La sinergia tra psicoanalisi e letteratura ha costituito il contesto esperienziale di un progetto che ha visto i colleghi Giorgio Bambini, Chiara Ghetti e Maria Moscara collaborare con le sensibili bibliotecarie di una biblioteca comunale di Lugo che si erano preoccupate di prendersi cura degli aspetti emotivi dei loro utenti colpiti dall’alluvione pochi mesi. Un’esperienza che nasce come incontro umano attraverso la lettura di libri e due psicoanalisti con esperienza di lavoro con gruppi di persone traumatizzate.

Informazioni e iscrizioni

 Psy e letteratura

Giorgio Bambini, Medico psichiatra, Psicoanalista Membro Associato SPI/IPA, socio del Centro Adriatico di Psicoanalisi (di cui è fondatore) e dual member del Centro Psicoanalitico di Bologna, ha lavorato 10 anni presso una casa di cura per pazienti psichiatrici in provincia di Ravenna, abita a Imola dove attualmente svolge libera professione. Da 20 anni consulente e formatore presso due Residenze Terapeutiche Riabilitative per pazienti psichiatrici adulti e presso una Residenza Educativa Integrata per minori a Forlì, ne è attualmente Direttore Sanitario. Conduttore di gruppi in ambito sociale e sanitario in collaborazione con il Gruppo Psicoanalisi nel sociale e nelle emergenze del CPB. Presso la Scuola di specializzazione in Psichiatria dell’Università di Bologna svolge incarichi di supervisione clinica agli specializzandi. Collabora con il Gruppo PER (Psicoanalisti Europei per i Rifugiati), di cui è attualmente referente presso il CAP.

Chiara Ghetti, Medico psichiatra, Psicoanalista Membro Associato SPI/IPA, per 20 anni dirigente 1° livello presso Dipartimenti di Salute Mentale di AUSL in Romagna e a Bologna, dove attualmente svolge libera professione. Conduttrice di gruppi in ambito sociale e sanitario, esperienza di supervisione di equipe nelle dipendenze patologiche e nella salute mentale presso le AUSL di Bologna e di Modena in collaborazione con il Gruppo Psicoanalisi nel sociale e nelle emergenze del CPB. Presso la Scuola di specializzazione in Psichiatria dell’Università di Bologna svolge incarichi di supervisione clinica agli specializzandi e, in collaborazione con il Gruppo Psicoanalisi e Medicina del CPB, ha condotto incontri di formazione sulla comunicazione con il paziente presso la Scuola di formazione specifica in Medicina Generale. Collabora con il Gruppo PER (Psicoanalisti Europei per i Rifugiati), di cui è attualmente referente presso il CPB.

Maria Moscara, Medico chirurgo specialista in psichiatria, specialista in Criminologia Clinica e Psichiatria Ferense. Psicoanalista, Membro ordinario SPI e IPA. Ha lavorato come Psichiatra in alcune AUSL dell’Emilia Romagna. Ha pubblicato articoli scientifici su Riviste nazionali e internazionali, ha partecipato a libri collettanei nazionali e internazionali, ultimo testo pubblicato: Moscara, M.; Mattei, G. “Un tempo ‘piccolo’? La consulenza psichiatrica a orientamento psicoanalitico”, Alpes 2025. Vive e lavora a Modena. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Dalla psicoanalisi alla letteratura e ritorno
una esperienza di lavoro di gruppo sul trauma

Giorgio Bambini, Chiara Ghetti, Maria Moscara
Gruppo Psicoanalisi nel sociale e nelle emergenze, Centro Psicoanalitico di Bologna

Nel progetto che presentiamo la sinergia tra psicoanalisi e letteratura ha costituito il contesto esperienziale che ne ha promosso l’ideazione e consentito la realizzazione, a partire dalla richiesta di aiuto, proveniente dalla responsabile di una biblioteca comunale in Romagna, per un gruppo di persone colpite dall’alluvione che aveva travolto quelle terre pochi mesi prima. Si era nella fase in cui le istituzioni avevano provveduto alle prime necessità materiali e anche la popolazione più colpita stava riprendendo faticosamente il ritmo della quotidianità, con notevole sforzo di adattamento.

