In attesa del Festival di Psicoanalisi e Letteratura la psicoanalista Alessandra Ginzburg ci regala un contributo che si interroga su cosa la letteratura può insegnare alla psicoanalisi attraverso l'intreccio di due Autori importanti e preziosi: Proust e Bion.

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 2026 festival Ginzburg

Alessandra Ginzburg è psicoanalista con funzioni di training presso la SPI. Ha studiato letteratura francese con Francesco Orlando e Arnaldo Pizzorusso ed è laureata in Psicologia. Si è dedicata in particolare alla diffusione del pensiero dello psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco e dei rapporti fra letteratura e psicoanalisi. Sul versante clinico ha pubblicato, oltre a vari saggi, La stoffa di cui sono fatti i sogni e le emozioni (Alpes 2020) e su quello letterario La Recherche di Proust e gli esiti del bacio negato (Alpes 2025).

 

Proust alla ricerca di O

Alessandra Ginzburg

Questo breve testo è frutto di una riflessione che da anni conduco sui rapporti fra Letteratura e Psicoanalisi e che potrebbe essere riassunta in questi termini: cosa insegna la Letteratura alla Psicoanalisi? La domanda intende proporre quello che per il Freud della Gradiva era un assioma indiscutibile, cioè che il poeta “è sempre stato il precursore della scienza e anche della psicologia scientifica”. Con l’andare del tempo questo presupposto fondamentale ha perso nella sua opera altrettanto valore, e la tentazione di psicoanalizzare i personaggi nelle famose riunioni del mercoledì è diventata sempre più forte. Il risultato è stato quello di fare assumere alla psicoanalisi il ruolo della mosca cocchiera, in grado di svelare i significati reconditi dell’opera d’arte. Di conseguenza il rapporto con le verità presenti di per sé nel testo letterario è andato perduto, e sempre più è avvenuta anche nella critica letteraria una sovrapposizione impropria fra l’autore e la sua opera. Proust usava dire che questa distinzione fra chi scrive e la sua vita privata andava assolutamente salvaguardata: lo scrittore è come Jekill e Hyde: se uno di loro è presente, l’altro non c’è.

Un compromesso già più interessante è rappresentato dal lavoro di un critico non psicoanalista che ha studiato le metafore ossessive presenti negli scritti di un singolo autore per risalire al suo mito personale. Celebre, in proposito, il suo saggio su Mallarmè.

A mio parere è invece più significativo il contributo offerto dalla psicoanalisi quando si serve dei suoi strumenti per una lettura parallela che metta in risalto le significative anticipazioni che provengono dal testo letterario, quando se ne studiano con attenzione tutte le implicazioni. In questo modo, ad esempio, viene messo in risalto il contributo di Balzac alla comprensione del funzionamento del pensiero così come l’apporto ineguagliabile di Proust sull’inconscio e sulle emozioni.

Il breve scritto che segue intende essere una esemplificazione parallela di questo approccio a partire da due grandi ricercatori della psiche: Proust e Bion.

Perché un parallelo fra Proust e la ricerca di O? Bion parla spesso della creazione artistica come esperienza della cosa in sé e in uno dei seminari inediti cita Proust insieme a Joyce e Shakespeare per indicare come soltanto la letteratura può esprimere l’indicibile.

Comunque, un parallelismo fra la Ricerca del Tempo perduto e la formulazione di O riserva molte sorprese. Come è noto, il protagonista del romanzo, che ha vanamente cercato di realizzare la propria vocazione di scrittore attraverso una serie inconcludente di sperimentazioni, si ritrova in modo del tutto inaspettato a vedere riemergere una parte cospicua della sua infanzia grazie al sapore di un biscotto inzuppato nel tè. Immergendosi nelle sue sensazioni trova una momentanea via di accesso alla propria storia passata ma senza però rendersi ancora conto delle condizioni che hanno messo in moto il processo di illuminazione estatica. Retrospettivamente comprende però che tutte le ricerche da lui compiute per ritrovare a livello volontario momenti simili a questo non lo hanno condotto da nessuna parte. Solo quando più esperienze non ricercate e non volute gli aprono definitivamente le porte dei misteri del Tempo Ritrovato, il Narratore capisce che è l’incontro casuale fra due impressioni analoghe a renderlo incurante delle vicissitudini del futuro: “Un istante affrancato dall’ordine del tempo ha ricreato in noi, per sentirlo, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo” (RTP IV, p.550). La memoria involontaria, che nulla ha a che vedere con il ricordo comunemente inteso, permette di cogliere l’essenza generale delle cose, proprio perché obbliga ad accantonare l’intelligenza, che solo in un momento successivo servirà a decifrare e a comunicare “la figura di ciò che si è sentito” (ibidem, IV p. 579).

