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Ne “La città incantata” di Hayao Miyazaki (2001), la protagonista preadolescente Chihiro si trova suo malgrado a lavorare in un impianto termale per poter sopravvivere nel mondo degli spiriti, nel quale è finita imprigionata.

Il suo primo cliente da “ripulire” è quello che viene identificato come “spirito del cattivo odore”: un grande ammasso putrescente e disgustoso che nessuno dei lavoratori più esperti vuole nemmeno avvicinare. La ragazzina, costretta dalla titolare che vuole metterla alla prova, vince il tremendo senso di repulsione per gli odori e i liquami che circondano l’ospite, spende per lui preziose acque “medicate” e, entrando a stretto contatto con lo spirito, ci trova una “spina” conficcata. In realtà, la spina si rivela essere un manubrio di bicicletta che, una volta estratto con l’aiuto degli altri collaboratori, porta con sé una valanga di fango e rifiuti. L’ospite si rivela quindi essere un antico e nobile Dio del fiume, che aveva perso la sua limpidezza perché corrotto dall’inquinamento e dall’ingordigia degli esseri umani.

Questa scena di un film straordinario, premio Oscar e forse picco più alto della leggendaria carriera di Miyazaki, mi sembra ben rappresentare il tema del nostro rapporto con l’ambiente, sia esso quello concreto, legato oggi all’urgenza del cambiamento climatico, che a quello metaforico che si può declinare nell’atmosfera che respiriamo ogni giorno, satura di violenza e di sopraffazione. In una parola, di disprezzo.

Da un punto di vista psicoanalitico possiamo intendere un certo disprezzo come la controparte psichica del disgusto, maggiormente orientata al rapporto con l’oggetto e meno al rapporto primario con il corpo e la sensorialità. Secondo Josephs e Stone (2019) “Il disprezzo può essere interpretato come una emozione difensiva “dura”, come la rabbia, che serve per ripudiare emozioni “più morbide”, di vulnerabilità, come vergogna, invidia, sensibilità al rifiuto, nostalgia e bisogno di attenzioni”.

Si parla qua del disprezzo che quotidianamente vediamo esposto con orgoglio da figure pubbliche di ogni ordine e grado ma anche attraverso le ondate di commenti carichi di odio sui social: un disprezzo volto a rompere i legami di reciproca interdipendenza in nome di una supposta superiorità e di un rifiuto della debolezza. In questa chiave, il disprezzo non è solo la negazione dell’Altro, operata attraverso la sostituzione della sua soggettività con i nostri rifiuti interni, ma diventa anche un modo per negare ogni possibile dipendenza reciproca. In questo senso, mi pare paradigmatica (oltre che sconvolgente) la caccia all’immigrato da parte dell’ICE, che attacca di fatto il tessuto stesso sul quale si fondano gli Stati Uniti d’America, nati e cresciuti con l’immigrazione, nutriti e sostenuti da essa, sia ideologicamente che materialmente. O, più vicino a noi, il fiorire di programmi di remigrazione (maquillage di “deportazione”), visti come fantasia di purificazione.

Il disprezzo è inoltre il decimo degli archetipi che, nella definizione di Umberto Eco (2019), identificano il fascismo eterno o Ur-fascismo: “Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli […] Il leader, che sa bene come il suo potere non sia stato ottenuto per delega, ma conquistato con la forza, sa anche che la sua forza si basa sulla debolezza delle masse, così deboli da aver bisogno e da meritare un “dominatore””

Se il disprezzo diventa dunque un modo sempre più violento per perseguire le fantasie narcisistiche di autarchia, oltre che di onnipotenza, penso che nostro compito ecologico di professionisti della salute mentale sia, ancora più di prima, occuparci di “filtrare” l’aria per evitare quel surriscaldamento climatico che, ogni giorno di più, ci avvicina a quello che Noam Chomsky ha definito “il principio della rana bollita”.

(se mettiamo una rana in una pentola con dell’acqua fredda e aumentiamo lentamente la temperatura, la rana metterà in atto meccanismi di termoregolazione adattivi senza rendersi conto che a un certo punto, quando l’acqua diventerà troppo calda, si ritroverà bollita. Ciò è inesatto sul piano biologico ma senza dubbio efficace su quello metaforico.)

Come nell’occuparci del pianeta Terra, dell’anima del Dio del Fiume di cui sopra, possiamo e dobbiamo iniziare da piccoli comportamenti di cura quotidiana (fossero anche due passi in più per buttare la cartaccia nella corretta raccolta differenziata), così, nel nostro ambito professionale, abbiamo il dovere di curare il setting allo stesso modo. Non con un’ossessività sterile e idealizzata ma piuttosto, per dirla con Gino Zucchini, attraverso una pratica sistematica del rispetto.

Zucchini ci ricorda che rispetto deriva dal latino respicio, “osservo con attenzione, con interesse”, e in questo senso non può che essere l’antitesi del (e l’antidoto al!) disprezzo.

Come tutte le cose di cui prendersi cura, non è niente che sia dato una volta per tutte. L’esempio più semplice è quello del tempo, della puntualità. La nostra è ormai una delle pochissime, forse l’unica, professione che parte dal presupposto della stabilità del setting, e lo fa al minuto, cercando di resistere al caos incombente dei bisogni primitivi, da una parte, e dall’altra dall’avidità del capitalistico bisogno di fare presto e di produrre numeri. Questo spesso genera stupore nei pazienti, così poco abituati a sapere che qualcuno sarà lì sempre, a quell’ora e in quello stesso luogo, fintantoché ne avranno il bisogno.