Nelle abitazioni con grande impegno era stato salvato il salvabile, come anche nella biblioteca. Il fango era stato rimosso e le macerie sgomberate insieme a tutto ciò che ormai era inservibile, danneggiato e distrutto. Spesso erano i ricordi, i riferimenti o il frutto del lavoro di una vita. 

La biblioteca era stata riaperta e il vissuto traumatico espresso dai frequentatori di quello spazio pubblico aveva indotto chi lo gestiva, a sua volta vittima della stessa calamità, a cercare un sostegno per prendersi cura degli aspetti emotivi.

In questa esperienza l’incontro tra psicoanalisi e letteratura nasce quindi innanzi tutto come incontro umano: quello tra due bibliotecarie sensibili agli aspetti di cura e fiduciose nel contributo della psicoanalisi, e due psicoanalisti con esperienza di lavoro con gruppi di persone traumatizzate (Crisci e Al. 2013, Ghetti e Moscara 2017).

Il progetto

Ci siamo messi in ascolto dell’esperienza traumatica fin dal primo incontro con le bibliotecarie, costruendo con loro, attraverso un processo di analisi della domanda, un progetto sperimentale che integrasse la loro competenza sulla proposta letteraria e i nostri strumenti di lavoro: costruzione e mantenimento del setting, ascolto, attenzione fluttuante, libere associazioni, interpretazione.

Ispirandoci al modello dei Seminari Clinici di Gruppo -SCG- (Ferruta 2019b, Hautmann 2007) si è definito un setting di incontri mensili di 1 ora e 30, in piccolo gruppo, ove accogliere i pensieri associativi di ciascun partecipante, a partire ogni volta non da una situazione vissuta o un caso riferito da un componente del gruppo, bensì da un brano letterario scelto e letto ad alta voce dalle bibliotecarie, che hanno così messo in gioco la propria preparazione come animatrici di gruppi di lettura. Questa si è intrecciata con la nostra esperienza di conduzione di gruppi in precedenti situazioni di trauma collettivo, mirando a co-costruire un contenitore in grado di ospitare le angosce e promuovere gli aspetti trasformativi verso possibili nuovi pensieri

Gli incontri

“Sul principiare dell’estate avrebbe dovuto cadere la prima pioggia, ma invece non cadde una goccia, e il cielo rimase terso, indifferente, sordo al muto appello della terra sitibonda”
(Pearl S. Buck, 1978)

“Mi sveglio ancora d’improvviso la notte perché mi pare di sentire il fruscio dell’acqua che passa
per strada… un torrente che passava, noi senza luce e senza acqua corrente per 4 giorni,
al buio la notte e senza telefono... Alla sera non vorrei mai andare a letto.
Acqua sporca, orribile, maleodorante”

Per il primo incontro le bibliotecarie hanno scelto una lettura tratta da un romanzo del 1931, La buona terra (Buck P.S. 1978), che descrive una comunità, nella Cina di un secolo fa, colpita da una gravissima siccità. L’obbiettivo, come spiegheranno poi, era quello di dare impulso ai pensieri proponendo una vicenda traumatica (la siccità) distante e opposta alla attuale. La sollecitazione è parsa funzionare da detonatore nel far emergere i vissuti più disperati e rabbiosi, insieme a sentimenti di impotenza, amarezza per le istituzioni percepite come distanti, desiderio di rivalsa e bisogno di trovare un responsabile cui attribuire tutte le colpe.

Già dalle reciproche brevi presentazioni iniziali dei partecipanti al gruppo abbiamo percepito una atmosfera carica di aspettativa e al contempo di delusione, un crinale difficile che ci ha indotto a passi cauti, volti soprattutto al rispettoso ascolto delle esperienze soggettive, che, dopo questo flusso rabbioso, sono iniziate ad emergere. Racconti di case invase da un metro e mezzo d’acqua, fotografie e libri distrutti e il vissuto estraniante di vedere altri, i volontari e la protezione civile, mettere le mani nelle proprie cose, col difficile compito di aiutare a selezionare e recuperare quanto possibile. Il rapporto con le autorità è allora stato espresso in modo complesso, percepite indifferenti da alcuni, soccorrevoli e vicine da altri. Ci si è concentrati così sul tema della giusta distanza, nei legami a proposito della difficoltà di ospitare persone in casa propria, sentendosi invasi, o della stretta prossimità con gli altri ospiti negli alloggi di emergenza.

