Registi: Francesco Barozzi, Carlo Battelli, Roberto Cavana, Emanuele D’Antonio, Giuseppe Ferreri, Domenico Guidetti, Mirco Marmiroli, Marco Maselli, Corrado Ravazzini, Nicola Xella.
Durata 90 min. 2014.

Venerdì 22 Maggio 2015 i curatori della serata, Cinzia Carnevali, Manuela Martelli, Gabriella Vandi, per il Centro Psicoanalitico di Bologna, in collaborazione con la cineteca di Rimini e il progetto Sisma Emilia, hanno commentato il film “Tellurica - Racconti dal cratere” che è uscito in DVD nel 2014.

Questo film è nato dal “Progetto Sisma Emilia”, in seguito al terremoto del 2012: alcuni creativi, registi, attori, addetti ai lavori, produttori indipendenti e autori emiliani, si sono riuniti per realizzare un film collettivo, composto di dieci cortometraggi che ripercorrono il dramma del terremoto, avvenuto a Maggio 2012. Dieci storie, rivisitate a tre anni dal sisma, per non dimenticare e per offrire un’occasione di solidarietà alle persone che hanno subito il dramma del terremoto (i proventi della vendita dei DVD sono stati devoluti in beneficienza).

Questa tragica realtà ha creato ferite profonde, interne ed esterne, che non si rimargineranno facilmente perché, di fronte a catastrofi di questa entità, l’individuo è messo in contatto con vissuti d’impotenza, tanto più traumatizzanti se vengono a mancare gli strumenti per elaborare il dolore.

Nella serata del 22 maggio, insieme al regista Nicola Xella, è stato possibile dialogare con il pubblico, intorno ad alcuni interrogativi che il film propone e che riguardano il turbamento davanti a simili catastrofi che ricordano il limite, la caducità, la morte, ma anche la resilienza umana e la capacità di tollerare l'imprevisto, l'ignoto, l'incertezza.

Qui di seguito riportiamo molte delle cose che sono state pensate e dette quella sera, da chi commentava, come risposta alle domande del pubblico.

Il terremoto mette in contatto l’uomo con sentimenti d’impotenza e di finitudine. Come possiamo non rimanere turbati da catastrofi che ricordano il nostro limite? Quanto siamo in grado di tollerare l'imprevisto, l'ignoto, l'incertezza? Questi sono solo alcuni degli interrogativi che il film propone con la sua visione.

Di fronte a traumi così potenti, ci sono cose difficili, non solo da dire, ma anche semplicemente da pensare e in questo senso le immagini soccorrono la parola!

Questi interessanti corti, infatti, rappresentano un tentativo creativo di elaborare il trauma, attraverso le immagini, molto suggestive ed emozionanti, che aiutano a rivivere e ripensare un dramma di 3 anni fa, quasi dimenticato dai media, ma drammaticamente presente nella vita delle persone che si sono sentite sradicate improvvisamente dalla loro realtà e dalle loro abitudini.

Ognuno di noi può immedesimarsi in alcune emozioni sollecitate dai cortometraggi che (sono), come un’opera d’arte o una poesia (e), catturano nello spettatore emozioni intense e personalissime perché i protagonisti non secondari di questa pellicola sono i fantasmi, le fantasie inconsce che appartengono allo spettatore e che la scena fantasmatica, attivata dallo schermo, non può fare a meno di risvegliare.

Non tutte le persone che hanno subito il terremoto hanno potuto elaborare le esperienze drammatiche sperimentate. Nell’elaborazione di un vissuto è implicita una trasformazione psichica dell’esperienza che richiede molto tempo poiché certe emozioni, a volte sono ritenute inizialmente impensabili.

Inoltre, il terremoto come evento esterno, è vissuto diversamente secondo i “terremoti” interni della vita di ciascuno. Chi ha perduto un genitore da bambino, potrebbe vivere la perdita della propria casa, in seguito al terremoto, con maggiore angoscia di qualcuno che non ha fatto la stessa esperienza. Perdere un genitore quando si è piccoli e dipendenti, è un’esperienza terribile che può essere riattivata dalle scosse sismiche, che ricordano il “terremoto emotivo” dell’infanzia.

