RIFLESSIONI ATTRAVERSO TRE FILM:
“CINQUE SECONDI”, Italia, 2025, 1h45m
“FATHER MOTHER SISTER BROTHER”, Usa, 2025, 1h51m
“LA GRAZIA”, Italia, 2025, 2h13m

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Ricordo che molto tempo fa mi chiesero:

“L’analista fa qualcosa,

oltre a parlare?”

Risposi:

“Sì, tace”

(Bion – seminari Tavistock)

Di recente mi è capitato di andare al cinema a vedere “Cinque secondi” di Virzì e di rimanere colpita per qualcosa che ho percepito come una presenza ingombrante ma silenziosa, sia durante la visione del film, sia dopo, leggendone e parlandone. Mi è parso che ci fosse una grande protagonista innominabile, peraltro soggetto implicito anche del titolo: una morte “pensata”, o forse solo lasciata essere, per amore. A questo proposito viene in mente il saggio “La morte amica” (1995) di Marie de Hennezel, analista junghiana che raccoglie in un libro racconti di anni di lavoro in un reparto di cure palliative, dove incontra persone che si trovano a confrontarsi con il momento ultimo della vita e per le quali, proprio perché non sole ma accompagnate, morire si rivela spesso un’occasione per sperimentare un’intensità e un contatto difficilmente provati prima, una pienezza.

Tornando al film, la trama ruota intorno al cinquantenne Adriano Sereni (Valerio Mastandrea), che vive recluso in un’ex scuderia, cibandosi di sigarette e scatolette, non lavandosi quasi più e osservando con un misto di fastidio e curiosità un gruppo di giovani che si accampano nella villa di fronte, provando a piantare viti e fare il vino, capitanati dalla giovane e ribelle Matilde. Adriano era un avvocato di successo prima che gli crollasse il mondo addosso, lasciandolo “colpevole” e desideroso di espiare una colpa che diviene visibile pian piano, nel dispiegarsi del film. Lui si reca in tribunale, accettando le convocazioni giudiziarie, sia per le insistenze dell’amica ed ex collega Giuliana, sia perché diventa occasione per rivedere l’altro figlio, quello rimasto in vita. Ma non vuole difendersi, anzi pare difendere il suo diritto a portare la colpa con tutto il peso possibile e con tutto sé stesso. Ho usato infatti la parola “colpita”, e forse anche sgomenta, perché attraverso tutto il dispiegarsi del film, salvo nel momento finale, è sotto i riflettori il processo al protagonista - sia interno che esterno - per omissione di soccorso nei confronti della figlia disabile portata a fare il bagno e persa di vista per cinque secondi. Tuttavia, non viene mai menzionato quello che con relativa facilità si immagina o ancora meglio si sente essere stato il possibile movimento interno dello stesso protagonista in quei cinque secondi. Momento in cui doveva decidere se intervenire per salvare la vita di una figlia che gli aveva detto poc’anzi come per lei continuare a vivere sarebbe equivalso a morire, una figlia che lo aveva implorato implicitamente di accompagnarla verso un fine vita, che aveva condiviso con lui il sogno di una evasione possibile, di certo non architettata da nessuno dei due ma poi presentatasi come possibilità. Ho trovato impossibile non sentire che forse l’inconscio del protagonista (e il conscio del regista) abbia voluto rispondere ad una richiesta d’amore in quei cinque secondi, che l’indugiare, anziché come una negligenza, potesse anche essere letto come una paradossale risposta d’amore. E allora il chiedermi, forse in quel momento del film si sente un desiderio di morte per amore? Quando il protagonista di fronte alla domanda del giudice ripercorre dentro di sé quei cinque secondi? Forse la richiesta della ragazza era tanto forte, quanto scandalosa da pensare?transiti 2

