere con l’altro.

Amedeo Falci propone poi un lavoro dedicato ai modelli di sviluppo della mente infantile, aprendo con un aneddoto che illumina il nucleo della questione. Un bambino, intento a tuffarsi senza sosta nonostante il rischio, dice alla madre: «Lo so che è pericoloso, mamma, ma lo faccio per la scienza!». Sono tuffi arditi, certo, ma forse quel bambino – come lo scienziato – sta esplorando gli “esperimenti vivi” del suo desiderio: mettersi alla prova, sfidare il limite, cogliere il nesso segreto tra scienza, avventura e rischio. Falci ci invita allora a una domanda che riguarda anche noi analisti: possiamo, come il bambino, conservare abbastanza vitalità infantile e audacia adolescenziale da rischiare a nostra volta il tuffo? Possiamo lasciarci attrarre dal piacere di nuove scoperte sulla mente, senza temere l’incertezza che le accompagna?

Le ricerche sullo sviluppo della mente disegnano oggi un arcipelago vasto, mobile, attraversato da approcci differenti. In questo orizzonte Falci distingue con cura tra ciò che è “primario” e ciò che è “primitivo”. Il primitivo, nella storia dell’infans, non è un territorio grezzo o indifferenziato: rappresenta piuttosto gli stadi iniziali dello sviluppo, e la domanda che emerge è se il bambino così piccolo sia davvero “primitivo” come un tempo si pensava. Gli studi più recenti mostrano invece che quel primitivo è altamente specializzato, fatto di fasi anticipatorie di processi evolutivi complessi: veri momenti precocious, direbbe Winnicott (1957).

La ricerca evolutiva, fondata su solide basi empiriche, conferma questa continuità tra vita intrauterina e prima infanzia, già intuita da Freud (1925). Le osservazioni di Alessandra Piontelli rivelano l’esistenza di un autentico “gioco fetale”: già a 24 settimane il feto compie movimenti vitali che anticipano forme di gioco, come nel modo in cui succhia – il pollice, forse, o altro che incontra la bocca. Il feto non è un organismo inerte, ridotto alla logica della scarica motoria. Negli studi di Castiello, per esempio, si osserva come a 14 settimane nei gemelli le braccia si muovano in modo diverso a seconda che il gesto sia diretto verso il proprio corpo o verso quello del gemello. Già al sesto mese si può parlare di una motricità elevata, interconnessa, dotata di una prima competenza esplorativa. Esiste un sensus sui e allo stesso tempo un sensus alteri, configurazioni prenatali precocissime che appartengono a quell’aspettativa innata del feto: l’attesa di un mondo che lo accoglierà, di un ambiente in cui potrà continuare a sentire, a giocare, a desiderare una forma di unità prima con il proprio habitat fetale e poi, gradualmente, con la madre. Il feto è immerso nel rumore ritmico del corpo materno. In questo mondo originario, esso è già sensibile alle qualità uniche della voce materna: alla sua lingua, alla sua prosodia, alla musicalità affettiva che la distingue da ogni altra. Non è un essere primitivo, chiuso e isolato nella sua presunta bozza, ma un organismo già strutturato, predisposto alla relazione. Falci ci ricorda che la madre, il feto e poi il neonato non possono essere pensati come entità separate: non esiste una mente primitiva in senso assoluto. Nascere significa entrare in un processo già iniziato, “nasciamo già cominciati”, già rivolti verso la madre e l’ambiente che ci accoglie. Il neonato arriva così in un ambiente ereditato, carico di tracce che precedono la memoria cosciente. Queste impronte emozionali pre-mnestiche – il timbro della voce materna, la sua velocità, la sua musicalità, il colore affettivo che porta – contribuiscono a formare quella memoria inconscia implicita di cui parla Mancia (2004). Una memoria senza parole ma già operante, che intreccia fin dall’inizio corpo, relazione e psiche.

A partire da questo humus originario, la vita post-natale prende forma attraverso gesti che sembrano semplici ma che fondano la nascita psichica. Subito dopo la nascita emerge un’attività imitativa spontanea delle espressioni facciali emozionali degli adulti: un dialogo silenzioso fatto di micro-movimenti che si rispondono e che inaugurano la preoccupazione materna primaria. Il mentale non è mai separato dal corpo: passa attraverso il corpo, si radica nel corpo, in un processo di embodiment che prende forma attraverso turni conversazionali primordiali – un making-turn fatto di scambi intercorporei, intervocali e intersoggettivi. È una piccola danza ritmica che alterna attese, pause, intensità e distensione. Nel volto dell’altro compare un primo mirroring e il bambino intravede un riflesso possibile di sé. Da questi scambi embrionali nasceranno progressivamente forme più simboliche di rappresentazione, sia del Sé sia dell’oggetto.

Naturalmente, in questo tessuto primario possono verificarsi rotture traumatiche. Ma, come ricordano Beebe e Lachmann, ogni rottura contiene in sé una possibile riparazione. Se il sistema diadico mantiene un sufficiente grado di elasticità – garantito dalla continuità dell’interazione e dall’affidabilità dell’accudimento – anche le esperienze più caotiche possono trovare un nuovo senso, evitando che il neonato venga travolto dall’angoscia.

È qui che si colloca il ruolo trasformativo della madre. Il bambino è immerso in un raw experience: un rumore di fondo grezzo, non organizzato, che chiede di essere trasformato. La reverie materna intercetta questo materiale indifferenziato, lo modella, lo rende pensabile e comunicabile. Nell’atto di restituirlo trasformato, la madre fa sentire al bambino che la sua esperienza può essere condivisa, compresa e contenuta.

