Era una cartolina, Goury, il mare della Normandia, non affrancata. Certamente spedita in busta.
Ta douce chatte. D.
Tutto là. Ero nella stanza che Gino aveva preso in affitto nel condominio spettrale. Il nostro nido d'amore. La cartolina era nel cassetto dove Gino lasciava le sue cose, non si era curato di portarla via.
Ero incinta, non ne avevo parlato con nessuno, stavo pensando che avrei abortito senza dirglielo, per non dargli pensieri. Lo avevo visto particolarmente frettoloso e preoccupato negli ultimi tempi. Quasi allarmato. Qualcosa nei suoi affari non girava bene. Non ne parlava, appena un accenno alle relazioni di sua moglie, sembrava attendere un soccorso da lì, un intervento che potesse salvarlo. Non sempre ai delinquenti dice bene. Riflettevo così tra me, ancora prima di vedere la cartolina, e mi stupii per la mia asprezza.
Certamente a Matteo, mio marito, non arrivavano mai preoccupazioni di quel genere. Le immagini di tutto ciò che avevo perso mi affondavano i denti nella carne. Mi alzai e uscii sul ballatoio, quel ricordo non diventava rimpianto, si tramutava nel bisogno di fare subito qualcosa per scaricare la violenza, prima di finire io stessa in pezzi. Appena fuori dalla porta della camera asfissiante, guardai l'intrigo di corridoi e balaustre traforate color cotto e melanzana. In una bellissima giornata di primavera arrivava fin lì la luce di un sole che non splendeva per me, avrei voluto ridurre il mondo in cenere.
Gino era assiduo come sempre, peggiorava nei modi, ma non sembrava stanco del rapporto.
Intanto che lo aspettavo e lasciavo correre le immagini e i ricordi, guardavo la cartolina, il mare in tempesta, la spuma bianca, il faro. Macerie, macerie, sterpi. Qualche biscia. E devo farla finita con questa storia, è troppo. Anche la sciatteria di non nascondere le storielle parallele. Il tanga, il camembert, il salmone putrido e la cartolina.
Quella mattina Gino non arrivò, non era mai successo, lo attesi fino a sera, poi tornai a casa.
Da che eravamo separati in casa, Matteo ed io disponevano di due linee telefoniche. Da alcuni giorni Gino non si faceva vivo, non accadeva mai, quando il telefono squillò, la mattina dopo, mi precipitai a rispondere.
«Pronto.»
«La signora Nunzia?» Una voce giovane e gentile con accento francese.
La douce chatte pensai.
«Chi parla?» Mi era uscita una tonalità bassa, roca.
«Mi chiamo Delphine.»
«Sì?»
«Vorrei parlarle signora. Penso possa essere importante.»
Penso possa essere importante. Usa bene anche il congiuntivo. Ma chi crede di essere. Ah, le deliziose erre delle ragazze francesi. Sembra una che sta prendendo in giro.
Non avrei potuto reggere l'ansia di sapere. Le detti un appuntamento per le undici di quella stessa mattina in un bar con i tavolini, vicino piazza Mazzini.
Arrivai per prima, in anticipo. Non ero riuscita a vestirmi in un modo che mi piacesse. Avevo preso un po' di peso e mi sembrava che tutto mi cadesse male. Una vacca sfatta. Mi guardavo allo specchio e mi odiavo, io e il mio stupido ingozzarmi, e l'insulso rimanere giornate intere sul letto a guardare il soffitto. Avevo tanto disprezzato mia madre e ora facevo come lei. A volte mangiavo oltre il non poterne più. Poi digiunavo per recuperare. Infine pensai che il trench avrebbe coperto tutto, era una bella giornata di Marzo e forse ci saremmo sedute fuori. Ma per il viso non c'era rimedio. Le notti insonni, specialmente da che non ero più riuscita a parlare con Gino, il filtro implacabile della segretaria, alla quale era inutile che la mia voce rotta chiedesse solidarietà. Le borse, le occhiaie scure, il viso gonfio, l'espressione sconfitta e cattiva. Mi truccai. Feci del mio meglio; ma il copri-occhiaie invece di aiutarmi si infilava nelle piccole rughe attorno agli occhi, facendomi sembrare uno straccio strizzato. Mi lavai furiosamente la faccia e ricominciai con pochissimo fondotinta chiaro, un trucco molto più leggero. Meglio. Brutta senza essere grottesca, tutt'al più patetica. Chi se ne frega di questa troietta, afferrai la borsa e uscii.
Ordinai una spremuta d'arancia intanto che aspettavo. Mi ero seduta perché volevo vederla arrivare. Eccola, indubbiamente era lei. Non poteva essere più francese. Una di quelle ragazze che sembrano nate perfette, la giacca lunga giusta, un poco scivolata sulle spalle, casual, la lunga sciarpa di garza aerea, le scarpe basse. Si diresse verso il mio tavolo, senza esitare.