***

“Se consideriamo nel suo complesso tutta l’acqua presente sul pianeta Terra scopriamo che la quasi totalità si trova nei mari e negli oceani (96.5%), meno del 2% è bloccata nelle aree polari e nei ghiacciai montani e solamente una frazione infinitesimale, all’incirca lo 0,0002 % scorre nei torrenti e nei fiumi. (…) Tuttavia è proprio questa minuscola, irrisoria frazione che è stata ed è indispensabile per la sopravvivenza nostra e della nostra civiltà”

(Stefano Fenoglio, 2023)

“Nulla è così violento, così impotente a frenarsi, così ribelle e aggressivo verso gli ostacoli come la forza scatenata dalle onde; essa approfitterà della libertà concessale e, per ordine della natura, sommergerà le terre che solca e circonda. (…) Però le onde non godranno sempre di tale libertà sfrenata, ma, portata a compimento la rovina del genere umano, (…) di nuovo la terra assorbirà le acque, costringerà il mare a starsene calmo o ad infuriare senza oltrepassare i limiti (---) e si ristabilirà l’antico ordine”

(Seneca, 1989)

“Tutta la vita sono stata a 300 metri dal fiume, da bambina andavo con la mamma quando faceva il
bucato per giocare, lo sentivo amico, non mi aveva mai fatto paura. Era il mio fiume!
Poi quella notte alle 4.15 il nostro rapporto si è rotto.
Un rumore terribile, un torrente impetuoso!”

Nel secondo incontro gli interventi sono ripresi con tonalità più intima, come ci fosse il desiderio di presentare con più dettagli il proprio contesto di vita e le proprie motivazioni a partecipare.

Le letture proposte sono state un brano da Naturales Quaestiones di Seneca (1989, a cura di Dionigi) sulle potenza distruttiva dell’acqua, capace però anche di rinnovare la vita, e un brano del libro di Stefano Fenoglio “Uomini e fiumi. Storia di una amicizia finita male” (1923), che sottolinea quanto i corsi d’acqua siano stati necessari come culla delle civiltà.

Lo smarrimento per i riferimenti spaziali modificati dall’alluvione, sia in casa sia nelle strade dove non si riesce più ad orientarsi, è stato il tema portato da una persona ipovedente, mentre un'altra ha riferito il senso di morte e di provvisorietà nelle strade ingombre di macerie.

Una terza partecipante, trasferitasi anni fa dall’estero in questo territorio, ha confidato il profondo dolore di avere avuto la casa sommersa dall'acqua mentre il compagno si trovava ricoverato, e avere così definitivamente perduto tutti i libri e i ricordi che era riuscita a salvare dalla guerra.

Emerge con maggiore profondità lo spaesamento e la rottura del rapporto con l’assetto naturale e culturale del paesaggio, compreso il fiume, prima amico e oggi traditore.

Ma, forse anche sulla scorta delle letture che allargavano lo sguardo sulla ineluttabilità di certi eventi, alla rabbia si è affiancata una nota depressiva legata al senso del limite e alla necessità di fare i conti con le proprie perdite, al di là della ricerca del colpevole a cui farla pagare. Il gruppo ha parlato dell’impossibilità di recuperare completamente ciò che era stato perduto, della necessità di ripensare la propria vita ora cambiata radicalmente, dei progetti ora obbligatoriamente tenuti in sospeso, anche quelli più semplici come le vacanze, un nuovo lavoro, l’avvicinamento del figlio. Sono emersi poi vissuti di vergogna per la condizione di bisogno: ritrovarsi a vestire abiti usati o a mangiare alla mensa della Caritas. L’accoglienza rispettosa da parte del gruppo di questi vissuti ha aiutato altri a parlare di proprie precedenti esperienze di fallimento, o di altri lutti non superati. Sono stati confessati anche umani sentimenti di rivalsa verso chi non era stato alluvionato.

***

“Si, mi ricordo quella parete
nella nostra città rasa al suolo.
Si ergeva fin quasi al sesto piano.

Al quarto c’era uno specchio,
uno specchio assurdo
perché intatto, saldamente fissato.

Non rifletteva più nessuna faccia,
nessuna mano a riavviare chiome,
nessuna porta dirimpetto,
nulla cui possa darsi il nome
“luogo”.”