Un’esperienza traumatica può essere elaborata diversamente anche secondo il contenimento emotivo che la vittima riceve: il corto “Lettere dal fronte” (Regia e sceneggiatura Roberto Cavana) è una bellissima trasformazione poetica della tragedia, vista dagli occhi di un bambino, che ricorda per certi aspetti “La vita è bella” di Benigni; in esso, la capacità della madre di proteggere il figlio dalla realtà traumatica, rielaborandola attraverso significati più affrontabili per una mente fragile e immatura, rende quest’esperienza più sopportabile.  E' grazie al Capitano/madre, figura rassicurante che garantisce la fiducia nel combattimento, che il piccolo narratore riesce a sentire la forza del suo combattere e a non soccombe di fronte alla paura del nemico/terra, che si muove sotto di lui. I momenti conviviali dell'episodio sono poi evidente possibilità di allearsi contro i nemici, esterni e interni; è in questo combattere insieme, potersi fare carico di una speranza condivisa, che il trauma spaventa meno e viene a poco a poco elaborato. Attraverso il disegno e la creazione di una storia fantastica, il piccolo combattente riesce a dare un senso nuovo alle vicende dolorose che sta attraversando, nel tentativo di contenere e superare le paure, i dolori e le angosce. E questo diventa possibile quando è fatto insieme con qualcuno.

In altri casi invece, come nel primo cortometraggio “4.04 Time not found” (Regia: Giuseppe Ferreri), sembra che il trauma possa solo congelare le emozioni, crea uno spazio di silenzio e d’isolamento. Si vive come sospesi, evitando di comunicare per non mettere in moto emozioni difficili da riconoscere e rivivere. In questo modo la vittima del sisma si protegge dalle paure e dalle angosce, ma s’impedisce anche di andare oltre. Nel corto c'è un senso d’immobilità e di paralisi. Un clima di sospensione e di attesa domina su tutto. Time not found: non c'è il tempo del ricordo, non si può ripensare al passato, non c'è lo spazio per il presente, sospeso, e dunque non si può rielaborare, né progettare il futuro.

Nel secondo corto, “You had to be there” (Regia: Domenico Guidetti), sono rappresentate, invece, varie modalità di rielaborare un evento traumatico che coinvolge da lontano, permettendo di tenere diverse distanze possibili. Il trauma descritto è il terremoto dell'Aquila, che è vissuto attraverso le immagini televisive cui assiste una famiglia dei luoghi del recente terremoto. La madre sembra partecipare impotente all'evento, profondamente commossa e impaurita, ascolta le notizie e forse, anche le sue emozioni interne; il padre sembra non voler pensare e comunica alla famiglia: “Torno a letto”, come se non riuscisse a stare di fronte all'evento, con le emozioni che ne derivano. Uno dei due fratelli minimizza, giocando sull'accaduto: anche lui, come l'anziano padre, è incapace di fronteggiare l'impatto con un’emotività che potrebbe travolgerlo. Il ragazzo che parte con il suo gruppo della Protezione Civile, affronta l’evento andando sul luogo a portare soccorso: sembra cercare un tentativo di riparazione, fronteggiando la realtà e contenendo l’angoscia attraverso l'opera di ricostruzione. Il cortometraggio ci permette di ripensare a quella tragica realtà del 2012, entrando in contatto con alcuni di questi vissuti. Tutti noi, di fronte ad esperienze così drammatiche ci troviamo di fronte ad un bivio, con molteplici emozioni e diverse direzioni possibili da seguire.

I luoghi in cui le persone sono vissute fino a quel momento, sono stati sfigurati dal terremoto: i luoghi sono importanti perché racchiudono pezzi della nostra storia. Sono equivalenti alle fondamenta del Sé. Dopo un terremoto, il “Luogo” si trasforma in uno spazio vuoto, in un “Non-luogo”, perché non è più riconosciuto come rappresentante simbolico della persona.

In “Happy Birday Rovereto” (Soggetto, regia, fotografia Nicola Xella), incontriamo un luogo sfigurato e sinistro. È uno dei cortometraggi in cui l’aspetto di Non-luogo appare più evidente. Il Clown, con il suo volto triste e i palloncini colorati, è fuori posto, paradossale, come lo sono gli spazi che prima erano abitati e pieni di vita, mentre ora sono spenti, luoghi vuoti appunto!

Il sisma, infatti, interrompendo con le sue devastazioni, la continuità del territorio, produce la perdita di tutti i punti di riferimento che caratterizzavano la vita delle persone: non solo si perde il luogo, come spazio conosciuto e sicuro, fonte di riconoscimento, ma si perdono anche la rete delle relazioni sociali, le abitudini, le frequentazioni e infine, le “cose” (la casa, i propri oggetti personali, la privacy!).

