Centro Psicoanalitico di Bologna              21 febbraio 2014

Sabato 21 febbraio si è tenuto il secondo incontro del ciclo di seminari sul tema I luoghi della violenza aperti  ad esterni, della sezione dedicata agli operatori che lavorano con l’infanzia e l’adolescenza.

Daniele Biondo, psicologo e psicoanalista, con il suo lavoro Violenza nel rapporto tra le generazioni ci porta a pensare alla violenza in adolescenza come espressione epifenomenica di una rottura interna con la propria genìa, di lacerazione di quella continuità intergenerazionale (rapporto con i genitori e gli adulti) che determina il sentirsi parte di una catena transgenerazionale. E’ una lettura che permette di tenere insieme il dolore del figlio che non può compiere quel lavoro creativo d’ invenzione del Sé e di soggettivizzazione, sentendosi erede di un lascito affettivo e culturale delle generazioni che lo hanno preceduto nonché anticipatore di quelle che lo seguiranno, con il dolore dei genitori, che si confrontano con il fallimento del proprio compito di trasmissione di codici familiari; genitori che stentano a riconoscere nella violenza del figlio “un SOS disperato, lanciato in un momento di emergenza evolutiva”, per parafrasare le parole di Violet Pietrantonio, psicoanalista del Centro Psicoanalitico di Bologna, che ha introdotto il relatore.

Attraverso un’articolata riflessione metapsicologica Biondo, non solo ci introduce al suo lavoro clinico, ma ci spiega come la “sofferenza adolescenziale della società ipermoderna (quella per cui siamo sempre più soli sia pur con l’ausilio di protesi tecnologiche sempre più sofisticate) “si presenti sempre più nelle diverse forme della violenza e delle condotte agite a causa di una forma d’imbarbarimento sociale, caratterizzato soprattutto dalla frattura generazionale e dalla ‘maleducazione generalizzata’. Quest’ultima è intesa come disinvestimento affettivo delle relazioni familiari, che produce una diffusa incapacità di convivenza, di solidarietà, di limiti, di regole condivise e di affettività regolata”. Parafrasando un ‘opera di Freud, Biondo parla di  disagio della in-civiltà. “Con un gesto solo, criminale o violento, l’adolescente può esprimere il desiderio e la fantasia di diventare improvvisamente adulto, senza dover realizzare quel lungo e faticoso percorso di elaborazione del lutto degli oggetti infantili interni.

Oltre ad illuminare il faticoso processo trasformativo nel lavoro con adolescenti difficili nella stanza di analisi, la prospettiva del relatore permette anche di gettare uno sguardo più ampio sui possibili interventi operabili nel sociale, per affrontare processi di disumanizzazione diffusi nel mondo dei ragazzi. Ne è scaturito un dibattito molto partecipato con la platea, interessata alle iniziative nel sociale su cui il relatore è impegnato da molti anni. Daniele Biondo, oltre a svolgere un’attività scientifica (Capo Redattore della rivista Adolescenza e Psicoanalisi) e formativa (docente di diverse scuole di formazioni in psicoterapia dell’adolescente e Responsabile del training in bambini e adolescenti del Centro Psicoanalitico Romano), è Presidente del Centro Alfredo Rampi Onlus e Direttore del Centro di Aggregazione Giovanile del Municipio 5 di Roma. Nella sua esperienza ventennale nel sociale i centri di aggregazione giovanile organizzati in senso psicoanalitico, diventano luoghi dove promuovere processi di crescita e finanche avvicinare adolescenti antisociali all’esperienza analitica.

Attraverso il materiale clinico il relatore descrive, con un’attenzione particolare alle specificità tecniche, come in stanza di analisi l’adolescente può ridare senso, attraverso una relazione affettiva profonda, alla sua azione violenta e gradualmente riconquistare una figurazione di ciò che per lui spesso è impensabile, figurazione che deve essere tentata prima ancora dall’adulto (analista) perché possa essere raggiunta dall’adolescente. Per svolgere questo processo gestativo, l’analista deve essere capace di stazionare a lungo con il dolore connesso con la frattura interna intrapsichica ed intergenerazionale dell’adolescente violento, senza evitarlo o difendersi, in altri termini soffrire bionianamente il dolore dei suoi pazienti.  Solo così si può ricucire la relazione di questi ragazzi con gli adulti dai quali si sono sentiti misconosciuti e lasciati soli, senza oggetti amorevoli interni che li sostenessero nel processo di crescita,  e quindi ridare loro speranza di farcela.

La discussione successiva che ne è scaturita ha avuto risvolti teorico-tecnici: a catalizzare il dibattito una serie di interventi che hanno cercato di problematizzare quanto  nella relazione analitica con adolescenti sia possibile utilizzare la rêverie sull’infantile o trasformare in sogno contenuti arcaici evocati nella mente dell’analista dagli agiti o dalle allucinazioni del paziente. Un richiamo importante del relatore è stato quello di ribadire la centralità nel trattamento di adolescenti violenti di lavorare sul senso del ‘limite e del lecito’ e di utilizzare mediatori culturali (canzoni, poesie, film, fumetti, libri ecc.), ‘tramiti di ri-civilizzazione della relazione’.

 

 

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