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Statua della Libertà, Liberty Island, New York

Introduzione
di Andrea Scardovi
(Segretario Scientifico del Centro Psicoanalitico Bolognese)

In questo terzo contributo alla rubrica “Me, We” pubblichiamo l’intervista che Jay Greenberg ha rilasciato al nostro collega Filippo Barosi sul tema della situazione politica americana. Le parole di Greenberg prendono le mosse dalla sua preziosa esperienza clinica, ma anche da una premessa che esplicita l’importanza di riconoscere il rischio di confondere pensiero personale e pensiero tecnico. Le considerazioni che potrete leggere in questo testo riguardano infatti la preoccupazione per un’attualità che ci interroga innanzitutto su noi stessi e che, più che polarizzarsi su una figura specifica, intende riflettere su movimenti macro-sociali e sovrapersonali di cui la situazione contemporanea costituisce un’espressione. Richiamando il pensiero di Tagore, Jay Greenberg ci ricorda inoltre il valore di un principio essenziale tanto per il cittadino quanto per lo psicoanalista: l’importanza di integrare il pensiero critico con il sentimento di fiducia nel potenziale dell’individuo, senza smarrire la nostra fiducia nell’essere umano.

Buona lettura.

Intervista a Jay Greenberg

di Filippo Barosi

Abbiamo il piacere e l’onore di conversare con un grande psicoanalista americano: Jay Greenberg. Il nostro ospite è psicoanalista con funzioni di training presso il William Alanson White Institute di New York. Insieme a Stephen Mitchell, è stato uno dei principali fautori dell’approccio relazionale in psicoanalisi, a partire dal testo “Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica”, uscito nel 1983.
È autore di oltre 90 pubblicazioni scientifiche su questioni inerenti la clinica e la teoria psicoanalitica, la psicoanalisi comparata e la storia della psicoanalisi.
Nel 2015 ha vinto il premio Sigourney, che premia contributi eccezionali alla psicoanalisi, a livello mondiale. È stato editor dell’International Journal of Psychoanalysis, di Contemporary Psychoanalysis e di The Psychoanalytic Quarterly.
Vive e lavora a New York.
Questo incontro inizia con una premessa che ha desiderato condividere con noi.

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Jay Greenberg - Sigourney Award website

New York, 18 aprile 2026

Ho apprezzato, pur con alcune riserve, l’invito a partecipare a questa discussione, che trovo importante e interessante.
Partendo proprio da queste riserve, vorrei chiarire che sono cittadino di un Paese che sta attraversando un periodo che suscita in me, e praticamente in tutte le persone a me care, un profondo senso di ansia, rabbia e disperazione.
Come molti altri, mi sento incapace di fare qualsiasi cosa che possa influenzare il corso degli eventi, o anche solo di comprendere perché stanno accadendo fatti che sembrano distruggere così tanto di ciò che considero di valore e ho sempre dato per scontato nel mondo in cui vivo.
Ma sono anche uno psicoanalista, e per molti anni la ricerca della comprensione è stata il mio pane quotidiano. Questo significa che tendo a credere di capire più di quanto in realtà capisca e, cosa più insidiosa, mi rende incline a pensare a quel 40% circa dei miei concittadini, quelli che pensano che stiamo vivendo i nostri momenti migliori, come se fossero miei pazienti. Pazienti che non ho mai incontrato.
Devo quindi essere cauto e ricordare a me stesso fin da subito che parlo in qualità di cittadino in difficoltà, un cittadino che osserva il contesto politico circostante attraverso una sensibilità plasmata dalla sua esperienza clinica.
Devo essere attento nel riconoscere che la mia visione, come quella di chiunque altro, è parziale, così da poter evitare di confondere l’indignazione morale con la diagnosi.

1) Negli ultimi quindici anni, si è passati da “Yes, we can” a un immaginario degli Stati Uniti più oscuro e minaccioso. Il 31 marzo 2026, Thomas Friedman ha scritto sul “New York Times”: “Trump è un uomo-bambino che scherza col fuoco - l’esercito più potente del mondo - in una stanza piena di gas.”
 Da dove cominciare a pensare a come si sia arrivati fino a questo punto? Da una prospettiva politica, si dice tanto che l’immigrazione abbia avuto un ruolo centrale, ma, come analista, quali forze inconsce vede in atto?