Nel corto “4.04” (Regia Marco Maselli) è rappresentata una donna matura che assiste impotente al crollo della sua casa. Il suo volto è immobile mentre tutti gli oggetti precipitano, intorno a lei. Le crepe nel muro sembrano rilevare la tragedia dell’evento. La musica è triste e pesante, a tratti drammatica. Dopo la prima scossa, col volto immobile, dice: “La mamma, la casa”. Due esperienze primarie e fondanti. Alle scene tragiche delle scosse, si alternano immagini di vitalità: un cavallo in un prato, un neonato in braccio a sua madre, il tenersi per mano, esperienze che rappresentano un sano tentativo di riconnettere i legami che il terremoto tende a slegare. Il regista sembra voler porre l’accento sulle potenti pulsioni di vita che possono contrastare il senso di disperazione nato da un crollo, capace di mettere tutto sottosopra.

Il terremoto, infatti, espone a un’angoscia di discontinuità e a un senso di fragilità, illustrata nei corti anche attraverso le crepe sui muri, “ferite” esterne che rimandano a “fratture” interne dell’individuo, tragicamente esposto a una natura dalla forza incontrollabile. È questo il senso del corto “Il respiro del gigante” (Regia e sceneggiatura: Emanuele D’Antonio), dove il barbone alla fine della scossa che lo fa cadere, arrabbiato e turbato da questa reazione inaspettata della terra, che esala un enorme, inquietante respiro, la interpella direttamente: “Ohi te, proprio di qui dovevi passare?

La terra che si sposta e vibra, richiama il nostro limite, la nostra impotenza. Molte aree nel mondo sono a rischio, come la zona di San Francisco, l’Asia, il Nepal, la Tailandia, l’Italia e si prevede che fenomeni tellurici continueranno ad accadere, ricordandoci la nostra fragilità. Il cinema, attraverso il prezioso strumento delle immagini, dà voce a queste percezioni d’inadeguatezza umana di fronte alle forze della natura come nel film “Melancholia” di Lars von Trier’s ( 2011), dove viene descritta l’attesa catastrofica di un astro che colpirà la terra, producendone la scomparsa o può risvegliare il senso di fascino che si può provare di fronte a certi eventi naturali, come nel film “Il giovane favoloso” di Martone, dove la scena dell’eruzione del Vesuvio mette in contatto lo spettatore con il potere affascinante della natura.

E’ comunque doloroso riconoscersi vittime del cataclisma e ci si trova di fronte a una catastrofe interna ed esterna. Nulla rimane più come prima: tutto è cambiato! Si tratta di un cambiamento epocale che ricorda la nascita, il trauma più antico dell’individuo, la perdita della propria “casa uterina”, del contenimento e del calore.

Otto Rank, uno psicoanalista contemporaneo di Freud, ha definito “Trauma della nascita” (1924), questo tipo di angoscia primaria, caratterizzata da un sentimento di insicurezza e precarietà che origina dalla nascita e accompagna l’uomo per tutta la vita. La vittima del sisma può sviluppare la fantasia di una madre terra cattiva che divora e distrugge, ma anche l’idea consolante di una madre che l’ha risparmiato.

Per rimanere nella metafora, i reduci di un trauma hanno bisogno di una “levatrice”, di un gruppo di persone, di legami che si ricostituiscano, intesi come occasioni feconde che possano offrire nuove matrici di pensiero; in questo modo è possibile ridare pensabilità agli eventi traumatici e, attraverso l’attività simbolica di cui la parola è strumento, ritrovare una “casa” per un pensiero nuovo, per un nuovo progetto di vita.

Nel corto “Anniversario” (Scritto e diretto da Francesco Barozzi) incontriamo il dramma di un uomo anziano che rivive il “lutto” di perdere definitivamente la propria casa pericolante che sarà abbattuta dopo un anno dal terremoto. La figlia lo cerca disperatamente tra i luoghi sfigurati dal sisma dove ricompare l’immagine del clown triste, incontrato nel cortometraggio “Happy Birday Rovereto”. L’anziano padre è lì, immobile a osservare ciò che rimane della sua casa. Sembra un lutto inaccettabile! Chiude gli occhi turbato. “Tu cosa vuoi fare?”, chiede la donna. “Voglio stare ancora un po’”. C’è bisogno di tempo. Il lutto ha bisogno del suo tempo per ricucire le ferite ancora aperte e rendere sopportabile la separazione.