(Wislawa Szymborska, 2012)

“Cerchiamo ovunque
il mondo perduto, giriamo attorno
a quell’unica voce che nemmeno
ricordiamo più. E intanto
fugge il mondo”
(Maria Grazia Calandrone 2020)

“Ho pensato come fare a trasformare tutto questo in qualcosa di positivo,
perché la rabbia mi fa stare troppo male, vorrei fare cose che possono aiutarci a rielaborare.
La rabbia è una scintilla che ci ha messo in moto e ci sono venute idee”

“Ho pensato all’acqua che ci ha invaso come ciò che mostra la nostra fragilità,
perché siamo materia esposta come creta alle intemperie”

Nel terzo incontro il gruppo è rimasto in silenzio per diversi minuti dopo la lettura di alcune poesie. Sembrava ammutolito, riflessivo, in ascolto di sé.

Erano versi di Szymborska (2012), Caproni (1975), Calandrone (2020), Romano (2023) sul tema del dolore e della nostra caducità, sul lutto inevitabile dopo un’esperienza di perdita. Il tema era in continuità con quanto emerso nell’incontro precedente, rispecchiato nella scelta dei testi. Spiegheranno successivamente le bibliotecarie di essersi scoperte anche loro alluvionate, partecipando al gruppo, pure se non avevano avuto le case allagate. L’ascolto del dolore espresso nel gruppo le aveva messe in contatto con la loro parte dolente e avevano sentito il desiderio di trovare parole dove ci fosse contemplazione di quello che è stato, ma anche la possibilità di trovare una strada, una luce, una via per esprimerlo. Macerie che si possono lasciare alle spalle come un bambino che si distrae inseguendo una cosa bella.

La forma poetica delle letture pare abbia infatti aiutato a tenere aperto il passaggio verso un processo di trasformazione creativa, percepito e lavorato nel gruppo inizialmente silenzioso.

I primi interventi hanno ripreso l’esperienza della pandemia, confrontando la solitudine patita in quella situazione con l’esperienza di solidarietà vissuta con i vicini di casa durante l’alluvione, definita quasi un ritorno all’infanzia. Si è accennato a progetti (rifare l’orto) o scherzato sulla  costruzione di una casa sopraelevata, o una palafitta. Poi sono emersi pensieri più complessi: si è parlato del passaggio a una quarta fase, quella della ricostruzione, dopo la rabbia, la vergogna e la depressione. Si è condiviso il desiderio di mettere l’energia derivante dalla rabbia al servizio di nuovi progetti creativi: organizzare una mostra fotografica sull’alluvione, aprire un nuovo gruppo di lettura, raccogliere in una pubblicazione testi, canzoni, poesie scritte durante l’alluvione. O anche scrivere con i figli un diario delle emozioni.

Lo specchio della poesia di Szymborska ha evoca una immagine analoga fotografata tra le case crollate dopo il terremoto in Emilia, o il campanile rimasto eretto solo in mezzo alle rovine ad Amatrice. Osservare lo sfacelo può essere un transito verso l’accettazione di ciò che è stato per avviare un cambiamento di prospettiva.

La dimensione poetica ha suggerito anche pensieri più lievi. Per esempio l’acquisto di un frigorifero americano (unico modello disponibile entro la scadenza per il rimborso) di quelli collegati alla rete idrica, dove c’è il dispenser da cui direttamente riempirsi il bicchiere di acqua fresca, è stato pensato come un regalo dell'alluvione, con in più il messaggio simbolico di una ricanalizzazione piacevole dell’acqua.

E’ stato nominato il desiderio di riparare con la consapevolezza che niente sarebbe stato come prima, perché ciò che si era vissuto aveva cambiato la percezione di molti aspetti della vita. Ma dell’esperienza traumatica sono emersi anche aspetti positivi: la solidarietà, la condivisione, i bambini contenti di stare più tempo insieme ai genitori

***

“Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda..

A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.

Io mi oppongo”

(Luciano Bianciardi 1962)

“Con profonda stanchezza staccò il braccio dal tronco dell’albero e si volse un poco per lasciarsi cadere a fondo (…) Affondava, ad occhi chiusi, incontro alla morte.