Ludovica Grassi sottolinea come, prima ancora dello sviluppo del sistema visivo, sia il sistema sonoro a costituirsi come primo canale di contatto tra feto e madre. Si chiede quali connessioni possano crearsi in assenza di connessioni neurali mature. Così come la placenta regola la vita intrauterina, anche la qualità del sentire e dello stare materni offre al feto una prima tolleranza alla frustrazione e all’assenza. Il pensiero di Grassi si poggia sulle osservazioni di Ajuriaguerra, che introduce il concetto di “dialogo tonico” tra madre e bambino: un linguaggio fatto di ritmo, tensioni, posture e micro-variazioni che fondano una comunicazione precoce. Suono, ritmo e pulsazioni sono impregnati di emozioni e di una sessualità primaria che tiene insieme madre e feto. Gli studi di Suzanne Maiello sull’oggetto sonoro mostrano come nuclei di esperienze ritmico-sonore restino attivi come reminiscenze affettive profonde: matrici che accompagneranno il bambino nella costruzione dei suoi futuri legami. Fondamentale è anche l’esperienza del vuoto, dell’attesa: nella pausa, la musica non è finita… la musica continua.

Infine, Marco La Scala, partendo dallo studio dei riflessi automatici, riprende il concetto di pittogramma di Piera Aulagnier per ricordare quanto sia essenziale riconoscere il ruolo dell’oggetto accanto a quello della pulsione. Il legame primario nasce nello scambio continuo tra interno ed esterno: una traccia originaria che anticipa la possibilità stessa di rappresentare e che iscrive il bambino fin dal principio in un campo relazionale vivo, pulsante e trasformativo.

Da qui la domanda che sorge quasi spontanea: è possibile che ci sia un continuum tra madre-feto-bambino e analista-setting-paziente?

Che il dispositivo gravidanza e il dispositivo analitico condividano una medesima radice: un luogo di attraversamento, trasformazione e nascita?

La domenica mattina si è aperta con una relazione ampia e intensa di Irene Ruggiero sul corpo adolescente come frontiera del pensabile. Dopo aver attraversato, il giorno precedente, le prime forme della vita psichica, ci si è trovati davanti a un’altra soglia: quella dell’adolescenza, dove il corpo torna a essere luogo di nascita, terreno incerto e carico di possibilità.

Ruggiero si è concentrata su un aspetto delicato del controtransfert dell’analista nei confronti degli adolescenti transgender, ipotizzando la necessità di una scissione interna: da un lato una parte identitaria dell’analista che rimane stabile, dall’altro una parte che si lascia accompagnare, trasformare, modulare dal movimento di transizione del paziente. È un doppio gesto dell’Io analitico, una radice che resta e un ramo che si piega: un ascolto capace insieme di tenere e di seguire.

Il fine del lavoro, sottolinea Ruggiero, è sostenere la nascita di una rappresentazione soggettiva di sé, non predefinita né imposta, ma sentita dall’interno, capace di includere la complessità e il movimento dell’esperienza.

La discussione di Laura Colombi ha portato l’attenzione sulla ridefinizione dello spazio-tempo della seduta in relazione a questa fluidità identitaria; mentre Anna Nicolò ha introdotto un’immagine suggestiva che dialoga con il tema della metamorfosi: un’identità-riforma, espansa orizzontalmente e fondativa come l’acqua, che sembra affiancarsi e talvolta sostituirsi alla più tradizionale identità-albero, verticale e radicata nella terra. Un modo per pensare l’adolescente contemporaneo non come un tronco da fortificare, ma come un organismo che si adatta, si allarga, oscilla, cercando un proprio equilibrio.

Infine, il commento di Patrizia Paiola si è aperto con una metafora winnicottiana della crisalide: non come difesa, ma come fase evolutiva necessaria, un ritiro che prepara la trasformazione. Da qui il richiamo all’importanza, per l’analista, di sopravvivere agli elementi distruttivi del paziente – come nell’uso dell’oggetto di Winnicott – affinché il giovane possa sperimentare la propria forza generativa senza frantumarsi o smarrirsi.

Bibliografia
Ajuriaguerra, J. (1964). La psicoanalisi del bambino. Milano: Feltrinelli.
Aulagnier, P. (1975). La violence de l'interprétation. Paris: Presses Universitaires de France.
Beebe, B., & Lachmann, F. (1988). The contribution of mother-infant mutual influence to the origins of self and object representations. Psychoanalytic Psychology, 5(4), 305–337.
Falci, A. (2015). Lo sviluppo della mente infantile: tra primario e primitivo. Roma: Borla.
Grassi, L. (2019). La funzione sonora nel rapporto madre-feto. Milano: FrancoAngeli.
Maiello, S. (2002). L’oggetto sonoro: esperienze ritmico-sonore e legami affettivi. Torino: Bollati Boringhieri.
Mancia, M. (2004). Il corpo e la memoria implicita: tracce pre-mnestiche. Roma: Astrolabio.
Piontelli, A. (2001). Osservare il feto: dallo sviluppo prenatale alle prime interazioni. Milano: Cortina.
Vigna Taglianti, F. (2010). Trasformazioni teorico-cliniche in psicoanalisi: nuovi sguardi sull’infanzia e l’adolescenza. Bologna: Il Mulino.
Winnicott, D. W. (1957). Preoccupazione materna primaria. In D. W. Winnicott, Dalla pediatria alla psicoanalisi (pp. 300‑305). Londra: Tavistock.

Annamaria Pietrocola
con la collaborazione di Simona Pesce

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