«La signora Nunzia?» Chiese curvando graziosamente il collo - un cigno, un elegantissimo cigno, una voce delicata, in una persona sicura di sé. Non poteva avere più di venticinque anni, forse meno, forse solo venti. Non le porsi la mano e lei non tese la sua. La squadrai, poi le indicai una sedia.
Non sembrava lieta di essere lì, ma neppure particolarmente a disagio, come si trattasse di un compito non gradevole, ma necessario.
«Perché hai voluto vedermi?»
Le braccia sottili, le mani affusolate scostarono delicatamente la sedia, senza fare rumore. Con la stessa gentilezza sistemò la borsa e una cartella sulla sedia vicina. Si accomodò.
Ebbi voglia di tirare un calcio al tavolino.
La sicurezza di chi ha alle spalle una famiglia benestante, che la protegge.
«Forse lei ed io abbiamo qualcosa in comune - disse Delphine - Gino, credo. Mi dispiace, forse lei non sapeva. Io sapevo di lei.»
La ragazza dovette accorgersi del mio sguardo insofferente, mi bruciavano gli occhi, li sentivo affossati nelle occhiaie. Mi vidi riflessa nella vetrina del bar e mi guardai come fossi un'estranea: avevo un'espressione diffidente, un po' torva, eppure potevo ancora riconoscere una bellezza stropicciata, un fascino forte, nella mia figura protesa in avanti.
«No, non me lo ha detto Gino. L'ho saputo da amici. Sa, dicono che Roma è un catino. Si conoscono tutti.»
«Cosa vuoi?»
«Parlarle. Sapere cos'è questa storia per lei. Se è importante, se è importante per Gino.»
«E perché dovrei parlare a te dei... degli affari miei?» Il mio tono era volutamente villano.
«Oh, non è obbligata a farlo, naturalmente. - Disse la signorina francese frapponendo la distanza della cortesia - Posso andare via subito, non vorrei essere importuna.»
Così m'aveva messa nella situazione in cui toccava a me chiederle di restare.
«Ormai è fatta. Non ti pare?»
Intanto si era avvicinato il cameriere.
«Cosa prendi?»
«Un cappuccino, per favore.»
«Due.» Dissi al cameriere, senza 'per favore'.
«Per te è importante?»
«Preferirei non dire questo a lei, ma non sono venuta qui per mentire. Non ho mai amato così finora. Gino vuole sposarmi. Mi ha detto che la moglie è una donna fragile. Che questo è un problema, ma che riuscirà a lasciarla. Solo, ci vuole tempo. Ma non capisco. E lei in questa storia? Lei c'è davvero, c'è ancora, o è finita?»
Basta essere fragile o avere una moglie fragile e si ha diritto di calpestare la vita degli altri.
«Sei una sciocca illusa a credere a uno come Gino. Non lascerà mai la moglie, è la famiglia di lei a coprire i suoi traffici. Sei stupita? Senza di lei Gino sarebbe in galera da un pezzo. Ah, ragazzina bella, apri gli occhi.»
Bevvi quel che restava della mia spremuta, soddisfatta del colpo che avevo assestato. Un piccolo godimento.
«Lei perché sta con Gino allora?»
«Proprio non sai cosa vuol dire farsi gli affari propri, eh? Gino sta con me perché non voglio farmi sposare e perché con me fa cose che la tua delicata personcina non potrebbe immaginare senza vomitare. A te cosa fa Gino.» Avevo portato un po' in avanti la testa, come se la stessi interrogando, sfottendola, tanto non avevo niente da perdere, non dovevo fare la signora, potevo lasciarmi andare alla volgarità, almeno questo.
Sapevo che una persona educata in questi casi esce quasi sempre perdente. Può solo abbandonare il campo.
Gli occhi di Delphine si erano dilatati.
Un viso interessante. Mi dissi che non me ne fregava niente.
«Allora. Cosa ti fa Gino, cosa ti ha fatto per farti innamorare. Scommetto che con lui ti senti donna come non ti sei sentita mai.»
«Non ci sono confini nell'amore. Signora, non creda di essere l'unica a saper varcare i limiti.» Ora la voce della francese era risentita, molto bassa, per discrezione, ma appuntita come se volesse darmi una lezione, però sempre modulata.
Che cretina.
«Oh, ma siamo anche trasgressive, che brivido. Cocca, non sai di che parli. Non sai cosa vuol dire rimanere su un letto e sentirsi una cartaccia sporca. Non avresti quel faccino composto se lo sapessi, non potresti più camminare come cammini. Tu non sai cos'è passare davanti allo specchio e pentirti di essere al mondo, perché ti fai schifo. Avere così schifo di tutto ciò che si muove ed è vivo, e il giorno dopo riprendere a smaniare per ricevere un'altra dose.»
