“.. una sola cosa riusciva a pensare:
che non aveva un posto dove andare,
non poteva riconoscersi in un momento qualunque,
non era atteso, non disponeva di una destinazione
nello spazio come nel tempo;
mentre avanzava con tanta furia restava fermo,
seguitando a schiantarsi intorno allo stesso punto.”
Stephen, apprezzato autore di libri per bambini, con una famiglia felice, un giorno al supermercato perde di vista per un attimo la sua bimba di cinque anni, che scompare.
“Stephen era come sempre attento, anche se in modo quasi inconsapevole, a registrare la presenza di bambine sui cinque anni. Era qualcosa di più di un’abitudine, perché le abitudini si possono anche interrompere. Questa era una disposizione radicata, l’impronta indelebile che l’esperienza aveva lasciato su un’indole. (..) Esisteva un cronometro biologico, impassibile nella sua inesorabilità, che consentiva a sua figlia di crescere (..). Il congegno, potente come un cuore, .. alimentava il pensiero del suo continuare a esistere. … Stephen non poteva fare a meno di cercare Kate negli altri bambini .. e percepiva il potenziale inutilizzato delle settimane e dei mesi, del tempo che avrebbe dovuto essere suo. Il crescere di Kate era diventato per lui l’essenza stessa del tempo. quella crescita fantasmatica, prodotto di una sofferenza ossessiva, non era soltanto ineluttabile, era necessaria. Se avesse cessato di fantasticare sul suo esistere ancora, sarebbe stato perduto, il tempo si sarebbe fermato. Era il padre di una bambina invisibile.”
Al dolore i due coniugi reagiscono in modo diverso, una perdita che li rinchiude nella solitudine e li allontana.
“.. aveva trovato vuota la poltrona di Julie.. vi si fermò un momento con la mano appena appoggiata allo schienale come si trattasse di considerare i rischi di un gesto coraggioso. Infine si scosse, fece due passi intorno alla poltrona e si sedette. Attraverso la grata buia rimase a fissare qualche vecchio fiammifero caduto alla rinfusa accanto a un pezzetto di carta stagnola; passarono minuti, il tempo necessario a sentire la fodera della poltrona adattare i contorni fisici di Julie ai suoi, minuti vuoti come tutti gli altri.”
Folgoranti e bellissime le pagine che raccontano lo smarrimento angoscioso della perdita della piccola Kate, il lento sfaldarsi del rapporto con Julie, il divoramento del lutto.
“... irrazionale, malato, autolesionistico e debole.. di quella debolezza che impedisce di conservare la linea di confine tra il mondo com’è e come si desidera che sia. Non essere debole, si ripeteva, cerca di sopravvivere.. non franare nelle fantasticherie, non prendere quella china. Potresti non tornare più indietro. E resisteva, ma non poteva impedirsi di desiderarlo. La solitudine aveva aumentato in lui la tendenza alla superstizione, alle interpretazioni magiche della realtà.”
Poi questo prodigioso Autore, capace di stili così diversi, cambia registro, e accanto ai miraggi e alle stagnazioni del travaglio emotivo che agita il protagonista, costruisce un interludio di satira politica sulle mode culturali dell’Inghilterra post-thatcheriana in materia di educazione, mimando dibattiti parlamentari astrusi e irridenti, un fondo grottesco di personaggi da commedia dell’arte che mettono in scena fughe e bisogni difensivi esasperati riguardanti il rifiuto del tempo e dei limiti della realtà, per le illusioni grandiose delle irresponsabilità di un’infanzia in realtà tutt’altro che paradisiaca.
“Il bambino nel tempo”, come recita il titolo originale, si declina da vari punti di vista attraverso una tessitura con molti richiami simbolici. Lo scenario oniroide in cui Stephen incontra i genitori prima della sua nascita e mette incinta la moglie, pare racchiudere un riferimento al trans-generazionale. Così la perdita della figlia sembra poter rappresentare la metafora di un percorso di de-idealizzazione per accedere a una genitorialità più viva e realistica e a un confronto più autentico nella coppia, anche se l’escamotage del finale non regge la qualità del resto del romanzo.
