perturbante

Lo scorso 11 e 12 Giugno sono ripresi a Napoli gli incontri scientifici tra due importanti società psicoanalitiche: la SPP e la SPI. Per far ciò si è dovuto attendere un periodo di latenza di dieci anni. Iniziati negli anni 90, per volere dei presidenti di allora, gli incontri tra questi due paesi avevano lo scopo di mettere a confronto le differenti esperienze di pratica clinica partendo da un tema metapsicologico. Il tema di questo XVI Colloquio è stato: Le Declinazioni del Perturbante.
Vorrei aprire il resoconto del colloquio riportando due osservazioni. La prima viene all’apertura dei lavori fatta da Sarantis Thanopulos e si riferisce al pericolo di assuefarsi al Perturbante, l’angoscia dell’essere vivi ci può esporre all’invasione dell’indifferenziato e dell’inerte in un contrasto del morto-vivente o dell’automa che riporta al Perturbante. Per Thanopulos la questione del Perturbante ha a che fare con l’impossibilità di completare il processo del lutto, è il debito che abbiamo verso i morti. La seconda osservazione che riporto arriva alla chiusura dei lavori, durante la discussione che segue la ricca tavola rotonda della domenica mattina. E’ Lucio Russo a dirci che il Perturbante è un’area a-concettuale, che dobbiamo guardare come a un aspetto dell’indifferenziato, e che possiamo definire principalmente come esperienza vissuta. Ho scelto di riportare brevemente queste due osservazioni per far sentire l’ampiezza della riflessione in cui ci si è impegnati in questo convegno ben riuscito e ben organizzato.
L’immagine che ha presentato il colloquio, tratta da un’opera del pittore Gustavo Bolbrini contemporaneo di Proust, mostra una figura di spalle e ci porta dentro al Perturbante nel suo binomio dello “svelare” e all’opposto del “velare”, così caro alla cura psicoanalitica. La cura deve poter proteggere il velare, deve poter coprire qualcosa del familiare ancora poco accettabile e trasformabile prima ancora di svelarlo.
La mattina di sabato è stata composta da due relazioni principali.
La prima relazione è stata presentata da Martine Pichon-Damesin che ci ha letto un lavoro teorico-clinico dal titolo “Il tempo del Perturbante. Il doppio gioco di Adèle.” A partire dalla stimolante citazione dello scrittore Romain Gary: “Io mi sono sempre stato un altro” (Gary, 1930, p.30) la Pichon-Damesin riflette sul tentativo dell’essere umano di gestire la parte “nota della propria soggettività” pur intravedendo tutte le possibilità di perdere tale sicurezza e di avvicinarsi all’estraneo che è contenuto nel Sé. Ricordandoci come lo scritto “Il perturbante” sia già in Freud all’interno della riflessione teorica tra narcisismo (1914) e pulsione di morte, è scritto nello stesso periodo di Al di là del principio del piacere (1920), e come faccia parte dell’elaborazione delle due teorie pulsionali, l’autrice riflette sulla doppia faccia di questa esperienza, sia dalla parte del lutto dell’oggetto primario che della parte della rimozione e del ritorno del rimosso. Attraverso un momento di estraneità condivisa, che si attualizza nella dinamica transfero-controtransferale l’autrice mostra l’esperienza del Perturbante che, per usare le stesse parole di Freud, “sarebbe propriamente sempre qualcosa in cui non ci si raccapezza” (1919, p.83). E’ grazie a quest’angoscia condivisa che si rimette in moto una conoscenza che apre nuove strade nella vicenda analitica.
Andrea Baldassarro con acume richiama nel suo commento il gioco di parole insito nel titolo dell’autrice francese: “Le double (je)u d’Adèle” in cui “Je e jeu”, l’ “io e il gioco” accennano all’esistenza del doppio. Il commento sottolinea quanto la presentazione clinica di Martine Pichon-Damesin mostri l’instabile confine tra ciò che conosciamo, che è noto, e ciò che è invece sconosciuto. Riprendendo la citazione dello scrittore lituano naturalizzato francese Gary, Baldassarro parla della condizione di estraneità a sé stessi, e riprende un aspetto teorico importante del lavoro dell’autrice francese che accosta il Perturbante ai fenomeni della ripetizione. Secondo i versi di Verlaine, che de M’Uzan riprende nel noto lavoro “Le même et l’identique” (1970), la ripetizione non è “né del tutto la stessa, né del tutto un’altra”. Ancora Baldassarro legge la vicenda clinica di Adèle come un esempio del lavoro analitico che, anche grazie al Perturbante, deve stare dalla parte di Eros e della creazione di legami proprio in quell’area dell’esperienza che può avere a che fare con la pulsione di morte come tentativo di annullamento delle spinte libidiche del soggetto.
