Questo romanzo dello scrittore israeliano Yehoshua Kenaz, recentemente scomparso, è ambientato in una residenza ospedaliera per anziani lungodegenti. Con uno stile delicato e una narrazione lieve, l’autore entra quasi in punta di piedi nella vita dei protagonisti. Luogo di sosta, concepito nel tempo moderno, tra l’ultima tappa della vita e i presagi della morte, la residenza è un palcoscenico dove si ambienta un passaggio particolare dell’esistenza umana. In parte non autosufficienti, i personaggi appaiono abbandonati alla solitudine e allo stesso tempo ancora desiderosi di ripristinare il loro modo di vivere. Il muto amore che compare nel titolo diviene in qualche modo il silenzio cui appare destinata buona parte del mondo emotivo degli anziani, schiacciati dal peso di urgenze sanitarie che limitano le loro prospettive di vita e dall’impossibilità di lasciarsi andare ai sentimenti. Appare sbilanciata la risonanza emotiva dei personaggi tra due poli all’apparenza opposti: l’egoismo come forma di sopravvivenza a tutti i costi e lo stare aggrappati gli uni agli altri con la speranza di tener lontano il pensiero della fine. “Non voglio essere in camera da sola con la morte” dice Allegra, ancorandosi al bisogno di percepire costantemente una presenza vitale accanto a sé.

Il tema di attualità e lo stile rispettoso fanno del romanzo un viaggio contemporaneo all’interno di una lucida sofferenza: quella che il prolungarsi dell’esistenza ha dilatato senza porvi apparentemente limite. Così, la reazione alla vecchiaia viene letta dall’autore attraverso la trasparenza che il passare degli anni impone all’essere umano, rendendo più nitidi ed elementari gli affetti che esprime. L’istituzione “che di ogni persona che ospitava faceva un estraneo” contribuisce a una forma di spersonalizzazione; a questa si contrappone il continuo riproporsi di un microcosmo individuale reso drammatico dal pensiero della morte. E’ questa una presenza incombente, non sempre nominata, ma costante nel determinare gesti e atteggiamenti. Così, l’efficienza fredda del personale, l’indifferenza dei familiari, il proporsi di personaggi pronti ad approfittarsi del bisogno dei degenti divengono espressione di una modalità difensiva dal vuoto pervasivo che l’ombra della morte annuncia. E neppure il ritorno a casa appare una soluzione; risulta, invece, un’accentuazione della solitudine e dei bisogni, dopo il periodo trascorso nella clinica, dove il ritmo quotidiano e le abitudini sanitarie hanno dato un’organizzazione alla giornata. Il valore del romanzo risiede soprattutto nella capacità di gettare luce su una tranche di vita di cui solitamente non si parla, di analizzare con lucidità tutti i sentimenti fino a portarli in chiaro, di cercare di offrire un senso ai passaggi luttuosi che l’invecchiamento porta con sé, di connettere al presente il passato di ciascuno ormai uniforme e appiattito. L’autore invita a una riflessione: le difese fatte di freddezza e di cinismo finiscono, a livello sociale, per rendere ancora più intollerabile il pensiero del declino e per segnarlo di rimozione e diniego. Così, ogni tempo della vita può essere descritto e riempito di senso, attraverso l’acquisizione di una diversa prospettiva. In questo, il romanzo di Kenaz può aiutarci a sviluppare considerazioni non immediate e interrogativi utili per affrontare l’ultima tappa della vita.

 

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