Ed ecco, da riposti ricettacoli della sua anima, dalle remote lontananze della sua vita affaticata, palpitò un suono. Era una parola, una sillaba che egli pronunciava senza rendersene conto (…) il sacro Om (…) e riconobbe la stoltezza del suo atto”

(Herman Hesse 1975)

“Mia figlia diceva: mamma bisogna farsi aiutare, io dicevo: no. Invece in questo percorso
sono andata di pari passo a delle considerazioni che ho fatto mie:
se parlo solo con persone arrabbiate come me non vado avanti”

“Vorrei trasformare la rabbia in cose belle come ha fatto lei per gli anziani, come sta facendo il
nostro gruppo di lettura... Nessuno si salva da solo”

Nel quarto incontro sono riuscite ad esprimersi anche le persone che precedentemente erano state più in disparte, in una sorta di contagio nello scambio di pensieri, riconoscendo nell’ascolto del gruppo l’esperienza della solidarietà.

Sono state proposte due letture: una da “La vita agra” di Bianciardi (1962), dove si parla dello stile di vita neoliberista, del consumismo e dello spreco, già così visibili nel “miracolo italiano” degli anni ‘60. La seconda era un brano da “Siddartha” di Hesse (1922-1975) relativo alla sua conversione mentre cerca il suicidio gettandosi nel fiume, fiume che diventerà poi il suo maestro insegnandogli l’unità di tutte le cose e l’importanza dell’ascolto. Entrambi i brani sembrano sollecitare uno sguardo più vasto sul senso esistenziale delle esperienze.

La rabbia, ancora presente, pare abbia cambiato le sue esternazioni, tale da essere più gestibile e utilizzabile come energia da canalizzare per avviare la ricostruzione e risignificare il trauma.

Sono state espresse ancora altre esperienze luttuose precedenti, riconoscendo al gruppo la sollecitazione e l’aiuto a riprendere contatto con quelle emozioni dolorose, che si erano cristallizzate per qualcuno in una solitudine quasi totale.

L’impatto doloroso della perdita di tanti oggetti di uso quotidiano, delle fotografie, dei ricordi, è stato  visto in una nuova luce: quella del bisogno di essenzialità. Si è parlato di mettere al centro della propria vita le cose veramente importanti, evitando di sommergersi di oggetti superflui, o di ingombrare la propria mente con ansie inutili, indotte da pressioni mediatiche e status symbol. Così per qualcuno le operazioni di sgombero sono proseguite anche rispetto ad oggetti che non erano stati danneggiati, ma di cui tuttavia è stato ora riconosciuto l’eccesso e la possibilità di consegnarli a chi invece ne aveva reale bisogno.

Viene condiviso che il recupero dei testi della biblioteca fa parte di ciò che è essenziale e necessario, così come il restauro del teatro e dei pianoforti alluvionati da parte di artigiani e professionisti che hanno lavorato gratuitamente.

***

“C’è un tempo per ogni agire sotto il cielo”

(Quint Buchholz 2020)

“In molti posti mi sono sentita una spettatrice. Ma qui ho visto una comunità, una bellissima comunità. Ho sentito la rabbia che avete provato, Sono contenta di avervi incontrato”

“Io pure sono stata alluvionata, sono tante le persone che hanno questi problemi,
qui in questi incontri non possiamo risolverli, ma ascoltare, ascoltare aiuta tanto.
Come aver ascoltato lei che ha organizzato la festa del paese con la partecipazione di tutti
Non ti senti più solo, fai parte di un gruppo.
A me ha fatto benissimo anche se la risposta a tutto non l'ho trovata”

L’ultimo incontro è avvenuto a ridosso del primo anniversario del disastro e delle elezioni amministrative. Il testo proposto dalle bibliotecarie è un libro illustrato: C’è un tempo per ogni cosa (Buchholz 2020) che parte dal brano biblico del Qoelet “C’è un tempo per vivere e uno per morire”. E’ stato così ripreso il tema del tempo necessario a curare le ferite, e anche il tempo di questo gruppo, che era finito e ci stavamo separando. Le immagini colorate sono sembrate un regalo finale, come i dolcetti brutti ma buoni offerti in saluto da una partecipante che il gruppo ha pensato a rappresentazione del percorso svolto insieme: sono stati incontri anche dolorosi, ma buoni e nutrienti.