Scandalosa perché si scontra con il “si deve” più forte di tutti. Il “si deve” sostenere la vita di un figlio! Eppure si è così impotenti, talvolta. Penso al “si deve” nell’accezione di Heidegger, penso ad “Essere e tempo”, dove non vi è alcun invito ad una morbosità ma un riflettere su come la consapevolezza della mortalità, i momenti che la fanno percepire, siano fondamentali per vivere una vita autentica e per mettere in campo scelte libere. Il “si” impersonale in quest’ottica è utile e serve in primis ad occultare e fuggire tale consapevolezza, “si muore, ma non io, non ora”, serve a mantenere sufficientemente anestetizzati. Poi ci sono i momenti in cui l’angoscia riconsegna al contatto, all’Esserci e ad un progettarsi e agire di conseguenza. In quest’ottica quell’omissione di soccorso potrebbe essere letta come un gesto di massima, forse eccessiva, assunzione di responsabilità rispetto agli eventi, piuttosto che il contrario.

I pensieri evocati da questo film spaziano incredibilmente, vanno anche verso l’Antigone e il suo coraggio, il suo potersi muovere in dissonanza rispetto al patto comune del convivere o ancora verso la concezione della storia del Tolstoj di “Guerra e pace”, che accetta con grande umiltà la condizione umana mentre afferma che la storia dipende solo relativamente dai grandi personaggi di cui leggiamo nei libri, dal loro singolo agire o non agire, si tratta piuttosto di immense e molteplici forze che avrebbero generato un tal fenomeno a prescindere e servendosi di qualcuno che, in quel momento e con determinate caratteristiche (il personaggio, generale o imperatore…), si sarebbe trovato al confluire di quelle forze.

In fondo tutto il film mi pare attraversi con tocco delicato vari paradossi, dei quali quello che vede un gesto amorevole e vitale nel lasciare andare e un accanimento nel curare e dare fiducia, come quasi sadico, sia solo il più eclatante. Ce ne sono altri più piccoli che si sviluppano all’interno del film: l’attrito fra posizioni idealistiche, piuttosto cieche e sorde e posizioni più integrate nei ragazzini che si occupano della campagna. Questi si fanno vanto di valori che sbandierano continuamente, la comunità, la vita, eppure dimenticano l’amica sul punto di partorire. Amica che a sua volta, ancora impigliata nelle maglie dell’onnipotenza adolescenziale non può riconoscere di avere bisogno, mettendo così in pericolo sé stessa e chi porta in grembo. Una lotta per la vita, l’autonomia, la solidarietà che potrebbe risolversi nella morte, nella distrazione fino all’incuria, nella perversione di un sentire che dice altro da quanto si vuole intendere per amore di ideale.

Come in una qualunque seduta psicoanalitica, l’impressione è che per poter sentire cosa passava e cosa straziava in quei cinque secondi, occorra il coraggio di abbandonare protocolli, teorie, senso comune: non si può volere la morte di una figlia e qua viene in mente anche la scrittrice Tony Morrison in “Amatissima” (1987). Abbandonarli per sintonizzarsi con una comunicazione scomoda, con un reale lacaniano, una realtà alla Ambrosiano (2009), che scotta, che salta addosso!

E poi il finale del film, a ricordare che solo la poesia può dire, anzi, circondare, certe cose. Vi è in questi temi qualcosa che trascende la psicoanalisi e rispetto a cui la psicoanalisi deve essere umile, una faccenda più ampia, umana tout court. Chissà che la depressione del protagonista, cui si fa riferimento durante tutto il film,  depressione ben impersonata da un Mastandrea che è maestro nel ruolo, non consistesse in primis del non poter dire a parti di sé di aver percepito nella figlia, e forse risposto, ad un desiderio di morire che è amore per la vita più che per la morte?!

A sollevare questioni simili e ad indicare come talvolta la verità del sentimento usi come tramite privilegiato e di comunicazione il silenzio e/o addirittura l’assenza, il film “Father Mother Sister Brother” di Jim Jarmusch. Il film è ambientato in tre paesi diversi (USA, Irlanda e Francia) e mostra altrettante scene famigliari: un fratello e una sorella vanno a trovare il padre che non vedono da tempo, due sorelle prendono l’annuale tè pomeridiano con la madre, una coppia di gemelli visita per l’ultima volta l’appartamento dei genitori morti in un incidente.

