Quando aveva dieci anni, tutti chiamavano Antonio Ninuccio, anche se lui si sentiva già vecchio. Abitava in una casa di pietra e terra, poco fuori dal paese, dove il vento passava dalle fessure delle finestre come un animale magro. A nord della Puglia, in quella terra di transumanza e grano, l'estate arrivava presto e se ne andava tardi. Il sole spaccava la terra e le mani. Gli inverni invece erano brevi e secchi, e il cielo sembrava più grande, perché non c'erano alberi abbastanza alti da fermarlo, solo ulivi bassi, campi e strade bianche, di notte quasi nessuna luce.

Da bambino Ninuccio pensava che il mondo fosse fatto di tre cose: la polvere, il vento e la fatica. La polvere gli si infilava nelle scarpe, nel pane, nelle orecchie. Il vento gli portava l'odore delle greggi che scendevano dall'Appennino e il suono lontano dei campanacci. La fatica, quella, abitava dentro casa.

Erano in cinque. Suo padre Michele, sua madre Rosa, due sorelle più piccole e lui. Dormivano in due stanze. D'inverno tenevano la porta della cucina aperta per lasciare passare il poco calore del camino. D'estate, invece, tiravano fuori le sedie e cenavano davanti alla porta di casa, aspettando che il sole si decidesse a calare.

Suo padre era tornato dalla guerra senza una ferita visibile, eppure qualcosa si era rotto. Di notte urlava nomi di uomini morti e di giorno restava seduto davanti alla porta, a fumare tabacco nero e a guardare lontano, come se aspettasse qualcuno che non sarebbe mai arrivato.

Sua madre, Rosa, diceva:

— Tuo padre è stanco nell'anima.

Ninuccio non capiva bene cosa fosse l'anima, ma sapeva che era qualcosa che, se si rompeva, non sanguinava.

Erano braccianti. La terra che lavoravano non era loro, apparteneva al barone, o almeno così dicevano i documenti, però al paese nessuno lo chiamava col suo vero nome. Per tutti era Farfalla. Il soprannome gliel'avevano dato i contadini anni prima e gli era rimasto addosso come un odore. Il motivo era quel papillon di seta che portava sempre. Non importava la stagione: azzurro, verde, color crema, a piccoli pois o a righe sottili. Lo annodava con cura e lasciava le due estremità leggermente aperte. Sembravano ali. Quando camminava, il fiocco si muoveva appena, seguendo il ritmo dei passi, e pareva davvero una piccola farfalla posata sulla gola.

— È arrivato Farfalla — sussurravano i contadini.

— Guarda come svolazza senza sporcarsi le scarpe.

Ridevano. Piano. Con quella prudenza che hanno i poveri quando prendono in giro i ricchi.

Il barone abitava al nord e arrivava due o tre volte l'anno. Scendeva dalla sua automobile nera con lentezza, come se il sole e la polvere dovessero aspettarlo. Indossava sempre giacche chiare, anche quando faceva freddo. E sorrideva. Sempre.

Ninuccio non rideva. Lo fissava e non capiva perché un uomo dovesse possedere campi tanto grandi da non riuscire nemmeno a vederne la fine. Non capiva perché suo padre si togliesse il cappello quando il barone passava e soprattutto non capiva come facesse Farfalla a sorridere sempre. Sorrideva quando il raccolto era buono, quando era cattivo, quando una donna chiedeva qualche giorno in più per pagare. Sorrideva persino davanti a suo padre, che abbassava gli occhi. Quel sorriso Ninuccio lo odiava, gli sembrava il sorriso di chi non aveva mai avuto paura.

Molti anni dopo avrebbe capito che anche gli uomini eleganti hanno paura, ma allora gli sembrava impossibile. Gli uomini si dividevano in due specie: quelli che tremavano e quelli che facevano tremare gli altri. Suo padre apparteneva alla prima, Farfalla alla seconda, lui non sapeva ancora dove sarebbe finito.

Con gli anni, però, si accorse che si era sbagliato o forse le cose cambiavano lentamente.

