L’importanza della lettura per nutrire la nostra anima e comprendere la vita emotiva, un contributo di Annarita Tasselli e Maria Chiara Sbiroli, due esperte bibliotecarie amiche del Festival che hanno collaborato con alcuni psicoanalisti del Centro bolognese e che ci parlano della loro esperienza.

Maria Chiara Sbiroli, laureata in Biblioteconomia presso l’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”, dal 2010 al 2021 è stata prima bibliotecaria, poi responsabile della biblioteca della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna di Bologna. Dal maggio 2021lavora presso la biblioteca Trisi di Lugo (RA), di cui è direttrice dall’agosto 2022. I suoi temi di interesse riguardano la promozione della lettura e il welfare culturale.
Annarita Tasselli è bibliotecaria presso la Biblioteca Trisi dal 2005. Dal 2013 si occupa del Gruppo di Lettura Libriamoci, promuove e coordina attività culturali rivolte al pubblico adulto ed è referente dei fondi storici della biblioteca.
Perché nei gruppi di lettura nessuno sceglie mai un libro allegro?
Annarita Tasselli e Maria Chiara Sbiroli
Se un osservatore esterno partecipasse per la prima volta a un gruppo di lettura in biblioteca, potrebbe essere portato a formulare una domanda piuttosto semplice: perché nessuno sceglie mai un libro in cui le cose vanno bene?
Una domanda legittima. Sul tavolo si accumulano storie di lutti, separazioni, malattie, guerre, crisi familiari, traumi generazionali, infanzie difficili e finali che sembrano scritti da qualcuno che aveva appena ricevuto una brutta notizia. Quando compare una trama con due persone moderatamente felici e un cane che sopravvive fino all'ultima pagina, il libro viene guardato con un sospetto quasi professionale.
Eppure, nonostante questa apparente predilezione per il dolore letterario, i gruppi di lettura non sono luoghi tristi. Al contrario. Spesso sono tra gli spazi più vitali, partecipati e persino divertenti che una biblioteca possa ospitare.
La spiegazione, forse, sta nel fatto che le persone non leggono soltanto per evadere dalla realtà. Leggono anche per comprenderla meglio. Numerose ricerche hanno evidenziato come la lettura di narrativa favorisca processi di identificazione, riflessione ed empatia, consentendo ai lettori di confrontarsi con emozioni complesse e con esperienze umane che, pur essendo raccontate nella finzione, richiamano aspetti profondamente reali della vita.
Nel gruppo di lettura questa dinamica si amplifica. Il libro diventa una sorta di pretesto socialmente accettabile per parlare di sé. Formalmente si discute della protagonista, delle sue scelte sbagliate, della sua incapacità di comunicare con il marito o della sua tendenza a prendere decisioni discutibili. In pratica, nel giro di pochi minuti, il romanzo apre una porta che conduce altrove: ai ricordi personali, alle paure, alle esperienze vissute, alle domande che normalmente rimangono sullo sfondo delle conversazioni quotidiane.
E' qui che accade qualcosa di interessante. Le lettrici (usiamo qui un femminile sovraesteso, ma non dimentichiamo i lettori!), con una sincerità che sorprenderebbe molti sociologi, trasformano il disagio suscitato dalla lettura in materia di confronto. Ciò che nel libro appare come sofferenza individuale diventa occasione di discussione collettiva. Una vicenda di abbandono richiama una esperienza familiare, che viene espressa senza reticenze o imbarazzi. Un personaggio segnato dalla solitudine fa emergere il tema dell'invecchiamento. Una madre difficile apre dibattiti che potrebbero tranquillamente durare fino all'orario di chiusura della biblioteca e oltre, gettando nell’arena con grande libertà le storie dei propri legami familiari disfunzionali.
La letteratura, da questo punto di vista, svolge una funzione catartica, quasi terapeutica, pur senza avere alcuna pretesa di terapia. Le storie consentono di dare un nome a emozioni che spesso rimangono indistinte nella riflessione individuale. Alcuni studi mostrano come la lettura di narrativa possa favorire processi di riflessione emotiva e comprensione delle esperienze altrui, specialmente quando il testo affronta situazioni di sofferenza o vulnerabilità.
Per questo motivo i libri tragici sembrano avere una marcia in più. Non perché i lettori amino soffrire. Piuttosto perché il dolore, nella narrativa, genera domande. E le domande alimentano la conversazione.
Provate a immaginare la scena opposta. Il gruppo legge un romanzo in cui tutti sono soddisfatti della propria vita, comunicano efficacemente, hanno relazioni equilibrate e raggiungono i propri obiettivi senza particolari ostacoli. Dopo dieci minuti di discussione qualcuno direbbe probabilmente: Bene, sembra che stiano tutti abbastanza bene». Fine dell'incontro.
Un dramma familiare, invece, garantisce almeno due ore di interpretazioni, obiezioni, confronti, analisi psicologiche improvvisate e qualche diagnosi non richiesta, è una risorsa narrativa praticamente inesauribile.
Da bibliotecarie e osservatrici di queste dinamiche, si potrebbe persino formulare una legge empirica: l'intensità della discussione è direttamente proporzionale alla quantità di sofferenza contenuta nel libro. Più il protagonista attraversa l'inferno, più le partecipanti dibattono, prendono appunti, litigano addirittura in difesa del tal personaggio o nella condanna del talaltro, delle loro scelte, delle conseguenze degli errori in quelle vite di carta.
Naturalmente c'è anche una dimensione comunitaria che non va sottovalutata. Le ricerche sui gruppi di lettura evidenziano come essi favoriscano la costruzione di relazioni, il senso di appartenenza e la condivisione di prospettive diverse. La biblioteca diventa così uno spazio in cui non si leggono soltanto libri, ma si leggono anche le esperienze degli altri.
Alla fine dell'incontro, ciò che resta non è tanto il giudizio sul romanzo. Resta la sensazione di aver partecipato a una conversazione autentica. Di aver riconosciuto nei personaggi qualcosa di sé e, soprattutto, negli altri lettori qualcosa che fino a quel momento era rimasto invisibile.
Forse è proprio questo il segreto della persistente fortuna dei libri tragici nei gruppi di lettura. Le storie felici si assomigliano tutte… e possono rassicurare. Anche loro hanno una funzione rilassante e consolatoria, di cui si può sentire il bisogno. Ma quelle dolorose interrogano. E un gruppo di lettura vive di domande molto più che di risposte.
Così, mese dopo mese, le partecipanti continuano a scegliere romanzi che promettono lacrime, tormenti, incomprensioni e qualche catastrofe emotiva ben distribuita tra i capitoli. Poi si siedono attorno a un tavolo, ne discutono con passione, ironia e intelligenza, e trasformano quel materiale apparentemente cupo in qualcosa di sorprendentemente luminoso: una conversazione condivisa.
Che, in fondo, è una delle più significative esperienze di benessere che una biblioteca possa offrire.
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