Ad arricchire l’attesa del Festival di domenica 4 ottobre, un poetico contributo di Paolo Febbraro sul potenziale di letteratura e psicoanalisi per restare o diventare vivi, senzienti e sensibili, per immaginare e connettere, un luogo di riposo risuonante dove i nostri ingombri possano essere accolti trasformando la loro qualità terrifica.

Paolo Febbraro è poeta, prosatore, saggista. Come sempre. Scelta di poesie 1992-2022 (2022) costituisce un’antologia dei suoi versi. Di prossima pubblicazione presso Donzelli è il nuovo libro poetico intitolato Nessuno è al comando. Suoi versi sono apparsi tradotti in diverse pubblicazioni straniere, come le statunitensi «Poetry» e «The Threepenny Review», la francese «Po&sie», la tedesca «Akzente» e la messicana «Letras libres».
Il Diario di Kaspar Hauser, opera in versi e in prosa, è stato tradotto in Spagna, negli USA e in Francia.
I volumi I grandi fatti (2016) ed E meno altrove. Storie e prose (2026) raccolgono i suoi racconti.
Come saggista si è occupato fra gli altri di Palazzeschi, Saba, Primo Levi. Tra i suoi volumi L’idiota. Una storia letteraria (2011), Leggere Seamus Heaney (2015) e Poesia allo stato critico. Saggi e interventi (2021). L’arbitro parziale. Prose del giorno prima (2022) è un libro di saggi narrativi sul mondo di oggi.
Ha tradotto i poeti E. Thomas, M. Longley, G. Brock e gli autori compresi nel suo volume Poeta in due. Versioni italiane (2024).
Collabora alle pagine culturali del «Sole 24ore» e a diverse riviste online.
Fare centro nel bersaglio che noi siamo
Paolo Febbraro
Letteratura e psicoanalisi hanno scommesso tutto il loro potenziale sul restare vivi o diventare vivi, ovvero senzienti e sensibili, morbidi e dialogici. Entrambe evocano fantasmi – come in una nekyia omerica o dantesca – per farceli odiare o amare con più precisione, senza consentire loro di restare ingombri seducenti ma terribili. Entrambe si sono date come strumento la parola magica, ovvero quella che equivale a un gesto, che sposta e disloca. Lo scopo di entrambe è dare riposo, ma un riposo ricco, risuonante, ecogeno; è far sì che i nostri disturbi non siano un soprassalto, ma dei vecchi, spesso vecchissimi, conoscenti.
La letteratura e la psicoanalisi servono a immaginare con i cinque sensi, e a connettere ampiamente. Quando scrivo una poesia, o mi accomodo sul lettino, spero sempre di divenire il passaggio di qualcosa di forte, originario e sensato. La forma di una poesia è un setting, così come lo sono le tradizioni che parlano in essa. Lì posso sperimentare il contenimento di cui ho bisogno e la necessità vitale di evaderne; lì ci sono ricongiungimento e respiro, radice e dispendio. Non è molto diverso dalla consonanza di due voci messe accanto in una stessa stanza per comune accordo, e di due esperienze, e sofferenze. Anzi, di tre: perché ci sono la penna e la tastiera, una parete di libri, dei quadri appesi, degli oggetti intravisti, concrete apparizioni.
Che il poeta sia un essere «solo e pensoso», come diceva Petrarca, è un mito di non altissima qualità antropologica. Il poeta ama la solitudine (l’inglese solitude, non la aloneness, o loneliness) perché ha moltissime voci da ascoltare, e queste non sono necessariamente quelle dei propri contemporanei. È di quella loquace solitudine, precisamente, che i contemporanei si vendicano, marginalizzando il poeta. Il quale è sempre in compagnia, usa le parole che altri hanno usato, con la profonda simpatia per l’atmosfera respirabile che esse portano con sé. Anche nella stanza d’analisi si è solo in due, ma questo è funzionale a moltiplicarsi, a estendersi in un teatro virtuale e, si spera, virtuoso. La parola riprende il proprio dominio franoso, ma reale: è un dominio che crea le proprie unità linguistiche nel ritmo, nel porgere tentando, alludendo, schiarendo. Nella seduta psicoanalitica – forse – esistono persino i versi e le rime, seppure in forma più discreta, meno potente e giocosa, rispetto alla poesia.
Persino l’inconscio, in letteratura e in psicoanalisi, non è mai solo. Nella seduta analitica una persona è anche il guardiano dell’inconscio dell’altra, anche se si sogna in due lo si fa per cinquanta minuti, poi fa irruzione il resto del mondo. Allo stesso modo, sulla pagina la parola fa valere il peso attuale del suo senso comune anche sulla creatività più scomposta. Una poesia ben riuscita è come il volo di un’ape in un giardino fiorito: è un vagare curvilineo, sì, ma ha una coerenza di ferro. Il poeta contiene la Poesia, ma la Poesia contiene il poeta: nessuno infatti può scrivere qualunque cosa. Anche nella stanza d’analisi si crea l’alveo di un fiume, in cui l’acqua scorre in entrambe le direzioni. Ma, per fortuna, non in tutte.
La psicoanalisi ha intrecciato rapporti con tutte le arti, ma in particolare la letteratura è stata la sua indisciplinata maestra e insieme la sua allieva studiosa. I rapporti fra le due sono stati intensi fin dall’inizio. Nella celebre lettera del 14 maggio 1922, Freud scrive a Schnitzler che ha lungamente evitato di incontrarlo per la «paura del doppio»; «ho avuto l’impressione che Ella attraverso l’intuizione – ma in verità grazie ad una raffinata autopercezione – sapesse tutto ciò che io ho scoperto con un faticoso lavoro sugli altri uomini». Sembra quasi che lo scrittore sia un centometrista e il medico dell’anima un camminatore. Va detto che anche lo scrittore svolge un lungo «lavoro sugli altri uomini», e parte della sua ricerca formale è volta a meritarne l’attenzione, o il perdono. L’analista, piuttosto, ha la responsabilità diretta di una persona – una sola per volta, lì, intera e dolente – che deve essere aiutata o salvata. Il poeta non può ritenersi responsabile nello stesso modo: può e deve fare lo sgambetto al lettore, alle sue attese; deve servire la lingua dell’immaginazione, e non immediatamente coloro fra i contemporanei che dimorano all’interno dei suoi confini. Trovo allora che l’azione dell’analista abbia in sé una dolcezza rigorosa e imprescindibile. Mentre il paziente “fa il poeta” – cioè parla per associazioni, narra mischiando realtà e finzione, sdipana sogni, si nasconde o si esibisce – l’analista deve farsi carico della comprensione e della reticenza; deve accettare il mistero e attendere di poterlo sposare al proprio per “mettersi in comune”. Occorrono, per far ciò, un’abnegazione, un’educazione alla sintonia e una discrezione rare. Il poeta ha l’unico dovere di utilizzare il proprio narcisismo con una gioia a volte inversamente proporzionale al dolore di certi suoi contenuti. L’analista è uno spettatore che agisce, è il muro che – col suo stesso esistere – consente la costruzione di intere case.
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