Suo padre non tremava semplicemente: abitava altrove. La guerra se l'era portato via e poi l'aveva restituito diverso, più silenzioso, più lento; come certi alberi colpiti dal fulmine che continuano a dare frutti, ma inclinati.

Michele parlava poco, al paese andava solo se necessario, evitava le feste, le discussioni, le partite a carte davanti all'osteria. Preferiva stare da solo nel piccolo orto dietro casa, tra gli ulivi e lì sembrava più leggero. Conosceva il nome delle erbe selvatiche, sapeva innestare gli alberi, capire dal colore delle foglie se una pianta aveva sete. Passava ore a potare un ramo, legare una vite, rimettere in piedi un muretto crollato. Ninuccio lo guardava lavorare: aveva mani enormi, mani da orso, capaci di spaccare la legna con un colpo solo, eppure sfioravano le foglie con una delicatezza che lui non aveva visto usare con nessuna persona. A volte si fermava, con gli occhi persi in un punto lontano. Ninuccio capiva che era tornato laggiù, nel passato, in mezzo a uomini di cui lui non sapeva niente.

Una volta gli chiese:

— A cosa pensi?

Michele scrollò le spalle.

— A quelli che non sono tornati.

Non ne parlava quasi mai, ma di notte urlava i loro nomi. Al mattino usciva presto, come se gli alberi fossero gli unici a poterlo capire.

Michele aggiustava tutto però non cercava mai di nascondere il punto in cui qualcosa si era rotto, lasciava che si vedesse.

Una volta Ninuccio gli chiese:

— Perché non la sistemi meglio?

Il padre passò il pollice sulla crepa.

— Perché se una cosa ha sofferto, è giusto che si veda.

Ninuccio non capì. Aveva dodici anni.

E continuava a pensare che gli uomini si dividessero in due specie: quelli che tremano e quelli che fanno tremare gli altri. Farfalla, per esempio, sembrava nato intero: elegante, sorridente, uguale a se stesso. Nessuno avrebbe mai immaginato che la sua casa fosse piena di silenzi. Da giovane aveva sposato Teresa, una donna minuta, con una voce calma e occhi che sembravano capire le persone prima ancora che parlassero. Al paese dicevano che fosse stata lei a renderlo meno duro. Forse era vero, con lei rideva di più, tornava più spesso e quando nacquero le figlie, per qualche anno sembrò persino felice.

Poi Teresa si ammalò, una malattia lenta che le portò via prima le forze e poi le parole.

Farfalla le restò accanto: le leggeva il giornale, le aggiustava il cuscino, le teneva la mano. Quando Teresa morì, aveva poco più di cinquant'anni. Il giorno del funerale indossò una giacca nera, ma non rinunciò al papillon. Era grigio. Piccolissimo. Sembrava una farfalla stanca.

Da allora la casa cambiò.

Le stanze diventarono troppo grandi. Le figlie crescevano e una dopo l'altra prendevano strade diverse, la maggiore voleva insegnare, la seconda studiava medicina, un'altra sognava Milano. La più piccola diceva che la terra le piaceva, ma non abbastanza da sacrificare la vita. Farfalla soffriva ad ogni partenza, ma non lo ammetteva. Per anni aveva creduto che una di loro sarebbe rimasta a prendere il suo posto, non perché fosse cattivo, ma perché era nato in un mondo dove le cose andavano così. Un uomo costruiva, un figlio continuava e lui, di figli maschi, non ne aveva avuti. All'inizio lo considerò quasi un torto del destino. Poi capì che il destino non aveva colpe, erano le sue aspettative a essere diventate una gabbia, ma lo capì tardi. Quando le camere erano ormai vuote, quando le lettere delle figlie arrivavano da città lontane, quando i campi erano ancora lì. E lui pure. Solo. Più le figlie diventavano donne, più lui invecchiava e più sorrideva, ma il sorriso cambiava, diventava sottile, stanco, come una finestra lasciata aperta troppo a lungo.

Ninuccio non se ne accorse subito. Per anni continuò a vederlo come un uomo invulnerabile.

Ci volle tempo.

Michele e Farfalla si incontravano raramente. Uno evitava il paese, l'altro ci arrivava solo per controllare che tutto fosse al suo posto. Quando si parlavano, usavano poche parole.