Ora, le prime due parti sono cariche di silenzi, di sguardi pieni di pregiudizi, di non detti che si portano appresso storie lunghe vite intere e solo qualche pizzico di ironia riesce a stemperare l’atmosfera plumbea.

Si percepisce inoltre, sempre nelle prime due parti, un rigido galateo, una forma implicita cui doversi attenere e una qualità dello sguardo: indagatore, troppo presente nel senso del controllare e giudicare. Dapprima i due figli guardano con sospetto un padre vivace ed estroso che sospettano demente e scialacquatore mentre nella seconda parte è l’austera madre a scrutare le figlie e a sentirsi scrutata in un’atmosfera da prestazione che inizia molto prima dell’incontro. La comunicazione verbale di fatto stenta e momenti che sarebbero atti a rinnovare una vicinanza in situazioni lontane finiscono per sancire una distanza. Si ha l’impressione che in queste situazioni, più fa capolino un intento di afferrare qualcosa dell’altro più la dimensione del contatto e dell’intesa viene elusa. Briciole di intesa si percepiscono nei silenzi complici che si muovono ad intermittenza,  negli sguardi a due: prima fratello e sorella, poi le due sorelle, poi una sorella e la madre. Anche la “verità” di alcune critiche e opinioni pare passare per altri canali da quello verbale. Ne risulta l’impressione di una forma piuttosto vuota dove la vita sembra passare solo nei silenzi, negli sguardi, nei gesti intesi ma mai detti. Salvo che nell’ultima situazione, dove è un’assenza: la morte dei genitori, a consentire l’apertura al dolore e il poter dire, il poter trovare un contatto, il poter ridere e il potersi abbracciare.

transiti 3Infine, sul potere del silenzio, o di quanto in mezzo alle parole non viene espresso con le parole, l’ultimo film di Sorrentino, “la Grazia”, la fa da padrone.

Penso alle parole di mia nonna ultranovantenne, “voi non avete capito niente, fate tanto baccano e non avete capito che un silenzio fatto bene può muovere una montagna”. Penso al protagonista del film, uomo di pensiero e di sentimento, ritratto in un immobilismo che è al contempo profonda coscienza della complessità, delle conseguenze, della vita ma che può divenire paradossalmente anche “azione”.

La frase che il regista gli fa dire più spesso è inerente la sua abitudine a chiedere “il tempo per un ulteriore riflessione”, qualcosa che da analisti siamo abituati a valorizzare sempre e che tendiamo a leggere di default come utile ed auspicabile. Tuttavia la grandezza del film sta anche nel sollevare un quesito intorno a questa opportunità, consentendo di leggere la moltitudine di significati che può assumere quel tempo e quella stasi, senza dare nulla per scontato.

Anche in questo film la verità emotiva si sente, non si dice. Si sente e si vede, come è tipico del cinema di Sorrentino e della potenza fotografica che lo contraddistingue. Il protagonista, Mariano De Santis, è un anziano presidente della Repubblica alla fine del suo mandato, appesantito e amareggiato dal lutto di una moglie molto amata e che lo ha tradito, circondato di presenze (figlia, amico, amica) a loro modo intelligenti e vitali, di cui ha stima ma che sente lo guardano con stanchezza, consapevoli che tutti gli hanno dato un soprannome, “cemento armato”, di cui solo lui nulla sapeva. Coco Valori, l’amica, spicca come una sorta di l’alter ego: il fuori protocollo (apparentemente), il botta e risposta, il fuori cornice, la necessità della vita, l’amante necessaria come l’amica necessaria; perché si scoprirà essere stata lei l’amante della defunta moglie.

Mariano si trova ad affrontare dilemmi etici profondi: firmare o non firmare la legge sull’eutanasia e concedere o meno la grazia a due condannati. Lo fa in un confronto costante con la figlia Dorotea, al contempo rispettosa, simile ma anche diversa dal padre.

