Irene Ruggiero è Membro Ordinario con Funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana, Esperta nel trattamento di Bambini e Adolescenti. Si occupa da anni di adolescenza e ha all’attivo numerose pubblicazioni sul tema.
FB: Dottoressa Ruggiero, Adolescence è una serie molto attuale che descrive in modo efficace fenomeni collettivi, pur raccontando una storia estrema. Partendo dal titolo, cosa ci dice Adolescence dell’adolescenza come fase evolutiva?
IR: Per fortuna, non sono poi tanti i tredicenni che agiscono così distruttivamente; e tuttavia il pregio di Adolescence, a parte la sua eccellente qualità narrativa, è proprio quello di mostrarci in modo convincente alcuni dei funzionamenti mentali ed emotivi più tipici della prima adolescenza.
In primis, l’estrema fragilità narcisistica degli adolescenti che, con la montata ormonale che la pubertà comporta, devono affrontare intense e profonde trasformazioni somatiche ed emotive che incidono sulla loro idea di sé stessi, sulle loro relazioni con gli adulti e con i pari e soprattutto sulla loro autostima e sul loro senso di sé, cioè sulla percezione del proprio valore. Nella prima adolescenza, non ci si fida più degli adulti, il che comporta come conseguenza un grande senso di solitudine interna. Ci si aggrappa allora al gruppo dei pari. Per ottenerne la stima, è importante mostrare di non dipendere dagli adulti, di non averne bisogno, sarebbe roba da bambini. Forse nessuno odia l’infantile quanto i giovani adolescenti.
Un’altra caratteristica della prima adolescenza che la serie trasmette molto efficacemente è la difficoltà da parte dei ragazzi di utilizzare le parole per comunicare e soprattutto per comprendere le proprie emozioni e, ovviamente, quelle degli altri. “Quella sera Jamie era normale”, “non abbiamo parlato di niente, siamo solo andati in giro”, “non ho idea del suo stato d’animo”… Questi sono solo alcuni tra i tanti commenti dei ragazzi che non hanno parole per comprendere e descrivere le loro emozioni, che possono così più facilmente invaderli e sopraffarli, portandoli ad azioni impulsive, etero o auto aggressive, molto pericolose. La risposta più frequente dei giovani protagonisti di Adolescence, alle domande poste loro dagli adulti, è “non lo so” (è, per esempio, quello che risponde Jade a Luke, il poliziotto che le chiede perché abbia dato un pugno a Ryan): non solo perché non vogliono parlare con gli adulti ma perché, davvero, non lo sanno.
FB: Ha nominato il tema della fragilità narcisistica, per molti osservatori il fulcro delle problematiche odierne degli adolescenti. Ci può spiegare meglio cosa questo significhi e cosa comporti?
IR: I giovani adolescenti sono estremamente vulnerabili sul piano narcisistico. Il che significa che non sanno qual è il loro valore. Del resto, come potrebbero? Non conoscono ancora le loro capacità, non sanno come diventeranno, come si trasformeranno il loro corpo e la loro mente, ignorano se e quanto le loro potenzialità potranno svilupparsi. Per questo, la loro autostima dipende fortemente dallo sguardo degli altri, soprattutto da quello del gruppo dei pari che prende il posto, in modo spesso inatteso e repentino, dello sguardo dei genitori, fino ad allora fonte rilevante della stabilità del senso di sé. Soprattutto nella prima adolescenza, l’autostima è soggetta a violente oscillazioni, tra sopravvalutazioni grandiose di sé e crolli narcisistici improvvisi.
La popolarità diventa allora il primo rifornimento narcisistico. Quando il detective racconta che, da ragazzo, è andato a sbattere contro un muro perché voleva avere un occhio nero, Ryan, l’amico di Jamie, commenta che questo deve averlo reso molto popolare… l like, i follower e tutto ciò che permette di acquisire valore agli occhi dei coetanei possono diventare un’ossessione per un adolescente.
FB: In tutta la serie si respira un’aria di violenza pervasiva: non ci sono atti clamorosi, ma la sensazione è che le fragilità di cui parlava poco prima siano costantemente minacciate. Il bullismo, inteso come atto di prevaricazione, è la forma più intensa di queste dinamiche. In che modo questo si lega al senso di vulnerabilità?