— Come va?

— Si tira avanti.

— E il raccolto?

— Vedremo.

Tacevano.

Ninuccio li osservava. Gli sembravano due uomini lontanissimi, uno con le scarpe sporche di terra, l'altro con il papillon di seta; uno chino sulle piante, l'altro dietro una scrivania piena di carte. Eppure, col passare degli anni, iniziò a notare qualcosa.

Suo padre passava sempre più tempo nell'orto, parlava agli alberi, li potava con pazienza. Se un ramo si spezzava, lo fasciava, aspettava mesi, a volte anni, finché non tornava a dare frutto. La sera si sedeva davanti a casa, guardava il tramonto e sembrava ascoltare voci che gli altri non sentivano. Farfalla, invece, camminava da solo tra i campi. All'inizio aveva accanto fattori, geometri, avvocati, poi sempre meno. Le figlie venivano a trovarlo per qualche giorno, poi ripartivano. Lui le accompagnava alla stazione, sorrideva, le salutava agitando la mano, poi tornava alla masseria. Da lontano Ninuccio lo vedeva attraversare il cortile, con la giacca chiara e l'ombra lunga del pomeriggio dietro di lui. Entrava in casa e chiudeva la porta. Per giorni nessuno lo vedeva.

Una volta Ninuccio gli portò dei documenti. Era estate. La masseria era silenziosa.

Trovò Farfalla seduto sotto il pergolato, davanti a lui c'erano cinque fotografie, le teneva in fila, le spostava piano con le dita, come si fa con le carte da gioco.

Quando vide Ninuccio, le girò subito.

— Sono le mie figlie — disse dopo un po'.

Non sembrava imbarazzato, sembrava sorpreso di averlo detto.

Ninuccio annuì e restarono in silenzio. Da qualche parte cantava una cicala.

Farfalla prese in mano il papillon, non lo indossava, lo lisciava tra le dita.

— Tua madre è viva? — chiese all'improvviso.

— Sì.

— Tienitela stretta.

Disse soltanto questo. Poi rimise il papillon al collo, con cura, come se stesse ricomponendo qualcosa.

Ninuccio tornò a casa passando per l'orto. Suo padre era inginocchiato vicino a un ulivo giovane, aveva scavato tutto intorno, stava togliendo le erbacce una a una.

Non alzò la testa.

— Dove sei stato?

— Da Farfalla.

Michele annuì.

Dopo un po' disse:

— Gli uomini restano soli in modi diversi.

Ninuccio aspettò che aggiungesse altro, ma suo padre si limitò a raddrizzarsi. Si pulì le mani sui pantaloni, guardò il campo davanti a sé e rimase lì, accanto all'albero, come se stesse facendo compagnia a qualcuno.

Aveva sedici anni quando smise di credere che gli uomini fossero di due specie. Successe nell'arco di una giornata. Una giornata qualunque, di quelle che non promettono nulla. La mattina suo padre era nell'orto. L'ulivo giovane aveva preso bene, le foglie erano più scure. Michele aveva le mani nella terra, sembrava tranquillo. Poi, all'improvviso, si fermò, come se qualcuno lo avesse chiamato da molto lontano. Ninuccio lo vide stringere la zappa. Il respiro corto. Poi suo padre pronunciò un nome che Ninuccio non conosceva e cadde in ginocchio. Non del tutto, come se il corpo avesse deciso di cedere solo a metà. Restò lì, piegato, con le mani nella terra e pianse senza rumore. Ninuccio non si mosse, non aveva mai visto suo padre così, non sapeva dove guardare.

Nel pomeriggio andò alla masseria, doveva portare un messaggio. Il cortile era vuoto. Solo il rumore di una persiana che sbatteva piano. Entrò senza essere visto, Farfalla era seduto da solo sotto il portico, non indossava né la giacca chiara né il papillon, lo teneva sul tavolo, piegato male, come un oggetto dimenticato. Davanti a lui non c'era nessuno. Solo cinque sedie vuote. Le figlie erano andate via da poco: le valigie erano ancora vicino alla porta. Farfalla non sorrideva, aveva le mani intrecciate, fisse, come se stesse trattenendo qualcosa che non voleva uscire. Ninuccio restò fermo.