È grazie al dialogo più o meno silenzioso con Dorotea che diviene evidente, e pare lo colga anche il protagonista, come e quanto il potere possa passare nel silenzio, in un immobilismo che è si ponderatezza e saggezza ma può anche scivolare nell’essere azione e finanche efferatezza spietata, questo pare balzare agli occhi al presidente mentre osserva l’agonia del proprio amato cavallo senza intervenire.

Cosa che fa pensare con gratitudine a situazioni formative in cui analisti di grande esperienza condividono generosamente stralci di loro situazioni cliniche, comprese alcune in cui l’immobilismo e il silenzio lungi dall’essere attesa fertile risultano più vicini ad un agire dell’analista, che qualora riconosciuto può poi consentire importanti trasformazioni. Possibili grazie a questa forma di umiltà rispetto agli eventi, compreso il silenzio e la stasi, che consente di interrogarli sempre e tutti. La psicoanalisi di fatto ci conduce continuamente ad allenare la capacità di stare e di interrogare l’evidente, l’ovvio, anche con un poco di sospetto quando sembra troppo scontato.

All’interno del film spiccano a tal proposito anche il discorso fra il presidente e il generale, in cui confessano l’un l’altro di aver pensato che il diritto o la carriera militare li riparassero dalla sensibilità, e invece…

E poi la reazione del presidente - che decide di calarsi nella realtà e di incontrare chi chiede grazia -  e alla seconda richiesta di grazia, l’impressione che quell’uomo gli sembri “rotto”: un uomo che sa parlare forbito, che tiene testa al dialogo con intelligenza ma del quale non si riesce più a sentire la verità emotiva.

Infine la scena conclusiva, con il robot in primo piano, che apre la strada agli umani, come ad interrogare in modo visivamente imponente in merito a cosa resterà dell’umano.

E forse queste riflessioni, a loro volta, nascono dal pensare che di certo il sentire, il silenzio e il sentire nel silenzio sono e saranno sempre una dimensione prettamente umana.

A conclusione delle conclusioni viene in mente la celebre preghiera di Winnicott, “fa che sia vivo quando morirò!” e pezzi di narrativa come il finale del romanzo “STONER” che di quella preghiera parlano:

Era il suo libro che cercava, e quando la sua mano lo prese, sorrise vedendo la copertina rossa tanto familiare ormai sbiadita e consumata dal tempo. Poco gli importava che il libro fosse consumato e non servisse più a nulla. Perfino il fatto che avesse avuto o meno qualche valore gli sembrava inutile. Non si illudeva di potersi ritrovare in quel testo, in quei caratteri scoloriti. E tuttavia sapeva che una piccola parte di lui, che non poteva ignorare, era lì, e vi sarebbe rimasta. Aprì il libro, e mentre lo faceva, il libro smise di essere il suo. Lasciò scorrere le dita sulle pagine e sentì un fremito, come se quelle fossero vive. Il fremito gli attraversò le dita e corse lungo la carne e le ossa. Ne era profondamente cosciente e aspetto fino a sentirsene avvolto, finché leccitazione di un tempo, simile al terrore, non lo immobilizzò nel punto in cui era steso. La luce del sole, attraversando la finestra, brillò sulla pagina e lui non riuscì a vedere cosa cera scritto. Le dita si allentarono e il libro che tenevano si mosse piano e poi rapidamente lungo il corpo immobile, cadendo infine nel silenzio della stanza.

(pp. 275-277)

Elisabetta Berardi

 

BIBLIOGRAFIA

Ambrosiano L. (2009), Con la realtà addosso, Riv. Psicoanal. Vol 2, 303-324.

De Hennezel Marie (1995), La morte amica, Milano, Rizzoli, 1998.

Heidegger M. (1927), Essere e tempo, Milano, Longanesi, 2005.

Morrison T. (1987), Amatissima, Milano, Mondadori, 2018.

Tolstoj L. (1865-1869), Guerra e pace, Roma, Einaudi, 2018-2019.

 

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