La guardavo, sempre protesa in avanti, lei si tirò indietro, forse temendo che l'avrei colpita, o era semplicemente spaventata, in realtà mi sentivo meno ostile di prima. Stavo parlando dell'inconfessabile a un'elegante giovanissima francese sconosciuta, avevo fatto scoppiare la grande bolla di pus da una ferita infetta e ora gli schizzi sporcavano intorno; inaspettatamente stavo meglio e non tanto perché sapevo di averla comunque ancora colpita, ma perché mi sentivo più vera, con un piede in una realtà condivisa. Parlare mi stava dando qualche confine.
«Non capisci eh? Non hai un'idea. O pensi che stia esagerando per spaventarti?»
«No - disse Delphine con voce chiara - penso che lei mi stia dicendo ciò che pensa.»
Complimenti. Davvero un buon uso dei congiuntivi. Gli italiani non li usano più.
Ci guardammo. Fu un momento strano. Ci odiavamo. Odiavamo tutte le parole che ci eravamo scambiate, tutte le brutture sospese intorno al tavolino. Avevamo entrambe le lacrime agli occhi. Sentii anche che avevamo pietà, ciascuna per se stessa, ma anche, un po', per l'altra. Volli spezzare quell'emozione e afferrai la borsa. Estrassi la cartolina e gliela porsi. Mi aspettavo che Delphine la riconoscesse, invece la vidi trasalire, poi diventare gessosa e pallidissima.
«Deborah. Je peux pas croire.»
«Non è tua?»
Delphine mi guardò e vidi che il suo viso era tornato vivo, ma sembrava sott'acqua.
«No. Deborah è fissata con Goury, è nata non lontano, credo. Deborah - ebbe una smorfia, cercò di ridere - Deborah parla sempre di Goury. Deborah è casa e chiesa, come si dice, una santarellina. La chiamano 'la piccola suora'. È piccola anche di statura, magrolina. Mai una storia, mai civettato. Non ci posso credere.»
«Sei sicura che sia sua la cartolina?»
«Ma sì. Parla a tutti di Goury, del faro, dei naufragi, noiosa da morire. Siamo colleghe.»
Non mi importava sapere colleghe dove.
Delphine fece una smorfia, questa volta di disprezzo.
«Chatte ha un doppio senso in francese.»
Il sesso altrui è volgare, il tuo è coraggioso.
Il cameriere posò i cappuccini e lo scontrino. Pagai e cominciai a bere il mio. Buono, malgrado il senso di nausea, freddo e spossatezza. Sì, l'aria era fresca, però c'erano turisti in maniche corte seduti ai tavolini al sole.
«Bevi il cappuccino. Ti si ghiaccia.»
Delphine prese la tazza. Ora piangeva, senza neppure asciugarsi gli occhi, sembrava una bambina sorpresa da un dolore inatteso, sproporzionato.
«Sono incinta.» Disse.
Non sei la sola.  Pensai e il grottesco di quella scena mi faceva quasi ridere.
«Non sei la sola, - dissi - ha messo incinta un bel fiore e una vecchia cartaccia.»
Delphine, di nuovo gli occhi dilatati; l'aria torbida delle parole scambiate si disperdeva nella brezza sottile e nella luce tra gli alberi. Delphine, uno scatto della testa all'indietro, le narici sottili a prendere aria e coraggio.
«Lei, perché si tratta così male, lei?»
«Sei anche femminista?»
«No, sono femmina.»
«Che chic. Lo prendiamo un altro cappuccino? Ci vuole. No?» Mi accorsi che quel plurale ci accomunava. Avremmo avuto in comune un uomo, due gravidanze e quattro cappuccini.
Delphine fece segno di sì.
«Lei è una bella donna matura, di una bellezza forte.»
Matura sarà tua nonna, io ho soltanto quarant'anni.
«Quell'uomo è schifoso.»
Un brutto aggettivo, sporco anche nel suono, diventava solo buffo pronunciato da lei. Buffo, ma risoluto.
«Lo dirai a Deborah?»
Cattiveria autentica negli occhi di Delphine. Poi un'espressione compunta.
«Certo, è mio dovere avvertirla del rischio che corre.»
Come no.
«Basteranno due aborti - riprese Delphine - O lei...
Scossi la testa.
Delphine riprese:
«È orribile l'aborto. Ho sfilato contro l'aborto. Ma cosa farei con un bambino, come mi presento ai miei, i miei sono cattolici.»
Capperi, allora…
Mi alzai. Le tesi la mano.
Delphine la prese.
«Signora, per favore, non si faccia calpestare. Non ne vale la pena.»
Feci una smorfia, tra il sorriso e lo scherno.
«Grazie per la lezione.»
«Grazie a lei. La sua non la dimenticherò.»
Non molla mai. Questa sì, è una che non si farà calpestare.

 

Loredana Micati é psicoanalista con funzioni di training della SPI. Oltre a pubblicazioni scientifiche comparse in Rivista di Psicoanalisi, IPJ, Revue Francaise e raccolte di testi psicoanalitici in italiano, inglese spagnolo e portoghese, ha scritto il romanzo Don Riccardo, pubblicato da Mursia nel 2015. Vive e lavora a Roma.

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