Il barone alzò lo sguardo. Per un istante sembrò non riconoscerlo.

Poi disse piano:

— Sei tu.

Ninuccio annuì. Farfalla guardò il papillon sul tavolo.

— Pensavo restassero — disse.

Poi si interruppe, come se la frase non fosse finita lì. Non aggiunse altro. Ninuccio non rispose, ma quando uscì, il sole era più basso e tornando verso casa, passò dall'orto, suo padre era ancora lì, si era alzato, ma aveva le mani sporche e lo sguardo lontano. Non parlò. Ninuccio si fermò accanto a lui. Per la prima volta non seppe più in quale mondo si trovasse. Era solo un altro mondo, più silenzioso, dove le cose si spezzano e restano in piedi lo stesso. Quella sera Ninuccio non riuscì a dormire. Il nome di suo padre tornava senza suono, era come se si fosse spezzato nel momento stesso in cui era stato detto. Nel buio della stanza sentiva il respiro regolare delle sorelle. Si alzò piano e uscì senza fare rumore. L'aria fuori era fresca. L'orto era una macchia scura, gli ulivi immobili. Suo padre era ancora lì, seduto sul gradino di pietra, le mani intrecciate tra le ginocchia. Non fumava. Ninuccio si avvicinò.

— Perché hai detto quel nome?

La voce gli uscì più piccola di quanto si aspettasse.

Michele non si voltò subito. Restò fermo.

Poi disse:

— Quale nome.

Ninuccio sentì un vuoto nello stomaco.

— Quello di oggi.

Il padre si passò una mano sul viso. Come se cercasse qualcosa che non c'era più.

— Non ho detto niente.

Ninuccio rimase immobile. Avrebbe voluto insistere, ma qualcosa lo trattenne. Non era paura, era qualcosa di più simile al rispetto. Michele si alzò lentamente, camminò fino all’ulivo giovane, lo toccò con due dita.

— A volte la terra trattiene le parole — disse.

Non spiegò. Rientrò in casa. Ninuccio rimase fuori, seduto al posto che suo padre aveva lasciato. Per la prima volta notò che l’orto non era solo un luogo, era un modo di stare al mondo. Più tardi, quando tornò a letto, non pensò più agli uomini forti o deboli. Pensò agli alberi, a come restano fermi anche quando dentro stanno cambiando e al fatto che nessuno li vede mentre succede.

Passarono alcuni giorni.

Al paese si diceva che Farfalla non stesse bene. Le sue visite alla masseria si erano fatte più rare. Quando arrivava, restava poco. Non scendeva quasi più dall’auto davanti all’aia, mandava a chiamare il fattore. Firmava le carte e ripartiva. Una mattina Ninuccio lo vide da lontano. Era fermo sotto il portico. Non sorrideva. Aveva il papillon, ma sembrava messo male, come se le mani avessero perso la loro sicurezza.

Una delle figlie era con lui. Parlava piano, con un tono che non aveva nulla a che fare con quello dei campi. Farfalla annuiva senza guardarla davvero. Poi si voltò verso la casa, come se cercasse qualcosa dentro le stanze vuote, ma non entrò. Rimase sulla soglia per qualche secondo. Poi fece un gesto breve con la mano e risalì in macchina. La porta si chiuse con un suono secco. Ninuccio non si avvicinò. Restò dietro un muretto. Sentì qualcosa che non sapeva nominare, non era pietà né curiosità, era una forma di disordine, come quando un oggetto familiare viene spostato e non si ricorda più dove andava. Quella sera tornò a casa. Michele era nell’orto, non parlava, stava sistemando la base di un ulivo. La terra intorno era smossa. Le radici appena scoperte. Ninuccio si sedette vicino a lui. Per un po’ non disse nulla.

Poi chiese:

— Tu lo conosci davvero?

Michele non alzò lo sguardo.

— Chi?

— Farfalla.

Il padre continuò a lavorare.

— Lo conosce il paese.

Ninuccio aspettò.