IR: Non c’è niente che riduca il senso di disvalore come trovare qualcuno la cui autostima sia ancora più bassa della propria, qualcuno da esporre pubblicamente e umiliare. Non a caso, Jamie si è sentito di fare un approccio con Katie perché pensava che, essendo stata pubblicata la sua foto a seno nudo, lei fosse vulnerabile e quindi più accessibile per lui, che si sentiva brutto e senza speranza. La sua estrema vulnerabilità risulterà visibile anche nel tormentato colloquio con la psicologa, della quale diffida e alla quale si contrappone, lottando con tutte le sue forze, ma dalla quale è disperato di doversi separare, alla fine della consultazione. Detto per inciso, la reazione respingente della psicologa, alla fine del colloquio, mostra la virulenza della disperazione e della distruttività di Jaime.
FB: Tra i tanti aspetti proposti nella serie, quali ritiene particolarmente rappresentativi del mondo adolescenziale?
IR: Ho trovato decisamente felice la scelta di un tredicenne con la faccia da bambino, perché la prima adolescenza è soprattutto questo, un miscuglio non integrato di elementi infantili con elementi adulti, in genere una pulsionalità intensa che non riesce a essere contenuta da capacità di pensiero non sufficientemente sviluppate e solide e che può quindi assumere un andamento esplosivo.
Belle e intense sono le scene dentro la scuola, nelle quali si percepisce quasi sensorialmente il muro di reciproca sfiducia tra ragazzi e adulti. Al di là del fatto che la migliore amica di Katie vuole nascondere che Katie bullizzava Jamie e che Ryan vuole nascondere di avergli dato il proprio coltello, la diffidenza reciproca tra adulti e ragazzi assume, per la sua durezza e intransigenza, quasi i connotati di una lotta di classe. I ragazzi non si fidano degli adulti e delle loro richieste di dialogo e gli adulti non si fidano dei ragazzi (“questi ragazzini sono tremendi, che si aspetta, scusi?”, dice uno dei tutor della scuola al poliziotto che cerca di indagare nella scuola).
FB: Altro tema rilevante è quello del linguaggio. L’incomunicabilità tra generazioni si manifesta sia attraverso la difficoltà di contatto emotivo sia nell’uso di espressioni tipiche del mondo adolescenziale di cui gli adulti non sono a conoscenza, che diventano cartina di tornasole di un modo di pensare spesso con differenze sostanziali.
IR: Il linguaggio, quello immaginifico degli emoji, un linguaggio che non utilizza le parole per comunicare, bensì le immagini, si configura come un’ulteriore barriera al dialogo con gli adulti che non lo capiscono. Rivelatore è l’episodio in cui il figlio del poliziotto a capo della indagine sull’omicidio di Katie illustra pietosamente al padre, che non sopporta di vedere così in difficoltà, il linguaggio degli emoji: emerge ulteriormente il muro di silenzio che separa le generazioni dei padri da quelle dei figli, ma la sequenza ci fa anche capire, tra le righe, quanto poco tempo il poliziotto passasse con suo figlio e quanto poco fossero avvezzi a parlarsi.
Occorre una traduzione perché un adulto, il poliziotto, possa comprendere che un messaggio che a lui poteva apparire gentile costituiva in realtà un atto di bullismo: una traduzione che rivelasse il vero contenuto emotivo del messaggio sia al poliziotto che allo spettatore, che poteva così comprendere che Katie, tacciando Jamie di essere un incel, aveva innescato in lui un senso di disvalore senza speranza, di esclusione definitiva, di emarginazione insanabile, una ferita narcisistica così violenta da scatenare una furia omicida, in un tredicenne fragilissimo non attrezzato ad usare il pensiero e le parole per esprimere, comprendere e comunicare, prima di tutto a se stesso, le emozioni. Non a caso, nel colloquio finale con la psicologa, Jamie insisterà forsennatamente perché lei risponda alla domanda fondamentale della sua vita: “sono brutto?”
FB: La serie si schiera in modo tutto sommato neutrale rispetto all’uso dei social network, mostrandone il lato più pericoloso senza però demonizzarli a priori. Qual è il suo punto di vista in merito?