Per cominciare, alcuni pensieri a proposito di come, negli Stati Uniti, siamo arrivati a questo punto.
È importante notare che ci siamo già trovati in questa situazione; e, pur non essendo uno storico penso che, in un certo senso, ci siamo sempre trovati.
Fin dall’inizio della nostra storia, sono state presenti forti spinte nativiste, razziste e xenofobe. Queste si sono incarnate, nella storia recente, nei gruppi di orientamento filofascista “America First” attivi durante la seconda guerra mondiale e nei movimenti neonazisti emersi poco dopo la guerra.
Citi l’immigrazione come una forza importante nell’alimentare l’attuale riemergere di questi gruppi, e certamente essa ha svolto un ruolo rilevante qui come in altri Paesi occidentali. Ma l’immigrazione è solo uno dei cambiamenti prodotti da eventi che hanno scosso il mondo; dobbiamo considerare anche gli effetti della globalizzazione, il mutare delle idee riguardo alla sessualità e al genere, l’impatto delle trasformazioni nei tipi di lavori possibili, le preoccupazioni legate al cambiamento climatico, e così via.
Tutto questo rimanda a cambiamenti imminenti nei modi di vivere che saranno possibili negli anni a venire, e non credo sia un passo troppo azzardato immaginare che ciò induca molte persone al tempo stesso a rimpiangere il passato e a temere il futuro. Il motto trumpiano “Make America Great Again” è un richiamo seducente a immaginare un passato in cui le cose erano migliori, e certamente più sicure, di quanto non siano oggi o probabilmente saranno in futuro.
Inoltre, Internet contribuisce molto a rendere plausibile l’idea che ciò che stiamo vivendo oggi sia diverso dal passato. Oggi è molto più facile entrare in contatto con persone che condividono sia le ansie rispetto alla direzione che stanno prendendo le cose, sia un certo modo di comprenderne le cause e le possibili possibili soluzioni sociopolitiche.
I cosiddetti “silos informativi” tendono a conferire ai populismi di destra una maggiore persistenza rispetto al passato.

2) Sui social media (X e Instagram, per quanto ne so) esiste una pagina chiamata “Republicans Against Trump”, che pubblica quotidianamente video di dichiarazioni senza filtri di Trump e dei membri della sua amministrazione — contenuti che solitamente non vediamo qui in Italia. Sono contenuti che stupiscono perché siamo abituati a materiale tagliato, spesso per via del cosiddetto sanewashing (un montaggio selettivo che riordina i discorsi in modo più organizzato).
Questo pone una domanda: come possiamo pensare la situazione attuale? Dovremmo orientare la nostra attenzione più verso le dinamiche del gruppo che lo circonda o verso il funzionamento psicologico dell’individuo che ne è al centro?

Sono molto meno interessato nel fare una diagnosi a Trump piuttosto che nel comprendere il consenso che raccoglie, perfino da parte di persone che, almeno dal punto di vista di un osservatore esterno, sembrano danneggiate dalle sue politiche.
Da un lato, credo fermamente che pensare di poter diagnosticare qualcuno che non abbiamo mai incontrato di persona renda un cattivo servizio alla complessità del pensiero e del metodo psicoanalitico. Qualunque sia il modo in cui Trump mi appare, devo tenere a mente che il mio è lo sguardo di un cittadino che inorridisce sia di fronte alle sue politiche che ai suoi comportamenti. E non potrò mai dimenticare quel momento, nei mesi precedenti alle elezioni del 2016, in cui mi è sembrato abile e astuto in un modo che non riuscivo nemmeno a concepire. È stato quando ha detto che avrebbe potuto sparare a qualcuno sulla Fifth Avenue di New York e che la cosa non gli avrebbe fatto perdere nemmeno un voto.
Da quando ha detto questo — e nel decennio successivo, durante il quale la verità di quell’affermazione è stata ampiamente confermata — mi sono spesso stupito di come una persona potesse pensare una cosa del genere di sé. Immagino che molti dittatori e leader di sette abbiano avuto questa consapevolezza, ma pochi sono riusciti a capitalizzarla su una scala così ampia.
Questo, naturalmente, rende impossibile qualsiasi diagnosi.

3) Nel 2022, Endre Koritar ha scritto della “influenza ipnotica” di Trump, definendolo un “maestro ipnotista”. Facendo riferimento ai primi lavori di Ferenczi su introiezione e transfert (1909), ha suggerito che la suggestionabilità ipnotica possa essere collegata a una regressione a modalità relazionali infantili mediata dalla riattualizzazione di un trauma.
Alla luce della crescita dei movimenti di estrema destra in diverse parti del mondo, come possiamo pensare questi fenomeni? Possono essere compresi in relazione a forme di traumatizzazione culturale o collettiva?

Rimanderei chi fosse interessato a un eccellente articolo di Otto Kernberg, intitolato “Malignant Narcissism and Large Group Regression”, pubblicato nel 2020 sul Psychoanalytic Quarterly. Kernberg sostiene che i gruppi regressivi - del tipo di quelli che prima intendevo traumatizzati da ansia e senso di perdita - tendono a scegliere narcisisti maligni come propri leader. Nella visione di Kernberg, la relazione tra la psicologia del gruppo e il leader è reciproca e si rafforza vicendevolmente.