Poi lui aggiunse:

— Non come persona.

Questa volta Michele si fermò.

Si pulì le mani sui pantaloni.

Guardò l’ulivo.

— Gli uomini come lui — disse — li conosci quando non c’è più niente da proteggere.

Non spiegò. Riprese a lavorare la terra e Ninuccio capì che c’era un modo di essere soli che non aveva niente a che fare con stare da soli e che forse Farfalla, da qualche parte, ci stava già entrando.

L’inverno successivo arrivò una lettera. Un parente lontano, emigrato in Svizzera anni prima, scriveva dal Canton Ticino, cercavano braccianti, si prometteva lavoro stabile, campi grandi, ordine, orari, salario preciso. La lettera restò sul tavolo per giorni, Ninuccio la lesse senza chiedere permesso, suo padre non disse nulla, la piegò e la rimise nel cassetto.

Poi uscì nell’orto, come sempre. Quella sera, però, restò più a lungo del solito sotto l’ulivo giovane. Non parlava. Guardava le foglie, come se stesse misurando qualcosa che non si poteva contare. Passarono settimane. La lettera riapparve più volte. Ogni volta sul tavolo, nello stesso posto, con una piega diversa. Farfalla ne parlò una sera, senza preavviso. Era venuto alla masseria per firmare dei documenti. Non aveva la giacca chiara. Il papillon era scuro. Quasi spento.

— Anche voi avete ricevuto la proposta — disse.

Michele annuì appena.

— Non è terra nostra — rispose.

Farfalla sorrise.

— Nessuna terra lo è davvero.

Ninuccio ascoltava senza intervenire, sentiva che qualcosa si stava spostando, ma non capiva dove. Più tardi, mentre il barone risaliva in macchina, si fermò un attimo. Michele guardò l’orto. Poi guardò Ninuccio.

— Lì fuori non si resta uguali — disse soltanto e se ne andò.

Quella notte Michele non andò nell’orto, restò seduto in cucina, le mani appoggiate sul tavolo, immobili, come se per la prima volta non sapesse dove mettere il corpo. Ninuccio lo guardò a lungo, capì che non era la Svizzera a cambiare le cose, era la possibilità di partire che rendeva visibile tutto ciò che era sempre stato fermo. La risposta arrivò in primavera. Michele non partì, non fece annunci, non ci fu una decisione vera e propria. Solo che una mattina la lettera non era più sul tavolo. Era tornata nel cassetto. Chiusa. Ninuccio capì che non se ne sarebbe parlato più. Suo padre continuò a lavorare nell’orto, come sempre, come se nulla fosse accaduto, ma qualcosa, nei gesti, era diventato più lento. Non più fragile, solo più pesante. Farfalla invece tornò alla masseria qualche settimana dopo. Era solo. Le figlie erano partite di nuovo. Firmò dei documenti senza leggerli. Poi restò seduto a lungo sotto il portico. Il papillon era chiaro, ma meno vivo, sembrava un oggetto più che un segno.

Quando vide Ninuccio, lo chiamò con un gesto.

— Vieni qui.

Ninuccio si avvicinò.

Farfalla lo guardò come se lo vedesse per la prima volta.

— Tu partirai — disse.

Ninuccio non rispose subito, non ci aveva ancora pensato in quei termini, ma sentì che era vero. Come una cosa già iniziata senza essere stata detta.

— Dove? — chiese soltanto.

Farfalla sorrise appena.

— Dove non hai ancora imparato a restare.

Non aggiunse altro. Quando se ne andò, il cortile sembrò più vuoto del solito. Quella sera Ninuccio rimase fuori più a lungo, non nell’orto, ma più in là, dove il terreno era meno ordinato, dove le erbe crescevano senza essere riconosciute. Guardò le mani di suo padre da lontano. Non lo chiamò. Per la prima volta non cercò di capire in quale mondo fosse, dentro di lui qualcosa aveva cominciato a spostarsi, non come una decisione, ma come un’inclinazione. Un modo diverso di guardare le cose senza dirlo a nessuno. Cominciò a pensare alla Svizzera non come a un luogo, ma come a una distanza e per la prima volta non gli sembrò una fuga, gli sembrò una forma possibile della vita. Da quel momento Ninuccio non fu più del tutto dentro casa. Non se ne accorse subito. Continuava a mangiare con la famiglia, continuava a lavorare quando suo padre glielo chiedeva, continuava a parlare, ma era come se una parte di lui fosse già altrove. Non nel senso dei luoghi, ma nel modo in cui guardava le cose.