Il clima di commozione ha sollecitato ad esprimersi l’unica persona che non aveva ancora parlato, molto provata durante l’emergenza alluvionale dai compiti di primo soccorso in cui era stata impegnata. Il suo intervento ha consentito di affrontare anche il tema dei soccorritori, loro stessi colpiti in prima persona dal disastro e responsabilmente dedicati all’aiuto altrui, impegnati nella gestione di situazioni rischiose o nell’essere riferimento di centinaia di persone in grave difficoltà. Si è parlato di quanto il loro carico doppio li esponga maggiormente e quanto sarebbe utile riservare a loro uno specifico sostegno.

Note metodologiche

Nella fase di decodifica della domanda e progettazione con le bibliotecarie, abbiamo pensato di utilizzare i Seminari Clinici di Gruppo (SCG) a conduzione psicoanalitica (Ferruta 2019 a e b, 2023, Boccara 2020) che avevamo già usato in altri percorsi, sperimentandone l’appropriatezza per l’ascolto di persone accomunate dall’aver vissuto un’esperienza traumatica.

I SCG non sono gruppi di terapia, sono stati utilizzati in contesti di formazione sanitari, educativi e sociali con l’obiettivo di favorire la funzione del gruppo come apparato per poter accedere a qualche forma di pensabilità del trauma (Scardovi e al., 2024, Ghetti e al. 2022, Ghetti e al 2021). La loro struttura è apparentemente semplice pur avendo  elementi specifici che ne delineano la marca psicoanalitica: un setting di gruppo definito, meglio non troppo numeroso, che si incontra per un numero di volte concordato per un tempo e in un luogo dati, con l’utilizzo delle libere associazioni da parte dei partecipanti e dell’attenzione fluttuante da parte dei conduttori. Gli analisti-conduttori, formati all’ascolto del funzionamento inconscio dei gruppi, privilegiano una consegna semplice (quello che suscita...che viene in mente) e adottano uno stile di conduzione che faciliti lo scambio tra i partecipanti e incoraggi i più silenziosi a intervenire. Consapevoli di non essere osservatori neutrali, i conduttori tentano di assumere e mantenere una posizione concava di ascolto e ricezione praticando quella che è stata chiamata rêverie di gruppo (Russo e al. 2022).

In questo spazio-tempo il processo associativo può rompere la rigidità e la ripetitività traumatiche permettendo a contenuti inconsci non accettati di essere sognati insieme e potenzialmente integrati nell’esperienza consapevole.

Nell’esperienza che presentiamo il dispositivo dei SCG è stato modificato e integrato tenendo conto della specificità della richiesta, delle richiedenti e del contesto della biblioteca. Abbiamo concordato che potesse fungere da calcio di inizio per ogni incontro un brano letterario proposto e letto dalle bibliotecarie. Sono state quindi loro ogni volta a iniziare portando al gruppo il proprio sentire, attraverso la forma artistica letteraria. La risonanza emotiva di ciascuno all’ascolto della breve lettura ha consentito una nuova esperienza a partire dall’espressione libera delle emozioni, in un clima di scambio reciprocamente rispettoso e non giudicante. Ogni voce dei partecipanti al gruppo ha potuto far emergere aspetti differenti dell’esperienza traumatica che la mente individuale difficilmente avrebbe potuto cogliere e contenere, contribuendo alla costruzione di un quadro più complesso e alla possibilità di un passaggio potenzialmente trasformativo.

In questi percorsi infatti ogni incontro costituisce lo spazio-tempo dove, attraverso un intreccio polifonico, ciascun partecipante può accostare i propri vissuti più difficili e riconoscersi in qualche misura nel vissuto altrui. Oppure può fare esperienza di come, a partire da una stessa condizione traumatica, si possano creare costellazioni di emozioni molto diverse che pure possono coesistere e interagire.