Proprio come suggerisce Bion, K diventa un ostacolo ad O e va abbandonato insieme alla memoria e al desiderio. Soltanto in un secondo momento K ritroverà un’utilità nel tradurre verbalmente l’esperienza altrimenti ineffabile. In Attenzione e interpretazione Bion utilizza il segno O per “indicare la realtà ultima rappresentata da termini come realtà ultima, verità assoluta, divinità, infinito, cosa in sé”. O “non ricade nel dominio della conoscenza o dell’apprendimento, se non in modo casuale. Si può soltanto diventare O, non conoscerlo:” Ḗ oscuro e privo di forma, ma entra nel campo di K quando si è sviluppato fino a un punto in cui può essere conosciuto per mezzo della conoscenza consentita dall’esperienza e formulato in termini tratti dall’esperienza sensibile; la sua esistenza viene congetturata fenomeno logicamente” (p. 39).

La critica che Bion fa della memoria e del desiderio nell’esperienza analitica ricorda la distinzione che Proust descrive in diverse parti del suo romanzo fra una ricerca in direzione sbagliata, in cui opera la volontà di raggiungere una meta (in questo caso la ricerca di una vocazione artistica) e la ricerca in direzione giusta, tutta casuale, involontaria: “Ma proprio a volte, nel momento in cui tutto ci sembra perduto, giunge l’avvertimento che può salvarci; abbiamo bussato a tutte le porte che non danno su niente e la sola attraverso la quale si può entrare, e che avremmo cercato invano per cento anni, l’urtiamo senza saperlo, e si apre”(RTP IV, 542).

In diversi momenti della sua vita il Narratore aveva provato sensazioni che portavano nella direzione di una rivelazione, ma non era stato in grado di approfondirle, di lasciarsi andare alle sensazioni olfattive e uditive in grado di illuminarlo. Ora, inciampando in un selciato sconnesso riscopre la felicità suscitatagli in vari momenti della sua vita e di cui non aveva mai compreso il significato, rinviandone la ricerca. Il Narratore sente che gli viene, attraverso quel gesto, restituita un’esperienza avvenuta in un altro momento con tutte le sensazioni ad essa collegate. Ḗ un primo avvertimento, ma non è ancora sufficiente. Il secondo arriva quando è il rumore compiuto involontariamente da un cameriere urtando un piatto con un cucchiaio a far rinascere – collegata ad un rumore della ferrovia - quel filare di alberi che invano aveva interrogato lungamente durante un viaggio. Con l’attenzione ormai desta il Narratore coglie infine nell’atto di forbirsi la bocca con un tovagliolo inamidato l’identica sensazione provata anni prima al suo arrivo al mare, asciugandosi con un asciugamano ugualmente inamidato, quello stesso mare che ora gli si spalanca davanti “puro e disincarnato, sbarazzato di quanto c’è di imperfetto nella percezione esteriore…” (IV, 547).

La rivelazione per il Narratore consiste nello scoprire che quei diversi momenti hanno qualcosa in comune che consente di far rifluire il passato nel presente, facendo riemergere in lui “un essere che appariva soltanto quando, grazie a una di tali identità fra il presente e il passato, gli era dato di stare nel solo ambiente in cui potesse vivere e godere dell’essenza delle cose, ossia fuori del tempo” (IV, 548).

Il Narratore comprende allora che quanto avviene è frutto del miracolo dell’analogia: “quell’essere non si nutre che dell’essenza delle cose, in essa soltanto trova la propria sostanza, le proprie delizie. Langue nell’osservazione del presente dove i sensi possono fornirgliela, nella considerazione di un passato disseccato dall’intelligenza, nell’attesa di un futuro che la volontà costruisce con frammenti del presente e del passato…” (IV, 550)

Folgorato dalla sua scoperta il Narratore scopre che il miracolo si produce non per una duplicazione di una sensazione passata, ma grazie alla sensazione stessa: “sono frammenti d’esistenza sottratti al tempo; ma tale contemplazione, sebbene d’eternità, era fuggitiva. ” (IV, 553)

Là dove l’intelligenza da sola fallisce, dunque, sono le sensazioni che bisogna interpretare “come segni di altrettante leggi ed idee” e tradurre in creazione artistica: “Quanto al libro interiore di segni sconosciuti (segni in rilievo, sembrava, che la mia attenzione, esplorando il mio inconscio, andava a cercare, urtava, aggirava come un palombaro che scandaglia) per la cui lettura nessuno poteva offrirmi l’aiuto di nessuna regola, la lettura stessa consisteva in un atto di creazione dove non c’è alcuno che possa sostituirci e nemmeno collaborare con noi”(IV, 556).

