Per la rubrica “Me, We” pubblichiamo un breve scritto di Marco Monari, psichiatra e psicoanalista che ha partecipato in maniera significativa allo sviluppo della psichiatria territoriale bolognese, dedicato all’integrazione fra psichiatria e psicoanalisi realizzatasi negli anni successivi alla riforma basagliana e al contributo del pensiero analitico che diede avvio al concetto di “campo istituzionale” (Correale, 2001). Fu, quella, una stagione di valorizzazione della soggettività della persona e di ampliamento della pensabilità di aspetti apparentemente inderivabili delle patologie gravi che prese consistenza nel lavoro clinico nei servizi pubblici conseguendo, al contempo, un prezioso effetto di ritorno sul pensiero analitico. Come scrisse Berti Ceroni (2003), l’esplorazione dei “margini” fra la psicoanalisi e le altre pratiche di cura costituì “un incentivo poderoso” allo sviluppo del pensiero analitico a partire non solo dalla diretta esperienza degli analisti, ma dalla condivisione e dallo scambio continuo con altri curanti e altri processi di cura.

Buona lettura

 

GIORNATA MONDIALE DELLA SALUTE MENTALE

Marco Monari

In questo breve scritto vorrei raccontare l’importante contributo teorico-clinico che alcuni gruppi di psicoanalisti della Società Psicoanalitica Italiana operanti nei Servizi Pubblici hanno portato nelle trasformazioni delle cure psichiatriche avvenute in seguito all’applicazione della Legge 180, a partire dal 1978. Era quella l’epoca in cui, sotto la spinta rivoluzionaria Basagliana, tra luci prevalenti ed ombre inevitabili tuttora presenti, venne rovesciata la centralità della cura dall’ospedale psichiatrico al territorio, mettendo in primo piano la persona del paziente e la sua soggettività rispetto alla malattia, liberandola quindi dallo stigma di un’anacronistica esclusione sociale. Ciò era per legge sancito dall’ingresso della psichiatria nel Servizio Sanitario Nazionale per cui la malattia psichica era trattata nei medesimi assetti della cura delle altre malattie del corpo. Iniziò quella che definii un’età dell’oro (2012; 2018), tale per la maggior ricchezza di personale e di fondi sanitari ed anche per un clima di cambiamento epocale implicito nel lavoro psichiatrico pubblico. In questa situazione, di cui erano protagonisti tanti psicoanalisti, erano anche ripresi i rapporti, peraltro tradizionalmente fragili ed instabili, tra la psichiatria istituzionale e la SPI.

Fiorirono i Servizi territoriali, migliorò la loro integrazione a livello sanitario e sociale ed aumentò anche la quantità di pazienti che vi si rivolgevano perché affetti non solo da patologie psicotiche gravi, come successe all’inizio, ma anche da quelle affettive cronico-ricorrenti, depressioni, disturbi emotivi comuni e disturbi di personalità.    Si sviluppò quindi, siamo negli anni ’80-90, una nuova realtà nella quale fiorirono i contributi di Dario De Martis, Fausto Petrella e G.C. Zapparoli (1979; 1987;1988). I primi due, dai servizi universitari di Pavia, diedero forma ad una pluralità di riflessioni, ben ancorate alla bussola di riferimento psicoanalitica, tuttavia mai egemone rispetto alle altre componenti biologiche e sociali delle malattie mentali, su come affrontare le nuove forme di psicopatologia a livello territoriale e quelle più antiche nelle fasi di superamento dell’ospedale psichiatrico. Zapparoli si occupò del trattamento istituzionale del paziente psicotico nella dimensione del deficit e del conflitto e, tra le altre cose, della funzione del farmaco, oltre che sul piano biologico, come veicolo che rende accessibile il paziente alle elaborazioni psicologiche. Questo tema fu ripreso attraverso i concetti di combinazione, di integrazione e infine di campo (Correale, 1991) con un passaggio progressivo dalla combinazione di interventi elementari a quella superiore ai singoli elementi (Ballerini e Berti Ceroni, 1986) di integrazione, il cosiddetto effetto Martini, così chiamato scherzosamente (Marinelli e Monari, 1996), perché esso era decisamente superiore rispetto al gin e al vermouth gustati separatamente. Correale nel suo volume storico (Il campo istituzionale, 2001) attraverso una sua personale revisione della teoria del campo, costituito dalla matrice emotiva comune e dinamica del paziente e del gruppo dei curanti, aprì la via ad un nuovo modo di lavorare in gruppo. All’inizio degli anni ’80 fu fondata da un gruppo di psichiatri e psicoanalisti romani la rivista Prospettive psicoanalitiche nel lavoro istituzionale che per vent’anni rappresentò il crogiuolo teorico di queste nuove impostazioni cliniche. Nel 1986 era inoltre nato, grazie ad un gruppo di psicoanalisti bolognesi (Berti Ceroni, Campoli e Marinelli), Il Corso di San Lazzaro sulla psicoterapia psicodinamica nei servizi pubblici. A conferma di questo fermento di idee fu istituita all’interno della SPI la Commissione per lo studio delle patologie gravi e modelli di comprensione (Correale et al., 1993), da cui scaturirono due contributi corali molto importanti (Correale e Rinaldi, 1997; Berti Ceroni e Correale, 1998). Non posso citare per problemi di spazio l’enorme fiorire scientifico di quegli anni, da cui emerge il forte sostegno teorico, clinico e istituzionale dato dagli psicoanalisti al concetto di integrazione tra diversi saperi ed operatività, come quella tra farmaci e psicoterapia e tra le diverse professionalità nel gruppo di lavoro, all’importanza del setting istituzionale  nella regolarità delle  discussioni cliniche a più voci  nelle riunioni formali e degli ugualmente importanti scambi informali nei suoi interstizi. Si è così delineato un modello della cura nel quale il gruppo di lavoro assume sempre più il ruolo di punto terzo di ancoraggio per i curanti e per i pazienti, allo scopo di metterli in sicurezza come nell’arrampicata alpina, e di luogo metaforico della pensabilità, la stessa funzione che nell’istituzione psicoanalitica è svolta dal gruppo dei colleghi.  Altri apporti significativi riguardano i rischi di derive psicotiche nei gruppi (Correale, 1994; 2003) e la supervisione clinica (Bolognini e Mantovani, 1999).

Da allora la storia della cura nei servizi psichiatrici è andata avanti, molta acqua è passata sotto i ponti, ma spero e penso che qualcosa di tutto questo sia rimasto come un’eredità, magari non del tutto consapevole, nella travagliata e complessa operatività clinica del lavoro psichiatrico attuale.

Il dr Marco Monari è psichiatra e psicoanalista, Membro Ordinario SPI

Alcune considerazioni di questo scritto sono tratte da:

De Martis, T. et al. (1971), “Psicoanalisi delle istituzioni psichiatriche”, Rivista di Psicoanalisi, numero unico.

Zapparoli, C. (1988), La psichiatria oggi, Bollati Boringhieri.

Correale, A. (1991), Il campo istituzionale, Borla.

Berti Ceroni, G. (1999), Il lavoro ambulatoriale, in Berti Ceroni, G., Correale, A., Psicoanalisi e psichiatria, Cortina, Milano.

 

Elementi di continuità tra psichiatria e psicoanalisi. In: Psicoanalisi in trincea. Cuniberti P. e Caparrotta  L. (a cura di), Franco Angeli, Milano 2012.