La dimensione del piccolo gruppo facilita questo processo e parimenti, come nelle democrazie, consente un certo grado di libertà in un intrecciarsi, non sempre armonico e privo di conflitti, con l’esercizio della responsabilità verso se stessi, gli altri e la comunità nel suo complesso

Riflessioni conclusive

Come per altri percorsi realizzati in contesti di emergenza collettiva, ha rappresentato un passaggio cruciale la relazione con chi si è fatto carico di intercettare la richiesta di aiuto, formularla e mediare il rapporto con il gruppo, ossia le bibliotecarie, che si sono attivate anche a livello istituzionale per la ricerca di fondi e l’autorizzazione degli spazi. E’ emerso inoltre quanto la collaborazione nella costruzione del progetto comune con gli psicoanalisti abbia costituito per loro stesse una tappa del percorso elaborativo della realtà traumatica che loro stesse avevano subito, permettendo di avvicinare e iniziare a ripensare contenuti difficili ed emozioni ambivalenti. La loro azione ricostruttiva, iniziata sul piano della concretezza con il salvataggio dei libri, il ripristino delle sale e la riapertura al pubblico, si è poi articolata sul piano della cura delle relazioni nella comunità, per la quale consapevolmente si sono rivolte a chi le avrebbe potute aiutare.

La dedizione alla biblioteca in quanto bene comune da proteggere, ha messo in campo una sorta di funzione sacerdotale delle bibliotecarie, custodi del patrimonio librario e della sua fruizione sociale, con potenzialità rigenerativa.

Inoltre il loro particolare radicamento nella realtà locale e il loro ruolo sociale, culturale e istituzionale hanno promosso la partecipazione dei diversi componenti del gruppo, stimolandone l’interesse e permettendo l’elaborazione della diffidenza, attraverso una funzione che potremmo dire enzimatica.

Nelle fasi iniziali il panorama interno del gruppo è stato dominato dalla rabbia, intrecciata a rivalsa, impotenza e un acuto senso di perdita e tradimento. Questa reazione immediata ha lasciato gradualmente spazio a espressioni di una tristezza più integrata, una tonalità depressiva che ha introdotto il principio di realtà e il senso del limite. È stato questo passaggio a permettere l'espressione del difficile vissuto della vergogna, legato alla propria improvvisa condizione di passiva dipendenza ed estremo bisogno, come il trovarsi sfollati, in coda per la mensa o indossando abiti usati.

Successivamente sono potute emergere la riconoscenza e la solidarietà, alimentando il desiderio di ricostruzione e sollecitando una trasformazione creativa che si è manifestata attraverso progetti artistici, mostre, libri e momenti di scrittura incentrati sulla condivisione delle proprie emozioni. Per alcuni partecipanti, inoltre, il gruppo ha funzionato da lente retrospettiva, consentendo di reinterpretare precedenti lutti personali o fallimenti alla luce dell’esperienza attuale, conferendo un nuovo significato al dolore passato.

In questo scenario i testi letterari, attraverso i quali le bibliotecarie hanno espresso i propri pensieri, hanno funzionato anche come preziosi mediatori di relazione e di ascolto reciproco, richiamando le metodologie tipiche dei gruppi di lettura, particolarmente quelli realizzati nelle istituzioni di cura, nei centri riabilitativi di salute mentale (Capillo 2022), o nei contesti educativi dove si sono diffuse differenti pratiche di condivisione della lettura, definite anche biblioterapia (Shrodes 1960).

Peraltro il potere benefico della lettura era stato messo in luce fin dalla medicina antica (come riportato ad es. nel De Medicina di Aulo Cornelio Celso, I secolo d. C; Mino 2009), e utilizzato ad es nel secolo scorso in alcuni ospedali psichiatrici degli Stati Uniti (Menninger, 1937) o in esperienze di riabilitazione dei reduci dei due conflitti mondiali.

D'altronde, come sottolinea Federici (2026), Freud osservava che gli scrittori possiedono la capacità di percepire e descrivere gli aspetti più profondi dell'inconscio, e che i poeti “sanno in genere una quantità di cose fra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta. Particolarmente nelle scienze dello spirito essi hanno di gran lunga sorpassato noi comuni mortali, giacché attingono a fonti che non sono ancora state aperte alla scienza” (Freud 1906).

Come è stato rilevato per altre forme di espressione artistica, ad es. il cinema (Golinelli 2024), o le arti figurative (Golinelli e Schön 1997), anche in questa esperienza la potenza evocativa dei brani tratti dalle opere letterarie si è rivelata accostabile a quella dei sogni, offrendo in ogni incontro lo sfondo dove i contenuti del mondo interno dei partecipanti hanno potuto intrecciarsi in una trama collettiva, trovando forme pensabili e rappresentazioni simboliche.

