Italia (2025), 102’, presentato all’82° Mostra del Cinema di Venezia (sezione Orizzonti) e in sala dal 9 aprile 2026.

Se c’è una indicazione da tenere in mente quando si ha a che fare con i genitori degli adolescenti, è quella che per loro - come, e forse più che, per tutti gli altri - è sempre molto difficile ricordare davvero la propria adolescenza. Sembra quasi che la “seconda nascita” dei figli attivi nei genitori un funzionamento dissociativo che, allineandosi al principio di differenziazione dei più giovani, allontani non tanto i ricordi, quanto soprattutto i vissuti e le sensazioni di quel tempo.

In questo senso, le creazioni artistiche e culturali possono essere molto più efficaci delle parole nel tentativo di aiutare i genitori a prendere contatto con un mondo che, ora lontano nel tempo, diventa spesso più facile da agire senza preavviso che da riconoscere - e soprattutto tollerare - nei propri figli.

A questo proposito, “Un anno di scuola”, il secondo film della talentuosa regista e sceneggiatrice triestina Laura Samani, riesce nell’impresa non banale, specie per il cinema italiano, di restituire agli adulti un’immagine autentica dell’adolescenza, senza passare per gli estremi patologici che spesso sono più accattivanti da raccontare ma anche più facili da disconoscere.

La storia è semplice e si basa su un’attualizzazione del romanzo omonimo scritto da Giani Stuparich nel 1961, ambientato a inizio secolo, sempre a Trieste.

È il 2007 e Stella, una 17enne svedese prossima alla maturità, si trasferisce in Italia per via del lavoro del padre. Viene iscritta a un ITIS, in una classe di soli maschi, e stringe un intenso rapporto di amicizia con tre ragazzi, tra loro affratellati come può accadere solo in adolescenza. Questo delicato “trapezio” inizia come un branco di cuccioli ma rivelerà poi l’effetto dirompente che l’imporsi dei corpi e dei desideri, delle differenze e di tutto ciò che è sessuale produce sui legami.

Il film di Samani si muove molto bene nel rapporto tra interno ed esterno, tra i desideri e i conflitti dentro Stella e quelli che nascono fuori, nelle relazioni, giocando sul bordo sottile tra amore e amicizia, sessualità e affetto. Sappiamo che l’adolescenza è un periodo di vita nel quale la realtà ha un impatto particolarmente forte, mentre si mescola con la crescita impetuosa del mondo interno, e che questi intrecci sono spesso fondativi per il resto della vita. “Un anno di scuola” mostra bene come il processo di soggettivazione costeggi il confine - in un film dove i confini sono parte importante anche della costruzione formale, come nella scena della dogana slovena - tra l’affermazione di sé e il riconoscimento dell’altro. A fronte di una maturità sessuale evidente, poiché la pubertà è in moto già da tempo, si riconosce in Stella il lavoro del pubertario, come lo definisce Gutton, ovvero l’integrazione psichica delle trasformazioni corporee. Per dirla con l’autore: “la parola pubertà sta al corpo come la parola pubertario sta alla psiche” (1).

Non è casuale la scelta di una ragazza svedese, doppiamente rappresentativa di alterità e di uno stereotipo di ragazza “esotica” ben radicato negli italiani, oggetto del desiderio (anche narcisistico) per eccellenza dei giovani maschi. Stella ha bisogno di fare i conti con la sua pulsionalità interna, intensa ma confusa, e di capire cosa fare del corpo che le è capitato e degli effetti che produce nello sguardo degli altri. In questo senso è chiamata anche a un passaggio più radicale: uscire dalla posizione di oggetto - che comporta oneri ma anche gratificazioni - per diventare soggetto di scelte faticose ma necessarie.

Il film riesce nel suo intento di riportare lo spettatore dentro i sentimenti palpitanti e gli sconvolgimenti brutali dell’età adolescenziale, come risultato riuscito di un’operazione di costruzione narrativa e insieme di recupero genuino della memoria della regista-sceneggiatrice.

A testimonianza di quanto l’autenticità passi anche attraverso la raffinata capacità - e responsabilità - degli adulti di aiutare i ragazzi ad essere se stessi, è notevole il lavoro di casting e di direzione degli attori, tutti esordienti e scelti con cura attraverso una meticolosa ricerca tra i giovani triestini - eccetto la protagonista, a sua volta esordiente.

1) Philippe Gutton : Le pubertaire , PUF Paris 1991, cit. in https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca-psicoanalisi/puberta/

 

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