La creazione artistica, così come la intende Proust nel Tempo ritrovato, l’opera dove si conclude una ricerca durata tutta la vita, appare come un equivalente di O perché consiste “nel fare uscire, portare alla luce, ..i nostri sentimenti, le nostre passioni, cioè le passioni, i sentimenti di tutti” (IV, 591). Per farlo il Narratore dovrà discendere dentro di sé, dopo aver abbandonato le illusioni e i richiami del mondo esterno, là dove giace una verità che il suo io profondo si è tante volte rifiutato di incontrare.

Per trovare la via occorre dunque rinunciare a cercarla, e saper cogliere l’intensità delle proprie emozioni come via di accesso alla consapevolezza di sé. L’amore, la gelosia ma più di tutto il dolore costituiscono dunque un tramite insostituibile: “I dolori sono servitori oscuri, detestati, contro i quali si lotta, sotto il cui dominio si cade ogni giorno di più, servitori atroci, insostituibili che ci portano, per vie sotterranee, alla verità e alla morte” (IV, 488-89)

Il libro che si va configurando “arduo più d’ogni altro da decifrare, è anche il solo che la realtà ci abbia dettato, il solo che sia stato “impresso” in noi dalla realtà medesima” (IV, 559), un’opera in continuo divenire, che parla di un’esperienza soggettiva, solo parzialmente comunicabile. E il lavoro dell’artista consiste “nel cercare di scorgere sotto la materia, sotto l’esperienza, sotto le parole qualcosa di diverso, ….... l’inverso del lavoro che compiono incessantemente in noi, quando viviamo distolti da noi stessi.” (IV, 578)

Il continuo richiamo di Proust alla ricerca della soggettività del sentire rimanda con forza alla descrizione che Bion propone quando parla di O come di un’esperienza solo intuibile, tanto è fugace e irripetibile, visibile unicamente attraverso gli effetti che esercita sulla persona, frutto di un riconoscimento e di un’adesione a sé stessi che richiede di abbandonare ogni certezza e accettare il perpetuo divenire come unico modo di accostarsi ad O. Per dirla con le sue parole: “Esso rappresenta la verità assoluta in e di qualsiasi oggetto; è dato per scontato che questa non possa essere conosciuta da alcun essere umano; essa può essere intravista; la sua presenza può essere riconosciuta e sentita, ma essa non può essere conosciuta. E’ possibile essere all’unisono con essa.” (Bion 1970 p. 44)

Così come per Bion O “non è comunicabile se non tramite l’attività K” (ibidem, p. 44-5), Proust suggerisce che “è il lavoro fatto dal nostro amor proprio, dalla nostra passione, dal nostro spirito di imitazione, dalla nostra intelligenza astratta, dalle nostre abitudini, quello che l’arte dovrà disfare; quello che l’arte ci farà compiere è il cammino in senso opposto, il ritorno alla profondità dove ciò che è realmente esistito, è sepolto, a noi sconosciuto.”(RTP IV, 578-79). Ciò che abbiamo provato, aggiunge, è come “certi negativi in cui si vede solo del nero finché non lo si avvicina all’intelligenza. Solo allora, quando questa l’ha illuminato, quando l’ha intellettualizzato, si distingue – e con quanta fatica- la figura di ciò che si è sentito.” (IV, 579)

La critica all’intelligenza e a K, in entrambi, non nega loro una funzione comunicativa, ma ribadisce che solo dopo essersi immersi nelle tenebre di O, K acquisterà funzione e significato.

Opera d’arte e pensiero psicoanalitico non sono mai stati così vicini e speculari. Non è certo un caso se Proust pur avendo solo sentito nominare vagamente Freud, riteneva di aver scritto “una serie di romanzi sull’inconscio”.

 

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