All'interno di questo spazio sono emersi, in tutta la loro ambivalenza, gli elementi naturali caratteristici dell’alluvione: da un lato il fango, inteso come forza distruttrice insidiosa che sporca e incrosta, e che al contempo porta in sé la capacità di fertilizzare, come metaforicamente mostrato nei libri germogliati dell'artista Ballestracci (2023); dall'altro l'acqua, che disseta e irriga ma che conserva la minaccia latente di sommergere.

Il senso di impotenza ha potuto così essere intarsiato in una prospettiva più complessa, dove si evidenzia la fragilità umana, così come la possibilità di rimuovere il fango interiore che incrosta i pensieri e soffoca la creatività, restituendo spazio alla vita.

Bibliografia

Anzieu D.: (1985) L’Io pelle, Borla, Roma, 1987

Ballestracci C.: 21 /11/2023, https://www.youtube.com/watch?v=vwqGtYXkr2A

Bambini G., Ghetti C., Moscara M.: Può essere utile la psicoanalisi in emergenze su larga scala? Una sfida della contemporaneità, Congresso Nazionale SPI Genova, 21-24 maggio 2026

Bianciardi L.: La vita agra, Rizzoli, 1972

Bion W. R.: (1962) Apprendere dall'esperienza. Armando Editore, Roma

Buchholz Q.: C’è un tempo per ogni cosa, Beisler, 2020

Buck Pearl S.: (1931) La buona terra, Mondadori 1978, pp 73-81

Calandrone M. G.: Al mondo vero, in “Poesia”, n 7-8.2020

Capillo S.: 6/4/2022, https://www.exposalutementale.it/la-biblioteca-di-quartiere-il-fiore-del-deserto/

Caproni G.: L’idrometra, in Caproni G.: Il muro della terra, Garzanti, 1975

Crisci A. M., Bambini G., Donati S., Ghetti C., Martelli M., Rulli R. (Gruppo Psicoemergenze CPB, a cura di): Dopo il terremoto: riappropriazione soggettiva del dolore attraverso l’esperienza di gruppo. Seminario letto al Centro Psicoanalitico di Bologna, 12 dicembre 2013

Federici D.: 2/2/2026 Psicoanalisi e Letteratura: Un incontro fecondo, a cura di Daniela Federici https://share.google/TYFZd5nOBtcpgpcJe

Fenoglio S.: Uomini e fiumi. Storia di una amicizia finita male, 2023 Rizzoli, pp 10-12

Ferruta A.: (2019 a). La funzione curante. Borla, Roma

Ferruta A.: (2019 b) Beyond supervision: Clinical Group Seminars as Psychoanalytic Experience. In: Eizirick e Foresti G.: eds. Psychoanalytic Ideas and Application Series. IPA, Routledge, London and New York

Ferruta A., Perletti C.: Developments of the Project “An Open Shutter” Clinical Group Seminars at Civico Zero, a daycentre for minors migrants managed by Save the Children in Milan, Italy, 2023 IPA Congress in Cartagena

Freud S. (1906): Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen, OSF vol. 5, Boringhieri

Ghetti C., Moscara M.: “Aver cura di chi cura”, nel Corso di Formazione “Squadra di psicologi dell’emergenza dell’Ordine dell’Emilia-Romagna” organizzato dall’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna, Bologna 1-4-2017

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Golinelli P., Schön A.: Psicoanalisi e arte: la rappresentazione artistica del rapporto tra genitore e bambino, Congresso IPA Firenze: 11-13 aprile 1997, in Rivista di Psicoanalisi, 1997-2 pp. 345-351

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http://www.bibliotecatrisi.it/Archivio-eventi/2023/Leggere-Ascoltarsi-Ritrovarsi-vivere-emozioni-difficili-in-un-territorio-fragile http://www.bibliotecatrisi.it/content/search?SearchText=leggere+ascoltarsi+ritrovarsi&SubTreeArray%5B%5D=5380

Del Gruppo Psicoanalisi nel sociale e nelle emergenze del Centro Psicoanalitico di Bologna, fanno parte: Elena Arigoni, Giorgio Bambini, Maria Cristina Calzolari, Chiara Ghetti, Manuela Martelli, Maria Moscara (attuale referente), Rosanna Rulli.

https://www.cepsibo.it/index.php/cura-e-ricerca/gruppo-psicoemergenze 

 

 

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