IR: I social non sono pericolosi in sé, ma l’uso che ne fanno gli adolescenti, senza un adulto che li accompagni ad utilizzarli e che li renda edotti dei pericoli della rete, può comportare conseguenze che gli adolescenti non riescono neanche ad immaginare. D’altra parte molti dati convergono nel testimoniare che l’incidenza dei tentativi suicidari sia aumentata esponenzialmente dopo l’introduzione dei social soprattutto nella fascia di età 11-15.
Nello specifico, l’uso e la diffusione scriteriata di immagini carpite, o anche spontaneamente inviate, di sé stessi in situazioni di esposizione o di intimità, possono innescare il meccanismo del bullismo e disfare il fragile narcisismo adolescenziale. D’altra parte è proprio la loro fragilità che “costringe” gli adolescenti ad esporsi per verificare l’effetto che fa e ricevere l’indispensabile feedback dello sguardo degli altri. Ciò può arrivare fino a conseguenze drammatiche, come documenta tristemente la cronaca quotidiana sugli adolescenti.
FB: Veniamo al versante familiare. La serie tratta dell’impatto dell’adolescenza sulla famiglia almeno tanto quanto dei rapporti tra pari. Cosa ha pensato della famiglia di Jamie e delle dinamiche che hanno inciso sullo sviluppo del ragazzo?
IR: Tra i meriti di Adolescence c’è anche quello di evitare spiegazioni troppo semplicistiche e preconfezionate e di non stabilire una causalità lineare tra caratteristiche dei genitori e destino dei figli, il che non esime ovviamente dal farsi domande su quanto, come genitori, si sia riusciti a trasmettere a ogni specifico figlio. La famiglia del protagonista sembra una famiglia nella media, nella quale i genitori non sono né troppo buoni né troppo cattivi. Assorbiti dal lavoro e dai compiti faticosi della quotidianità, hanno sì poco tempo e pochi strumenti per occuparsi di ciò che passa nella mente e nel cuore del figlio, rappresentato come piuttosto isolato nella sua camera con il suo pc. È vero che il padre voltava la testa dall’altra parte quando Jamie sbagliava giocando a calcio, come se non fosse in grado di tollerare un figlio che non era conforme ai suoi desideri, e che faceva finta di non vedere quando il figlio si rivelava negato nello sport della boxe e veniva preso in giro dai compagni, fino al punto da dirsi “che non era vero”, con la conseguenza che Jamie può essersi sentito un figlio molto deludente.
Quando, nell’ultima puntata, Jamie informa i genitori che cambierà la sua dichiarazione, essi non appaiono in grado di parlarne né con lui né tra di loro. Colpisce inoltre la loro apparente insensibilità nei confronti della figlia imbarazzata dalle loro effusioni in auto.
Questi elementi non sono tuttavia sufficienti a comprendere, e tantomeno a prevedere, lo scatenarsi della furia omicida di Jamie; non si evince dal racconto se ci siano stati ulteriori specifici traumi nella vita del ragazzo. Nel complesso, la famiglia del protagonista, che ha anche una sorella che sembra dotata di qualche capacità empatica, non sembra peggiore di tante famiglie affannosamente catturate dagli impegni quotidiani e in difficoltà a connettersi emotivamente con se stessi e con figli adolescenti, che richiederebbero tempo, dedizione e strumenti non scontati. C’è tuttavia un elemento significativo che merita di essere sottolineato: i genitori di Jamie, escluso un fugace momento di commemorazione sul luogo del delitto, da lì in poi non hanno un solo pensiero per la vittima. Certo, sono chiusi nel loro dolore, ma Katie resta poi sempre sullo sfondo delle loro discussioni, come sottolinea, in un breve commento nella prima puntata, la poliziotta che contribuisce all’indagine.