4) Quello che sta succedendo negli Stati Uniti mi ricorda, vado a memoria, la scena finale di “Ghostbusters II” (1989), quando New York, letteralmente sommersa da fiumi di odio che risalgono dalle fognature, cambia: guidate dalla Statua della Libertà, che prende vita, le persone smettono di litigare tra loro e iniziano un canto collettivo di speranza e fratellanza.
Si stanno avvicinando le elezioni di midterm, vede la possibilità di un cambiamento o di una trasformazione di questo clima?
Dal suo punto di vista ci sono speranze che possano emergere forme di elaborazione collettiva in grado di contenere o di trasformare queste espressioni di odio?

Ci sono segnali incoraggianti: la netta sconfitta di Orbán in Ungheria, i risultati di diverse elezioni amministrative locali negli Stati Uniti, il calo di popolarità di Trump, che si è accentuato con la sua decisione di intraprendere una guerra con l’Iran, e così via. Tuttavia, è ancora troppo presto per dirlo, ed esiste anche la possibilità che i cambiamenti nel modo in cui vengono ridisegnati i distretti elettorali del Congresso rendano sempre più difficili i mutamenti nel nostro sistema politico.
Ma quando penso a tutto questo, mi torna sempre in mente quello che scrisse il poeta e filosofo indiano Rabindranath Tagore in tempi altrettanto difficili. Nel suo saggio “La crisi della civiltà” (1941), Tagore, alla fine della sua vita, disperato per la devastazione a cui assisteva in Europa, scrisse: “Non commetterò il grave peccato di perdere la fiducia nell’uomo.”
Questa capacità di essere al tempo stesso critici e fiduciosi è essenziale tanto per il cittadino quanto per lo psicoanalista.
Guardando alle elezioni di midterm e oltre, spero soprattutto di riuscire a mantenere questa fiducia nell’essere umano.

5) Un’ultima domanda. Ci potrebbe suggerire qualche testo (articolo, saggio, romanzo), non necessariamente di area psicoanalitica, dai quali ha tratto ispirazione per le cose che ci ha detto in questa intervista?

È una domanda interessante. Non mi viene in mente nulla di direttamente collegato a ciò che ho scritto in risposta alle tue domande, anche se naturalmente molto di ciò che ho letto mi ha influenzato profondamente. Il saggio di Rabindranath Tagore che ho citato, così come un libro del filosofo Michael J. Sandel, “La tirannia del merito” (2023), sono stati importanti nel dare forma alla mia consapevolezza di quanto i valori delle classi privilegiate (di cui faccio parte, così come la maggior parte degli psicoanalisti) abbiano contribuito alle ansie e all’indignazione di coloro che si sono rivolti al populismo di destra come modo per recuperare un senso di dignità personale.
In ambito psicoanalitico, la mia attenzione si è recentemente rivolta a idee che mi ricordano come l’osservazione di Tagore — secondo cui perdere la fiducia (non solo nell’umanità, ma nel potenziale di ogni individuo) non è semplicemente un errore, ma piuttosto un peccato — sia essenziale se vogliamo essere all’altezza della promessa che implicitamente facciamo ai nostri pazienti.
Queste idee emergono in modi diversi nei differenti sistemi concettuali. Credo che, a causa dello stato attuale del mondo, io sia stato particolarmente attratto dal concetto di “principio paterno”, importante in alcune tradizioni psicoanalitiche francesi (si pensi, ad esempio, al lavoro di Marilia Aisenstein), e dall’idea dell’analista brasiliano Roosevelt Cassorla secondo cui gli enactment acuti (2001) — per i quali gli analisti tendono a provare profonda vergogna — possono costituire l’inizio di un cambiamento progressivo e costruttivo all’interno della diade analitica.
Sia come cittadino sia come analista, penso che mantenere la fiducia sia un obbligo — nell’Inferno di Dante la disperazione è un peccato — e mantenerla sia tanto più urgente quanto più è difficile farlo, come nel clima politico attuale.
Ancora grazie per avermi invitato a partecipare a questo progetto.

Bibliografia

  • Cassorla, R.M. (2001), “Acute Enactment as a ‘Resource’ in Disclosing a Collusion Between the Analytical Dyad”. International Journal of Psychoanalysis 82:1155-1170. Per approfondire la distinzione tra enactment acuti e cronici vedi anche la voce “Enactment” del Dizionario IPA, in particolare https://online.flippingbook.com/view/738131/39/
  • Ferenczi, S. (1909) “Introiezione e transfert”, in Opere, Vol. 1 (1908-1912). Milano: Raffaello Cortina (2002). 
  • Greenberg, J., Mitchell, S. (1983), Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica, Il Mulino, 1986.
  • Kernberg, O. (2020), “Malignant Narcissism and Large Group Regression”. Psychoanalytic Quarterly 89:1-24.
  • Koritar, E. (2022), “The Leader’s Hypnotic Influence and the Creation of Alternate Reality”, The American Journal of Psychoanalysis, (82)(3):349-363.
  • Sandel, M.J. (2023), La tirannia del merito, Feltrinelli.
  • Tagore, R. (1941), “La crisi della civiltà, edizione italiana in La civiltà occidentale e lIndia, Bollati Boringhieri, 2020.
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