Tra l’altro, in questa mia piccola ricerca, ho scoperto che il termine inglese per disprezzo, contempt, deriva dal latino contemnere. Malgrado l’ironia dell’assonanza (ma senza stupore, data la profonda differenza di significato), non c’è alcun legame con la vicinissima continere, contenere, parola cardine nella nostra concezione strutturale di setting. To hold deriva invece dal proto-germanico haldana, (“custodire, guardare”), che a sua volta si ipotizza venire dal proto-indoeuropeo kel, “guidare”. Penso a come la dimensione asimmetrica del setting (pensando al ruolo del pastore, così simbolicamente radicato nella nostra cultura) ponga in essere un tema di profonda responsabilità nell’atto della cura. A maggior ragione oggi che i garanti metasociali, di cui ha scritto Kaes, sembrano aver raggiunto un grado di erosione simile a quello dei ghiacciai dei poli della terra, e, soprattutto, per proteggersi da un declino che molti di noi vivono fantasmaticamente come inevitabile.

Cosimo Schinaia, nell’incontro al Centro Bolognese del 14 febbraio 2026, ha citato “Caducità” di Freud (1915), per evidenziare come un certo catastrofismo non sia che un meccanismo di difesa per anticipare il lutto, trasformandoci però in corresponsabili da “tanto non c’è più nulla da fare”. Eppure, nonostante gli allarmi, i numeri dicono che si è fatto tantissimo per contenere, appunto, i processi di degenerazione del nostro pianeta causati dal progresso e dall’avidità umana. Il problema è nella necessità di mantenere una solida barriera a fronte di certe istanze che non si possono mai considerare sconfitte una volta per tutte. Penso che la stessa cosa valga per la cura del setting e dell’ascolto, che certo non sono tutto quello che facciamo con i nostri pazienti, ma restano una base ineludibile - e fragile. La sfida quotidiana è quella di combattere Il nostro disprezzo per la debolezza, per dirla con il filosofo norvegese Harald Ofstad. Lui scriveva di nazismo, ma sappiamo che dentro di noi c’è sempre qualcosa che ci porta a semplificare, a proiettare e a ripudiare.

Lo scrive bene Gohar Homayoumpour (2013), a proposito del suo ritorno in Iran dopo anni negli Stati Uniti:

A Teheran, mi è più facile identificarmi con ogni cosa e ogni persona; ne segue una fatica emotiva molto maggiore in tutte le situazioni, così anche con i pazienti. A questo si aggiunge il carico emotivo derivante dal disprezzo che talvolta provo per il modo in cui mi identifico con le persone. Per anni ho voluto mettere distanza tra me e loro, affinché non si presumesse che ero rimasta la stessa di quando ero andata via. Detesto accorgermi che, in senso quanto mai convenzionale e indipendentemente da come pensavo di essere diventata, mi identifico con quella che, secondo il linguaggio più stereotipato, posso definire la mia gente”. Mi sorprendo a identificarmi e a riscoprire parti di me che ho faticato a espellere per sbarazzarmene: parti che non volevo riconoscere come mie, parti di cui credevo di essere riuscita a liberarmi da una ventina danni.

Sono meccanismi necessari al nostro funzionamento economico di esseri umani – come lo è il piccolo atto di disattenzione quotidiana verso l’ambiente – e ci distinguono dall’ecologismo ossessivo, dall’ideologia senza dubbi. Tuttavia, quando diventiamo custodi di un setting, la misura cambia: lì siamo chiamati a vigilare sulla qualità dell’aria che si respira.

Abbiamo a che fare con pazienti inquinati non solo dagli elementi beta non metabolizzati nel corso della loro vita, ma anche da ciò che assorbono ogni giorno attraverso i social, la televisione, i giornali. Se da un lato non c’è nulla di nuovo nella pratica dell’ascolto fondata sul rispetto, dall’altro, in un clima saturato dal disprezzo, queste attenzioni acquistano oggi un valore ancora più essenziale.

Il problema è che respiriamo la stessa aria dei nostri pazienti. Per questo la manutenzione del setting non è un dato acquisito, ma un lavoro continuo: stare dentro il clima del momento senza lasciarsene intossicare, lavorando con una funzione alfa a filtraggio continuo, una particella di ossigeno alla volta. È questa la responsabilità che ci compete. E, per depurarci dalla solennità, vale ricordare ancora che tutto passa anche attraverso il valore dei piccoli gesti quotidiani nella cura: come faceva notare Andrea Scardovi durante il seminario, un’ape da sola produce in tutta la sua vita appena 1/12 di cucchiaino di miele. È la famosa goccia nel mare, ma vista dal lato giusto diventa un modo per ridimensionare l’onnipotenza e, allo stesso tempo, alleggerire il peso della responsabilità individuale.

Bibliografia

Eco, U. (2019), Il fascismo eterno, 15° edizione, La Nave di Teseo. Edizione originale, 1995.

Freud, S. (1915), Caducità, Opere, vol. VIII, Bollati Boringhieri.

Homayoumpour, G. (2013), Una psicoanalista a Teheran, Raffaello Cortina Editore.

Josephs, S., Stone, J. (2019), “Contempt Management: you’re crazy, I’m not”, Psychoanalytic Dialogues, (29-6), 711-725.

 

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