Il pensiero per la vittima non compare neppure nella scena finale, quando i genitori sembrano riuscire a contattare finalmente il dolore per la sorte del figlio e a chiedersi se avrebbero dovuto e potuto fare qualcosa di più. Questo elemento, estremamente significativo, segnala quanto l’altro, in questo caso Katie, sia assente nella mente dei genitori di Jamie, portando lo spettatore a ipotizzare che difficilmente essi possano avergli trasmesso quella attenzione all’altro, quel rispetto per l’altro da sé che costituisce uno dei compiti fondamentali nell’educazione emozionale e affettiva di un bambino. D’altra parte, volendo avanzare congetture sulla psicodinamica familiare, il racconto che il padre fa della propria adolescenza permette allo spettatore di scoprire in lui (i coetanei lo chiamavano “muoio dissanguato - I’m bleeding”) una fragilità e una vulnerabilità che rimane inconsapevole sia a lui stesso che alla moglie. Questa vulnerabilità non elaborata è una delle radici della sua intolleranza nei confronti della fragilità del figlio che “non può vedere”, e che probabilmente è stata trasmessa, per vie inconsce, al figlio.
FB: In Gran Bretagna, dove è stata scritta e prodotta, Adolescence è arrivata fino al Parlamento, che ne sta promuovendo la visione nelle scuole. Anche in Italia si parla molto di interventi di educazione all’affettività, riferendosi però soprattutto alle scuole medie e superiori. Lei qui però parla di “educazione emozionale e affettiva di un bambino”. Cosa intende?
IR: Credo questo sia un punto ancor più essenziale. L’educazione affettiva e sessuale non nasce nell’adolescenza, ma comincia agli albori della vita, nella primissima infanzia, nell’attenzione e nel rispetto della madre (e in generale di coloro che si prendono cura dell’infante) per il figlio come altro da sé, da scoprire con dedizione, curiosità, attenzione e pazienza. Per questo, ancora prima dell’educazione sessuale ed emotiva nelle scuole, bisognerebbe sostenere la genitorialità, pensare a possibili strumenti che aiutino i genitori a comprendere i loro figli fin dalla più tenera età, sopportando le frustrazioni che derivano dalla loro inevitabile alterità e insegnando nel contempo ai figli, fin da bambini, a tollerare le frustrazioni e i limiti, favorendo così la loro crescita emozionale.
FB: Pochi giorni fa, il Corriere della Sera ha pubblicato un intervento di Giacomo Fasola che sposta il focus della serie dall’adolescenza alla paternità. La domanda che il giornalista pone ai padri millennial è “siete sicuri di essere migliori dei vostri padri?”. Forse si è dato troppo per scontato di esserlo e ora, come sostiene l’autore, abrogato il “vecchio” modo di essere padri, manca un vero nuovo modello di riferimento.
IR: Non dobbiamo avere nostalgia del modello paterno autoritario ma credo dovremmo avere ben presente che quel modello, coi suoi difetti, era capace di porre limiti e regole chiare. La difficoltà dei genitori nell’assumere funzioni paterne limitanti e dunque anche strutturanti può essere fonte di sofferenza, specie in un’età delicata come quella dell’adolescenza.
Credo che un problema specifico della nostra epoca, caratterizzata, perlomeno in Occidente, anche da una preoccupante denatalità, sia rappresentato dal fatto che il figlio, spesso unico, sia oggetto di un investimento maggiormente narcisistico che oggettuale da parte dei genitori. In parole più semplici, intendo dire che il figlio viene a rappresentare per il genitore - e nello specifico di Adolescence, Jaime per suo padre - colui che dovrebbe realizzare i desideri frustrati del genitore, ed essere quindi bravo, bello e performante; in nome di questo ideale narcisistico, spesso ai figli non vengono quindi posti limiti e, per converso, il loro limiti non vengono tollerati: non può essere vero che Jaime non sappia giocare a calcio e non sia bravo della boxe. Il padre volta la testa dall’altra parte, non vuole vedere. A ben pensarci, non di rado sono le aspettative narcisistiche dei genitori a rendere deludenti i figli ai loro occhi e, ovviamente, ad accrescere la fragilità narcisistica dei figli.
FB: Queste modifiche, che sembrano di fatto mutazioni antropologiche, che impatto hanno sul lavoro con i pazienti?
IR: Succede sempre più di frequente anche nei nostri studi che ci troviamo a intervenire non tanto per disvelare conflitti inconsci, ma anche per porre limiti e creare spazi di pensiero. Questo avviene lì dove i ragazzi tendono a mettere in atto comportamenti dei quali fanno fatica a cogliere il senso e a compiere azioni nelle quali la consapevolezza dell’esistenza e dell’alterità dell’altro appare assente.