In “Wang” (Regia di Mirco Marmiroli) il regista ci propone il dramma dell’uomo straniero che cerca di riprendere la vita di tutti i giorni, dopo il terremoto. Per lui è più difficile, perché non ha superato la disperazione per la perdita del suo bimbo, morto in precedenza in un’altra parte del mondo. Parla in un’altra lingua, ma il suo dolore è ugualmente comprensibile, perché è il linguaggio universale della disperazione e del lutto: “Nessuno lo conosceva, lui non esisteva, esisteva solo per noi. Se n’è andato nell’ombra”….“Da dove si ricomincia”? La vita per Wang, ora, è come un foglio bianco che fa paura.  In Cina, la politica del figlio unico ha reso più drammatica la perdita di un bimbo.

Può essere importante riconoscere che vi sono emozioni naturali e fisiologiche, primitive, come lo sgomento e l’angoscia di fronte a questi eventi drammatici, che non hanno valenza patologica, perché la sofferenza è una reazione e il lutto ha bisogno del suo tempo, per fare il suo percorso.  Il ruolo dello psicoterapeuta, in questi casi, non è fare “psicoterapia del trauma”, ma lavorare nella dimensione sociale, gruppale e comunitaria, per riconnettere relazioni che il trauma tenderebbe a slegare, aiutando le persone a contestualizzare in un ambito psicosociale più ampio, il disagio individuale. Si tratta, infatti, di un evento privato, ma soprattutto sociale, collettivo, familiare e comunitario.

In questo modo diventa possibile ridare movimento alla storia di ognuno, superando l’isolamento e le cristallizzazioni patologiche che il trauma potrebbe attivare. La solitudine, infatti, è una delle possibili conseguenze: la capacità elaborativa si blocca più facilmente se le persone si chiudono e s’isolano, riducendo l'ascolto dell'altro e di se stessi, come nel corto “L'occasione” (Sceneggiatura e regia: Corrado Ravazzini), dove è rappresentata all’interno di una coppia, una profonda solitudine relazionale che porta i due protagonisti a dolorose incomprensioni e a non riconoscere mai il momento giusto per festeggiare.

In “Shell shock radio” (Regia e soggetto: Carlo Battelli), la solitudine della vittima si trasforma in isolamento. Il protagonista del corto vive il profondo terrore di tornare nella sua casa e preferisce vivere in auto, rinunciando all’abitazione che fa paura: si cambia d’abito in auto, dorme in auto, lo stesso piacere sessuale è vissuto frettolosamente in auto e sembra più un momentaneo tentativo di fuga dalle angosce, che una ricerca di contatto e di piena soddisfazione. La casa non rappresenta più il rifugio, il luogo sicuro. La persona vive un disagio claustrofobico di origine traumatica e riesce a stare solo in luoghi aperti. La radio sembra offrire l’unico contatto con gli altri. La condivisione di alcuni gesti simbolici, come l’esultanza collettiva per il goal dei mondiali di calcio, può riuscire a spezzare quell'isolamento.

Attraverso questi dieci cortometraggi, si è potuto pensare insieme a come ci siano  eventi, nella vita, improvvisi o previsti, che sovrastano le nostre naturali capacità di risposta; di fronte a questi avvenimenti non riusciamo, non possiamo reagire come sarebbe meglio per noi: sono eventi traumatici. Uno tra questi è il terremoto, un accadimento naturale e tremendo che porta con sé la distruzione delle cose, delle vite, delle abitudini, della fiducia che riponiamo in noi stessi e nella “madre terra” che ci ospita. Attraverso le immagini,  lo spettatore entra in contatto con un caleidoscopio di emozioni intense e drammatiche che mostrano diverse possibili posizioni, tutte legittime, con cui è affrontato questo evento traumatico; il trauma vissuto dalle persone coinvolte può ripresentarsi negli incubi e nella coazione a ripetere, vibrando e risuonando all'interno dell’individuo e persino nel suo corpo. Lo sguardo e la sensibilità dei registi hanno permesso ai racconti di prendere forma, in maniera originale e autentica, consentendo allo spettatore di accostarsi a storie dolorose o tragiche che talvolta fanno emergere angosce primitive e insicurezze che sono dentro di noi e che possono riecheggiare con intensità diverse, secondo la storia di ciascuno e della precocità delle esperienze traumatiche, subite in precedenza.

giugno 2015

 

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