Che film consiglierebbe ai giovani analisti e psicoterapeuti in formazione? E, forse domanda gemella, le viene in mente qualche film che le ha fatto pensare “questo mostra come funziona quella data teorizzazione psicoanalitica”?
Senza alcun dubbio consiglierei ai giovani analisti e ai giovani psicoterapeuti di oggi il cinema di David Lynch. In particolare la serie TV Twin Peaks (1990-1991, MUBI) e, immediatamente dopo, Velluto Blu (1986), e per un semplice motivo: entrambe queste opere parlano, molto più intensamente di qualsiasi “trattato”di psicoanalisi, della presenza costante dell’inconscio, cioè di un universo collaterale che ci attraversa - come l’Essere heideggeriano, potremmo dire, guardando il cinema e la psicoanalisi con il “terzo occhio” della filosofia. Un inconscio “immanente”, quello di Lynch, legato alle vicissitudini della sessualità e del corpo, universo oscuro e parallelo, al di là dell’idillio apparente della “normalità”.
Consiglierei poi come film più recente It Follows (2015), di David Robert Mitchell, che declina in modo magistrale e innovativo, secondo la drammaturgia horror, i temi del fantasma e del transegenerazionale. Tematiche molto attuali e urgenti nella clinica contemporanea. Più dettagliate informazioni su questo importante film si possono trovare nella mia “recensione psicoanalitica” nel mio libro “La porta nel buio” (2024).
Sempre in tema di sogno, fantasma e transgenerazionale, consiglierei senz’altro ai giovani colleghi la visione della filmografia completa di Ari Aster, che approfondisce le disfunzionalità familiari in modo molto raffinato. Si vedano in particolare: Hereditary (2018), Midsommar (2019, Sky-Now) e soprattutto Beau ha paura (2023), tutto centrato sul senso di colpa inconscio e sui suoi effetti traumatici sulla mente del soggetto.
Le chiedo ora di tracciare un percorso evolutivo tramite quattro film, uno per ogni età della vita: infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia.
Infanzia:
I 400 colpi (1959) di Francois Truffaut; Inside Out (2015, Disney+) di Pete Docter;
Adolescenza:
La rabbia giovane (1973) di Terrence Malick; Microbo e Gasolina (2015, Prime Video) di Michel Gondry; Paranoid Park (2007) di Gus Van Sant; La vita di Adele (2013), di Abdellatif Kechiche.
Età adulta:
American Beauty (1999, Sky/Now) di Sam Mendes; L’ultimo bacio (2001, Disney+), di Gabriele Muccino; La stanza del figlio (2001, Disney+) di Nanni Moretti.
Vecchiaia:
Il posto delle fragole (1957, MUBI/MyMovies) di Ingmar Bergman; The Visit (2015) e Old (2021, Infinity+) di M. Night Shyamalan; Ella e John (2018, RaiPlay) di Paolo Virzì.
Le serie TV hanno trasformato il modo di raccontare attraverso gli schermi, dilatando i tempi e permettendo scritture di ampio respiro ma allo stesso tempo producendo una quantità enorme di materiale spesso di scarso valore nel quale ci si può perdere. Quale pensa sia stata una serie capace di lasciare qualcosa di significativo?
Molte sono le serie TV che hanno lasciato un segno nell’immaginario collettivo. Credo che la serie che maggiormente abbia saputo trattare il tema del personaggio e della sua evoluzione narrativa, nonché abbia coinvolto generazioni di spettatori, sia stata Breaking Bad (2008-2013, Netflix) creata da Vince Gilligan.
I film di genere (horror, giallo, fantascienza, ecc.) sono stati spesso sottovalutati dalla Critica, quella con la C maiuscola, venendo trattati come film “di serie B”, sia per forma che per contenuto. Eppure, aldilà degli aspetti di intrattenimento che li contraddistinguono, possono talvolta permettersi di affrontare tematiche importanti e di farlo con forza e creatività. Ce ne può consigliare qualcuno?
Nel mio libro “La porta nel buio. Uno sguardo psicoanalitico sul cinema horror” (2024), tratto ampiamente questo tema. Il cinema horror è il “genere” che conosco meglio, sebbene in generale non sia d’accordo sulla suddivisone dei film in “generi”. Un film è un’opera d’arte che sul piano estetico può aver qualcosa da dire oppure no, può ampliare la conoscenza dell’essere umano (in senso heideggeriano) oppure no, al di là di ogni “genere”. La tragedia greca, oppure quella latina di Seneca, oppure quella elisabettiana di Shakespeare, oppure ancora il teatro di Samuel Beckett, possono essere per converso visti come “genere horror”, o “fiction”. Ma allora, se prendiamo questa deriva categorizzante e riduzionistica, anche il “sogno” in psicoanalisi può essere visto come “fiction” e derubricato come concetto operazionale insignificante. Cosa che ovviamente non è.
Qual è per lei un film sconosciuto o dimenticato che pensa invece meriterebbe di essere scoperto o riscoperto?
L’infernale Quinlan (1958) di Orson Welles, sempre molto attuale, ma poco spesso citato, riletto e pensato, perché molto ha ancora da dirci sul mondo contemporaneo.
Molti film si sono occupati di temi esplicitamente psicoanalitici o, più in generale, di salute mentale. Quali secondo lei i più meritevoli?
Qualcuno volò sul nido del cuculo (1976) di Milos Forman; Shining (1980, Sky/Now) di Stanley Kubrick; Memento (2000) di Christopher Nolan; Shutter Island (2010, TimVision/Infinity+) di Martin Scorsese; Joker (2019) di Todd Phillips.
Un’ultima domanda, affidandoci alle libere associazioni: un solo titolo, un film rimasto fuori da queste domande che affiora alla memoria e che per qualsiasi motivo reputa imperdibile.
Povere Creature! (2023, Disney+/Sky/Now) di Yorgos Lanthimos è il primo film che mi è venuto in mente per associazione immediata.
Angelo Antonio Moroni è Psicologo, Psicoanalista Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e Full Member dell’International Psychoanalytical Association, è stato redattore responsabile della sezione Cinema e Psicoanalisi di Spiweb dal 2016 al 2024. Oltre ad articoli scientifici su riviste italiane e straniere, ha pubblicato vari lavori sull’adolescenza, tra cui, con Beppe Pellizzari, “Una stanza tutta per me. Manuale di Psicoterapia psicoanalitica dell’Adolescenza” (2021).
Si occupa dei rapporti tra Cinema e Perturbante, in particolare nel suo libro “Sul Perturbante” (2019). Da anni scrive recensioni psicoanalitiche di film, tra cui ricordiamo un commento a “L’esorcista” di William Friedkin (1974) per i cinquant’anni della sua release, per il sito del Centro Veneto di Psicoanalisi. La sua ultima pubblicazione è “La porta nel buio. Uno sguardo psicoanalitico sul cinema horror” (2024).