La seconda relazione della mattina, “La familiare estraneità del doppio” di Lucio Russo, viene commentata da un testo di Bernard Chervet: “Il perturbante: quando il lutto non elaborato dell’altro tormenta l’Io”. Già nelle prime righe del suo lavoro Russo ci porta al centro della ricerca freudiana, riferendosi al testo L’Inconscio del 1915, in cui Freud giustifica la scoperta dell’inconscio come un’esperienza etica, esperienza che consente al soggetto di superare la propria resistenza narcisistica a riconoscere l’estraneo dentro di sé. L’argomentazione dialettica con cui Freud raggiunge questa idea si appoggia all’identificazione. L’identificazione, ci ricorda Russo, permette al soggetto di riconoscere che la coscienza altrui esiste come la propria, tutto però si complica quando si tratta dell’estraneo dentro di sé. Le resistenze quindi sono forme di difese che l’Io mette in opera conto la scoperta dell’estraneo. Un ottimo inizio, come si può ben intuire, che lascia il passo alla parte centrale dell’ipotesi originale di Russo sull’esistenza, nel corso della formazione dell’Io, di due versioni antagoniste del doppio. Un doppio strutturante e un doppio destrutturante. Mentre il fenomeno del doppio strutturante è “a metà strada tra la difesa narcisistica dell’io, che rimuove e scinde da sé, estraniandolo, il familiare spiacevole, e il riconoscimento dell’estraneo dentro di sé”. Il doppio destrutturante è un doppio rivale, “la relazione tra l’Io e il doppio è dominata dalla violenza, dal desiderio di appropriazione o dall’impulso di espulsione”. In queste situazioni l’alter ego diventa estraneo e nemico e si produce una fissazione al trauma e l’intolleranza e il rigetto dell’altro da sé. Bernard Chervet commenta il lavoro di Russo affermando che il Perturbante partecipa alla riflessione sul destino umano perché tratta del lutto non elaborato dell’oggetto che arriva a ossessionare l’Io. Lo statuto del doppio è chiarito da Chervet che lo definisce una formazione psichica in après-coup che vorrebbe garantire la durata di un momento vissuto nella prima infanzia. La dinamica tra doppio strutturante e destrutturante è a suo avviso legata alle esperienze del vacillamento identitario, quando il soggetto si confronta con le tendenze mortifere, attraverso la sensazione di scomparire a se stessi. “Quando il doppio strutturante non riesce a svolgere la sua missione di contrasto di tali spinte mortifere si costruisce un altro doppio destrutturante che si fa carico delle esperienze di morbosità e di malvagità”.
La complessità dei temi presentati la mattina è stata ripresa nei quattro gruppi di lavoro del pomeriggio. Nel primo gruppo Luca Bruno ha parlato dell’esperienza clinica delle prime fasi del lutto di una paziente in cui con il Perturbante è riferibile al materno arcaico e edipico.
Nel secondo gruppo Virginia De Micco ha mostrato alcuni aspetti del Perturbante nel sociale con una riflessione sulla contemporaneità dell’esperienza migratoria che, a suo avviso, è centrata sull’esperienza dell’area primordiale del doppio. De Micco fa riferimento al concetto di doppio culturale di Tobie Nathan e porta un’esperienza clinica che affronta il tema del Perturbante nella lingua. Nel terzo gruppo Stèphanie Starch Müller ha presentato una dettagliata descrizione clinica in cui il Perturbante è legato a un lutto bloccato. Ed infine nel quarto gruppo Dinah Rosenberg ha mostrato l’inizio di un lavoro analitico mostrando come in questo caso il Perturbante si sia associato all’invasione del pensiero magico e dell’azione di una rappresentazione rimossa tanto da far vacillare l’esame di realtà del soggetto.
Domenica mattina i due presidente delle Società di Parigi e della Società Italiana hanno ripreso i temi della precedente giornata. Chiara Rosso ha poi concluso il convegno con un caldo sguardo d’insieme delineando proprio quattro modalità-possibilità di sguardo. Ha parlato di un primo sguardo accecante, che distorce, e che fa credere di veder qualcosa che effettivamente non è, avvicinandosi a esperire il Perturbante. Un secondo tipo di sguardo è invece lo sguardo doppio. Qui Rosso riprende i due lavori della seconda parte del sabato mattina riferendosi alla dialettica tra la possibilità di avere un dialogo riuscito con sé stessi, che integra l’interiorità con l’alterità nel doppio strutturante, o all’opposto di rapportarsi con un doppio destrutturante in cui lo sguardo si duplica in un doppio che è il simulacro di noi stessi.
Il terzo tipo di sguardo è disorientato e si ricollega alla necessità di sfumare i punti di riferimento come il Perturbante ci porta a vivere transitoriamente. E in ultimo è con una riflessione sullo sguardo listato a lutto che, con le parole di Racamier a lei caro, Chiara Rosso ci rammenta che per trovare l’oggetto bisogna accettare di perderlo. Ed infine sottolinea che l’associazione perturbante/lutto ha attraversato tutto il colloquio e in particolare gli atelier: “che sia relativo all’emergere dell’imago materna che si intreccia al difficile lutto della paziente nel caso di Bruno o sotto forma di spunti omicidi che perturbano la filiazione nel caso di Dinah Rosenberg o ancora che il corpo sia il luogo di lutti non fatti (Stéphanie Starck-Muller) per non parlare del doppio culturale e dei suoi aspetti inquietanti nella difficile coesistenza tra culture diverse come nell’atelier di Virginia De Micco”. Quindi a ciascuno il suo Perturbante.
Si può certamente dire che in questo colloquio le due lingue psicoanalitiche siano riuscite a dialogare tra loro creando già attese per il prossimo incontro. 

 

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