Tutto dice
di sì mentre tace.
GualtieriRuvido umano

L’Accademia svedese che nel 2024 le ha conferito il Nobel per la letteratura ha scritto nella motivazione: “Per la sua intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana”. Nel suo discorso di accettazione, Han Kang parla de L’ora di greco e degli interrogativi che l’hanno ispirata: “Se dobbiamo necessariamente vivere in questo mondo, che cosa ce lo rende possibile?” (Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti, Adelphi 2025), una riflessione che dichiara la scrittura l’unico strumento per risolvere e superare gli interrogativi che l’accompagnano: “Può il presente aiutare il passato? Possono i morti salvare i vivi?”

Han Kang nasce come poetessa e la delicatezza della sua scrittura poetica rende il suo libro rarefatto nella trama, un filo sottile in un delicato ricamo intimista sensoriale e impalpabile, come un quadro impressionista, irraggiungibile per alcuni, un’esperienza in cui lasciarsi trasportare per altri, come immergersi in un quadro, nelle immagini e  atmosfere di una cascata di haiku, come un ruscello di libere associazioni.

La lingua è al centro della vita dei due protagonisti che si incontrano attraverso la loro vulnerabilità: una donna che ha perduto traumaticamente la parola e un uomo che sta perdendo la vista, entrambi creature che nell’apprendere e insegnare la lingua e le sue ricchezze hanno impresso la trama della loro ricerca di senso, quella lingua straniera e morta che si era fatta rifugio per entrambi.

Il loro incontro nel buio, sullo sfondo dello sbattere spaurito delle ali di un uccellino imprigionato nelle cantine, lui che non la vede e lei che non può parlargli finché non lo tocca per scrivergli sulla pelle parole che non può pronunciare, un dirsi intenso di silenzi attraverso la lingua dove respirare l’indicibile.

Cosa ci permette di continuare a sopravvivere e custodire la speranza?

Ovunque c’erano cose con cui non poteva riconciliarsi.

Il bisogno di comprendere, tradurre l’enigma, i cocci del vuoto.

Il bisogno di essere visti, testimoniati. Un richiamo vicendevole che dipinge a quattro mani ricordi e rêverie per dare forme ai moti del dentro e farsi leggere come una carezza garbata da quelle impressioni.

Mi terrorizza il silenzio dello spazio in cui si propaga la mia voce.

Mi terrorizzano le parole incancellabili che non si possono più ritirare, le parole che sanno così tante cose più di me.

A volte ho l’impressione di avanzare nella nebbia.

Perché quel giorno il suo cane che era rimasto schiacciato sull’asfalto bollente l’aveva morsa? Erano i suoi ultimi istanti di vita… Perché le aveva strappato così violentemente la carne, con tutte le sue forze? Perché lei aveva stupidamente cercato di prenderlo tra le braccia fino alla fine?

Come si va oltre i propri baratri? Come si trova un unisono?

Lui tende la mano e lei scrive sul palmo. Le sillabe che si rivelano poco a poco.

I tratti e il punto, lievemente tremanti, sfiorano simultaneamente la loro pelle prima di svanire. Silenziosi e invisibili. Senza labbra né occhi. Anche il tremito e il calore si dissolvono subito. Senza lasciare traccia.

Il cuore premuto contro quello di lei, continua a non conoscerla. Non sa che tanto tempo prima, quand’era piccola, aveva guardato l’infittirsi del crepuscolo sul cortile, chiedendosi se avesse diritto di esistere in questo mondo. Non sa della corazza di parole che pungevano come spilli la sua pelle nuda. Non sa che i suoi occhi si rispecchiano in quelli della donna, e nel riflesso si vedono quelli di lei, e poi di nuovo i suoi… all’infinito. Non sa che questo la terrorizza, e per questa ragione stringe forte le labbra già arrossate.

Là dove non c’era luce né voce, i corpi cercavano ora di risalire in superficie.

Cosa ci fa arrischiare a vivere e incontrare l’altro?

Faccio respiri più profondi e ostinati. Quando pronuncio la prima sillaba, chiudo forte gli occhi prima di riaprirli. Come mi preparassi a scoprire, nell’istante in cui li riapro, che ogni cosa è svanita.

 

Recensione del libro al link: "L’ora di greco" di Han Kang (Adelphi, 2023) - Recensione di Daniela Federici

 

 

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