“Tra i dedali di Kyoto sorge Nakagyo Kokoro, una clinica speciale per chi ha smarrito se stesso… dove a ogni paziente si prescrive un gatto”. Si presenta così nella sinossi la vicenda (apparentemente) strampalata dei personaggi umani e dei gatti che si avvicendano nella strana clinica.

Clinica che non è reclamizzata né ha indicazioni sul come farsi trovare se non nel passaparola di chi già ci andò, soltanto chi ha bisogno, e nel momento opportuno, può trovarla in fondo a un vicolo buio e stretto, in un palazzo dall’atmosfera inquietante.

Con mano lieve come le zampine dei gatti, con delicatezza e humor si dipanano le storie dal potere rassicurante che scaldano il cuore e commuovono chi ama gli animali e ne apprezza la vicinanza, ma se solleviamo il velo della metafora ritroviamo che sono i grandi temi del mondo interno a venire alla luce, i dolori, i conflitti, la capacità di riparazione, assieme alla difficoltà nel confrontarsi con le relazioni.

Proverò solo a stuzzicare la voglia di leggere questo delizioso libro, perché credo che le metafore, come la “clinica” del racconto, possano essere trovate e parlino al cuore di ciascuno in momenti precisi e quando servono.

Chi entra nella clinica, dopo aver spinto con tutte le sue forze il pesante portone (delle difese disfunzionali?) viene accolto dall’infermiera Chitose, la cui bellezza si apprezza solo dopo un secondo sguardo, per primo se ne coglie l’aspetto severo. Chitose è un nome giapponese che si usa come un augurio di speranza e buona fortuna e che nell’etimologia, guarda un po’, ha a che fare con il collegare passato ed esperienze.

Il medico si chiama Nike, tace, pare svagato, alticcio, pasticcione (un po’ come in fondo siamo vissuti noi ogni tanto!) ma nei colloqui con lui gli aspiranti pazienti si trovano, “come presi in contropiede”, messi davanti alla realtà dei guai della loro vita, delle inquietudini e dei dolori che li affliggono e che, taciuti, negati, mascherati li rendono estranei a se stessi.

Lui, la “vittoria”, prescrive il gatto, lei, che “del passato fa un’esperienza”, lo consegna con tanto di corredo e istruzioni, solo ciò che è indispensabile: del buon cibo, una lettiera dove poter “lasciare andare” il digerito e, a volte, un guinzaglio da usare per proteggere il gatto dai guai; sarà poi Nike a controllare come vanno le cose, se la convivenza con il gatto ha funzionato.

“Ah, questa è quella che chiamano pet therapy” dice uno dei pazienti. “No, risponde il medico, i gatti stanno lì e fanno quello che gli piace… i gatti devono suscitare emozioni” … “Il difficile non è prendersi cura del gatto, ma prendersi cura di se stessi” dice Nike alla signora che porta nel cuore un dolore antico e aspro che torna nel rimpianto e nel senso di colpa che impedisce alla stessa di perdonare la propria madre e di costruire con la sua bambina una relazione di ascolto, fiducia, complicità.

A Koga dipendente di un call center continuamente irritato da ciò che accade, perennemente critico e scorbutico, insonne, emarginato a casa e sul lavoro viene affidata Margot, “gatta meticcia” che lui accoglie in modo sprezzante e offensivo (per inciso: provocazione “smontata” ironicamente dal medico). “Aprendo la porta a un ospite inatteso” avviene invece un cambiamento epocale: l’osservarla nei suoi comportamenti seduttivi, nelle espressioni e nelle buffe pose, lo induce non solo a commentarli in famiglia ma anche, dopo molte reticenze, a mostrare al lavoro i filmati che la ritraggono così come fanno le colleghe, fin qui criticate, con le foto di famiglia. Grazie a Margot, bravissima nel fare solo il gatto, dissepolto dal suo mutismo oppositorio Kuga riesce a permettersi e a permettere alle persone un avvicinamento che rivitalizza e cambia le relazioni intorno a lui.

Nel rapporto con il gatto assegnato i pazienti si confrontano, ciascuno a suo modo, con la perdita perché ogni gatto è assegnato per un tempo limitato, con la riparazione che dà la forza di andare avanti, con il lento riaprirsi a una “convessità” per accogliere un nuovo legame dopo che le avversità della vita l’avevano ostruita. Sono legami forti quelli che si costituiscono con la bestiola, che non solo non escludono ma che anzi, favoriscono la possibilità di ricostruirne un secondo quando il primo, scaduto il periodo dell’affido, si deve interrompere.

La scrittura è lieve, come i piccoli felini, e come loro fa risuonare emozioni antiche; arriva a commuovere raccontando lo sciogliersi del gelo nel cuore di Abino, un’apprendista geisha che ha subito la perdita dolorosissima e non elaborata della gattina Chitose, legame che ha finito con “legarla” impedendo l’elaborazione del lutto. Solo con l’aiuto di una persona che ha subito analoga perdita e condivide con lei il dolore Abino riesce a chiedere un secondo gatto, ma solo sul punto di perdere anche lui riesce a comprendere che, “assorbita dal proprio dolore”, mai si è accorta dei tentativi della bestiola di avvicinarsi, e tra le lacrime gli confessa che “non volevo affezionarmi perché pensavo che se avessi iniziato a volerti bene mi sarei scordata di Chitose”. Situazione, questa, che tanto si ritrova nei nostri pazienti ed è metafora delle cose belle della vita che non sono colte per l’impossibilità di lasciare andare i legami mortiferi che imprigionano.

Il finale è a sorpresa, un po’contorto e sembra perdere a mio avviso la spontaneità dei collegamenti che caratterizzava la narrazione: qui più che mai è lasciato a ciascun lettore trovare il filo rosso che lo porterà alla sua personalissima interpretazione del messaggio.

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