Suo padre se ne accorse prima degli altri. Non disse nulla. Solo una sera, mentre potavano insieme un ulivo, si fermò.

— Hai la testa lontana — disse.

Ninuccio non negò.

Michele annuì.

— Succede agli alberi giovani.

Riprese a tagliare i rami secchi, il rumore della forbice si perdeva nell’aria. Farfalla non veniva più spesso. Quando arrivava, restava poco e non cercava più di parlare con tutti, si limitava a osservare. Una volta, mentre Ninuccio passava nel cortile, lo fermò.

— Hai cambiato sguardo — disse.

— Non so — rispose Ninuccio.

Farfalla lo osservò a lungo.

Poi fece un gesto leggero con la mano, come per scacciare un pensiero.

— Meglio così — disse soltanto e rientrò in casa.

Ninuccio rimase fermo nel cortile, si accorse che il rumore del posto era cambiato, non era più il rumore di quando era bambino, non era più soltanto polvere, vento e fatica. C’era un’attesa, come se le cose sapessero che non sarebbero rimaste così per molto. La Svizzera non era ancora un luogo preciso, era una parola che tornava ogni tanto nelle lettere, nelle conversazioni interrotte, nei silenzi del padre.

Una sera, mentre aiutava sua madre a portare dentro le sedie, Rosa disse senza guardarlo:

— Quando si parte, non si lascia solo un posto.

Ninuccio si fermò.

— Cosa si lascia?

La madre non rispose subito.

Poi disse:

— Si lascia il modo in cui si viene guardati.

Rimase qualche istante con una sedia tra le mani.

Il cortile era quasi buio. Le ultime strisce di luce si erano fermate sui muri bassi della casa.

Ninuccio la guardò.

Non sembrava avere altro da dire e invece, per la prima volta, continuò.

— Quando avevo la tua età, lasciai il paese dove ero nata.

Posò la sedia vicino alla porta.

— Non andai lontano, poco più di venti chilometri.

Sorrise appena.

— Ma allora mi sembravano un altro mondo.

Ninuccio non l'aveva mai sentita parlare di prima, di quando non era ancora sua madre.

Rosa si sedette, le mani appoggiate sul grembiule.

— Lì mi chiamavano Rosina.

Fece una pausa.

— Quando arrivai qui nessuno mi chiamò più così.

Guardò la strada.

— All'inizio mi dava fastidio.

Pensavo che mi stessero portando via qualcosa.

Ninuccio rimase in silenzio.

— Poi ho capito che non erano gli altri a portarmela via. Ero io che stavo diventando un'altra persona.

Il vento passò tra gli ulivi. Leggero.

— Le trasformazioni fanno sempre un po' paura. Disse.

— Perché per nascere bisogna perdere qualcosa.

— E cosa hai perso? — chiese Ninuccio.

Rosa sorrise.

— La ragazza che credeva di sapere chi sarebbe diventata.

Poi si alzò, prese l'ultima sedia e rientrò in casa, lasciando il figlio da solo con quella frase.

Quella frase rimase sospesa, più delle altre, più della lettera, più della Svizzera stessa.