Se lutto e perdita fanno da filo conduttore, questo romanzo offre una riflessione sul rapporto con il tempo, su come viverlo, su come influenza la nostra esistenza - si pensi al dialogo fra Stephen e Thelma, l’amica scienziata che glielo spiega dal punto di vista della fisica, e con Charles, il suo editore, la cui morte sembra in relazione con l’incapacità di conciliare le sue ambizioni con la realtà della sua vita. Alla proposta di Stephen di un libro su ‘cose serie’ da adulti, Charles gli risponderà:
“Per i bambini l’infanzia è senza tempo. È un presente continuo. Tutto quanto si coniuga al presente. Certo, hanno ricordi anche loro. Certo, anche per loro il tempo si muove un poco intorno a un Natale che viene sempre alla fine. Ma non ne hanno la percezione. Percepiscono quel che è l’oggi soltanto, e quando dicono ‘da grande’ lo fanno sempre con una certa dose di incredulità. Come potrebbero mai essere altro da quel che sono? Ora tu dici che Lemonade non lo hai scritto per i bambini, e io ti credo, Stephen. Come ogni buono scrittore lo hai scritto per te. Ed è proprio qui che voglio arrivare: è a un te stesso di dieci anni che ti sei rivolto. Questo non è un libro per bambini, è per un bambino, è per te. Lemonade è una lettera che tu hai scritto a un te stesso che non cesserà mai di esistere. Una lettera dal contenuto amaro. È questo a renderlo un libro tanto inquietante. .. Ti sei rivolto direttamente ai bambini. Che lo volessi o no, hai comunicato con loro attraverso l’abisso che separa il bambino dall’adulto e gli hai fornito la prima spettrale allusione alla loro mortalità. Leggendoti, incominciano a sospettare di non essere eterni, come bambini. Anziché sentirselo solo dire, capiscono che non durerà, che non può durare, che prima o poi saranno finiti, spacciati: che l’infanzia non è per sempre. Li hai messi di fronte a qualcosa di sconcertante e di triste riguardo ai grandi, a chi ha cessato di essere bambino. Un senso di aridità, di impotenza, di noia, di rassegnazione. Con te hanno capito che tutto questo attende anche loro, sicuro come il natale. È un messaggio triste, ma è vero. Questo è un libro per bambini, attraverso lo sguardo di un adulto.”
L’amara arguzia di McEwan, attraverso l’intreccio dei personaggi, è anche una riflessione sulla scrittura: “la parola scritta può essere proprio il tramite attraverso cui il sé entra in contatto col mondo esterno. È per questo che la migliore letteratura per l’infanzia reca in sé una caratteristica di invisibilità, la capacità di penetrare direttamente le cose che nomina e, attraverso metafore e immagini fantasiose, di evocare sensazioni, odori, impressioni assolutamente ineffabili. ... La parola scritta non è meno legata a ciò che nomina di quella orale – pensate alle parole magiche scritte intorno alla sfera di cristallo di un negromante, alle preghiere incise sulle tombe, all’impulso che certa gente prova di scivere oscenità in locali pubblici e che spinge altri a censurare libri che a loro volta contengono oscenità, pensate al bisogno che sentiamo di usare la lettera maiuscola per il nome di Dio ... La parola scritta è una parte del mondo in cui si desidera dissolvere il proprio sé infantile. E sebbene descriva quel mondo, non ne è separata.”
Un libro molto particolare, che la più parte del gruppo aveva letto più di vent’anni fa, che per alcuni non ha retto il passare del tempo perdendo fascino in un finale troppo manierato e che altri hanno ritrovato come uno dei più suggestivi di un Autore che – all’unanimità - ha l’indubbio dono di una splendida penna.
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