In occasione del Festival di Psicoanalisi e Letteratura la poetessa bolognese Bianca Tarozzi ci ha onorati di due poesie, un racconto-poesia dal titolo Corsia e la poesia-sogno Variazioni sulla mammella.

Informazioni e iscrizioni

 2026 festival Terranova

Bianca Tarozzi è nata a Bologna nel 1941 da un padre giornalista e da una madre poliglotta. Vive da molti anni a Venezia dove si è laureata e ha insegnato a Ca’ Foscari, ma è spesso a Milano dove vive sua figlia. Ha scritto libri di critica (su Jean Rhys e Robert Lowell), ha tradotto molti poeti e scrittori inglesi e americani tra cui Elizabeth Bishop, Emily Dickinson, Richard Wilbur, Lewis Carrol e A.E. Housman; ha curato due antologie critiche che hanno per tema la diaristica (Giornate Particolari, 2006   e Diari di guerra di pace, 2009) e ha pubblicato  libri per l’infanzia in versi e in prosa oltre a molte raccolte di poesia narrativa e lirica  tra cui  Il teatro vivente (2007), La signora di porcellana, (2012), Tre per dieci (2013), Canzonette (2016).

Ha curato e tradotto, di Virginia Woolf, Diari 1925-1930 (2012)

Ha scritto  i saggi su André Gide e Charles Du Bos pubblicati in Pagine di diario: coriandoli di vita (2015) e il romanzo Una luce sottile (2015).

Nel 2017 è uscita la sua antologia di poesie The Living Theatre (BOA Publishers) a cura di Alan Williamson e Jeanne Foster, che ha vinto un premio della Lannan Foundation americana e il Northern California Book Award per la traduzione. I suoi libri più recenti sono le raccolte di versi Devozioni domestiche (2022) e Imitazioni (2023). Attualmente collabora con la casa editrice Molesini di Venezia come curatrice e redattrice. Ha tradotto e curato per questo editore le poesie di Jeanne Foster in Ascoltando una conchiglia (2025).

 

Corsia

La Paola di San Servolo è speciale:
parla più forte,
non ha nessun pudore
nel chiedere e sostare con chiunque.
La terapia la fa star molto male.
Lamenta nausee con la voce al diapason,
vuole fumare, vuole del caffè,
vuol sapere chi sei, che cosa fai,
che male hai, lo chiede proprio a te.
Senza un dente davanti, grande, vecchia,
capelli come ferro arrugginito,
la voce da baritono --- è arrivata
ieri --- la camerata ne risente.
Disturba. La paziente
del letto accanto evade in corridoio,
una più fortunata non ci sente,
io faccio finta di leggere il giornale.
Oggi mi ha chiesto: “Sei sposata tu?”
Che sfacciata! Ma invece
di rispondere mordo:
“Non so, non mi ricordo.”
Lei si allontana. Finalmente in pace!
Macché. Torna e riprende
a lamentarsi. Tutta la corsia
si svuota; chi può alzarsi fugge via.
E Paola resta sola. E cosa fa?
Piange, che ha un brutto male e morirà.
Resta, nella gran stanza,
con accanto una grave e le altre via
e a voce quasi bassa,
distesa sopra il letto,
a se stessa, in dialetto
racconta una poesia:
la vecchia storia di una assoluzione
data, certo a ragione,
a chi ha amato. La storia la rallegra
e il finale trionfante la rincuora.
Finita quella, ancora
ha voglia di far scena ed ora
attacca una poesia
dell’Ada Negri.
Aiuto, anima mia!
Son versi che nel libro di lettura
un tempo avevo letto; certo ora
fanno uno strano effetto
tutti gli esclamativi
e gli interrogativi umanitari
espressi in settenari o endecasillabi:

Quando ti vedo nella via fangosa
passar sudicio e bello
con la giacchetta tutta in un brandello,
le scarpe rotte e l’aria capricciosa…

Il finale ad effetto, con l’abbraccio
irritante, patetico, imperfetto,
soddisfa pienamente
la Paola di San Servolo che niente
qui pareva calmare: ora si sente
la voce conciliata sussurrare
un altro numero a edificazione
del reparto a emergenza polmonare:
c’è chi ascolta alla porta accostata,
chi aspetta in posizione
defilata: ma adesso?
Che cosa ci prepara la malata,
la malata di mente?
Ora sta meglio, sì si sente
meglio la Paola
e si concentra, tira
fuori il meglio di sé, respira
a fondo, finalmente, ed è un respiro-
sospiro nel silenzio
come ondulato e fatto,
credo, per annunciare il terzo atto.
Così la Paola prega a voce bassa
e calda la preghiera
detta di San Francesco. Questa sera,
adesso, qui, in corsia
resiste la poesia, per tutti noi.

La Paola … proprio lei, portare gioia!
Amare, confortare! Lei fra tutte!
Noi che eravamo stanche,
noi esauste e distrutte
ora ascoltiamo quell’antica, vera,
giusta preghiera detta con il cuore:
“Fammi strumento della tua pace,
te ne prego, Signore.”
Questo la Paola disse a noi che mute,
a noi che inosservate
sulla porta socchiusa, sulla soglia
della sua camerata,
l’avevamo ascoltata.

La sua voce
– un miracolo, questo, –
che ha invitato alla pace
si è fatta lieve,
come una canzone,
ha fatto scomparire
le altre voci vane:
ora dorme la Paola, consolata,
e tutta la corsia, rasserenata,
può riposare.

 

Variazioni sulla mammella

Succhiavo a una mammella senza latte,
nella notte; in un sogno veritiero
ero tornata indietro, alla mia nascita,
ch’era lontana, eppure la vivevo.
Assetata languivo: niente latte!

Così il sogno. E più tardi fu così.
Infatti raramente
bevvi o diedi da bere latte intatto.
Per questo mi rivolgo a chi dà vero
cibo e vera bevanda. Nel pensiero
di quello io mi nutro e sempre bevo
indenne
il mio latte perenne.

 

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