Quella notte Ninuccio non dormì, non pensava a partire, pensava a come si resta e a cosa diventa una persona quando nessuno la guarda più nello stesso modo di prima. L’estate dei suoi diciott’anni passò senza annunci, non ci fu una data fissata sul calendario, nessuna riunione di famiglia, nessun discorso. La partenza arrivò come arrivano certe stagioni: prima nell’aria, poi nelle cose. La lettera dalla Svizzera tornò sul tavolo, questa volta non finì nel cassetto. Rosa preparò una valigia che sembrava troppo piccola per contenere una vita: due camicie buone, un maglione, un paio di scarpe, qualche fotografia. Michele non diede consigli, continuò a lavorare nell’orto, ma ogni sera si fermava un po’ prima del solito. Restava seduto davanti agli ulivi, come se stesse imparando anche lui qualcosa che non aveva mai voluto sapere. Nei giorni che precedettero la partenza, Ninuccio si accorse che il paese gli appariva diverso. Le strade erano le stesse, le case pure, eppure tutto sembrava già appartenere al passato. Camminava lentamente, guardava i muri scrostati, le pietre bianche, le donne sedute davanti alle porte. Perfino il vento sembrava arrivare da più lontano. Un pomeriggio passò dalla masseria. Farfalla era seduto sotto il portico, più magro di come lo ricordasse. Il papillon era color crema, le mani appoggiate ai braccioli della sedia. Rimasero in silenzio per qualche minuto. Poi il barone disse:

— Allora parti.

Ninuccio annuì.

Farfalla guardò il cortile.

— È strano.

— Cosa?

— Quando ero giovane pensavo che il difficile fosse andarsene.

Fece una pausa.

— Poi ho capito che il difficile è lasciare andare.

Non aggiunse altro.

Quando Ninuccio si alzò per salutarlo, Farfalla gli tese la mano.

Per la prima volta non gli sembrò un uomo ricco, non gli sembrò nemmeno un uomo potente, gli sembrò soltanto un uomo, uno come suo padre, uno come tutti. Fu l’ultima volta che lo vide. Qualche giorno dopo, all’alba, Michele lo accompagnò nell’orto, non alla stazione. Prima camminarono tra gli ulivi senza parlare, l’aria era ancora fredda e il sole non era sorto del tutto. Arrivati davanti all’albero giovane, quello che suo padre aveva curato per anni, si fermarono.

Michele posò una mano sul tronco.

— Vedi questo?

Ninuccio annuì.

— Le radici restano qui.

Poi guardò il figlio.

— Ma non servono a trattenere l’albero.

Quelle furono le ultime parole importanti che gli disse. Il resto fu soltanto vita.

La stazione era piccola, un binario, poche persone, una valigia consumata. Le sorelle parlavano troppo, come fanno le persone quando hanno paura del silenzio. Michele restava in piedi, le mani in tasca. Il treno arrivò con il suo rumore di ferro e distanza, Ninuccio salì, posò la valigia, si affacciò al finestrino, vide sua madre, le sorelle, suo padre. Dietro di loro immaginò l’orto, gli ulivi, la casa, la polvere, il vento, la fatica. Pensò di sapere cosa stava lasciando, ma si sbagliava. Molti anni dopo avrebbe capito che non aveva lasciato soltanto una terra, aveva lasciato il ragazzo che era stato. Il treno si mosse. Lentamente. Poi sempre più veloce. La stazione, le case, i campi sparirono. Rimase soltanto il vetro del finestrino e il suo riflesso. Per la prima volta non vide un figlio, non vide un ragazzo che partiva, vide qualcuno che stava diventando altro. Qualcosa che non aveva ancora un nome, come gli alberi, quando crescono e nessuno li vede mentre succede.

 


Annamaria Pietrocola

Sono psicologa e psicoterapeuta, candidata della Società Psicoanalitica Italiana. Vivo e lavoro a Bologna, dove svolgo attività clinica privata con bambini, adolescenti e adulti.

Dopo la laurea all’Università di Padova, ho lavorato per oltre dieci anni in Francia nell’ambito della clinica dell’infanzia e dell’adolescenza. Presso l’Università di Poitiers ho conseguito un Dottorato di Ricerca in Sciences Humaines con una tesi dedicata alla clinica degli adolescenti e ai processi di costruzione dell’identità.

Ho scritto e pubblicato articoli in diverse lingue. Per un periodo mi sono occupata anche di traduzione di testi e ho lavorato come insegnante con bambini e adulti di origine italiana e straniera.

Amo i viaggi, le lingue straniere e la scrittura, che considero un altro modo di avvicinarmi alle storie umane, ai passaggi della crescita e alle trasformazioni dell’esperienza.

Sono madre di due figli, Simone e Sara.