"Faceva il tempo le sue finte
Appoggiava spenti frutti
nel marcio. Dipingeva scenari.
Come osava il tempo come segnava
sui volti il suo gioco
sui volti sui musi
nei tronchi. Eppure c’erano
istanti d’oro e ancora ci sono
e smascherano quel suo lavoro finto
strappi in quel suo velo
agili decori – capolavori.

M.Gualtieri, Ruvido umano

Un romanzo crudo e spietato, un crescendo che inchioda e annuncia da subito i suoi sviluppi rovinosi, la morte della bambina e la versione della storia raccontata in prima persona dalla protagonista. Estela è una domestica, una giovane donna con una certo grado di istruzione chiamata a servizio nei giorni che precedono il parto della signora, che Estela descrive così: è come vivere con un’assenza. C’era qualcosa in lei. Una specie di… fatemi pensare. Un distacco. O forse no. Non è la parola giusta. Un disprezzo, ecco. Come se tutti la annoiassero o qualsiasi genere di complicità la disgustasse. Almeno questa era la facciata. La maschera che si metteva con cura una mattina dopo l’altra. Sotto la maschera: diventava rossa di rabbia quando suo marito arrivava tardi dal lavoro e ogni volta che sua figlia sputava il cibo già masticato nel piatto; e la palpebra, la sinistra, le pulsava in continuazione, come se un pezzettino della faccia volesse scappare via e non tornare mai più. Mentre del marito racconta: un uomo un po’ rozzo, con una stempiatura precoce e occhi di un azzurro simile alla fiammella dello scaldabagno. Tutte le mattine, prima di uscire, borbottava la stessa frase: un’altra giornata di lavoro. forse era un rituale, oppure lo detestava davvero. Odiava i colleghi, le infermiere, tutti i suoi pazienti. L’avrete già visto con la sua camicia ben stirata, le scarpe lucide, in attesa che qualcuno lo ringrazi per avergli salvato la vita. O magari si è messo il camice bianco per farsi chiamare “dottore” anche da voi. Questo si che gli piaceva tanto, essere chiamato “il dottor Jensen”. Ma scrivete questo sui vostri verbali: essere dottore non conta. Non quando muore la tua unica figlia. Non quando non riesci a salvarla.

Una famiglia borghese, dove niente è semplice come appare.

Una bambina infelice, una donna che finge e un uomo che calcola.

Estela viene alloggiata in una stanza sul retro senza finestre, accanto alla cucina, la lista delle sue mansioni appesa al frigorifero. Un lavoro che medita sarà temporaneo ma in cui finisce per rimanere incastrata per anni quando la madre si ammala e occorre il suo stipendio per accudirla. Una madre, anche lei donna di servizio, che le ha trasmesso in un’affettività spartana minimi insegnamenti con i quali tenersi al riparo per non affezionarsi e un “tanto noi siamo fatte così” che forse nomina anche il destino ineluttabile della povertà cui tocca adeguarsi. Estela la chiama regolarmente da quando ha lasciato la vita con lei in provincia per tentare la fortuna a Santiago, colorando quel che vive per non rivelarne gli stenti, perché sarebbe un fallimento tornare senza riscatto.

Quella dell’Autrice è una scrittura militante sui conflitti di classe, una storia intensa e disturbante su un’invisibile, educata ad avere cura ed essere grata per ciò che le viene concesso, che coltiva in silenzio piccole ribellioni e la frustrazione di un’assenza di riconoscimento, una non-vista che tutto vede delle apparenze di chi la circonda, i panni sporchi e le miserie, vergogne confessate come si svuotasse un pitale, perché tanto il suo sguardo non conta.

Estela è un personaggio che esprime con potenza la vischiosità dell’essere trascinati dentro le cose e procedere per inerzia, incarnando l’asfissiante clima di infelicità di una casa che ha richiamato associazioni a “Memorie del sottosuolo” e al film “Roma”. Una narrazione claustrofobica che procede per spinte e arresti, singulti di speranza di rompere il giogo sullo sfondo di un’aridità relazionale e una drammatica assenza di comunicazione.

Una scrittura pulita e affilata, indubbiamente un libro perturbante che lascia il segno e che ha diviso il gruppo per la sua durezza.

Da una parte chi, in quella tensione da disastro imminente, ha trovato un resoconto velleitario e quasi aggressivo verso il lettore, la pesantezza di una sofferenza afinalistica che cerca di rendere qualcosa di grave senza lasciar capire davvero chi sia la protagonista, un libro senza speranza su una povertà abituata a farsi macellare, la passività di chi non osa ribellarsi e che da quelle dimensioni masochistiche attiva ancora più accanimento e ripulsa.

Dall’altra chi in quella solitudine ha colto l’esile vena dell’attaccamento, alla randagia in cui Estela sembra rispecchiarsi con un sentimento brusco e frettoloso, a quella bambina disperata che si divora le pellicine o si frattura una mano pur di sospendere le lezioni di piano, che Estela sa calmare raccontandole storie. Una creatura a tratti inquietante e spietata la piccola Julia, che custodisce in cuore la ribellione che la porterà alla morte, affermata là dove il padre esigeva forza e perfezione.

Sembrano risuonare l’una nell’altra Estela e Julia, nel guscio vuoto di quel mondo patinato, dove una silenziosa violenza e abiezione allignano sotto la specchiata apparenza come un solaio infestato dai topi, una vitalità disseccata come il fico del giardino che cede di schianto.

Questo dev’essere il silenzio, perdere i contorni delle cose.

Il silenzio cominciò dopo la morte della mamma. Non fu intenzionale. Neppure una punizione. Un labirinto, forse, se avete bisogno di definirlo, e quando ormai c’ero dentro da troppo tempo non riuscii più a trovare l’uscita.

... al mondo non ci sono parole per tutto. E non parlo di morire o di vivere, non parlo di frasi come “non ci sono parole per il dolore”. Per il mio dolore le parole c’erano, ma mentre strofinavo il water con lo scopino, mentre ripulivo dai funghi la vasca da bagno, mentre affettavo una cipolla, non pensavo a parole. Il laccio che univa le parole e le cose si era sciolto ed era rimasto il mondo soltanto. Un mondo privo di parole.

La spirale dei pensieri fatti dal gruppo ritorna a capo, riflettendo sul fatto che se si toglie il pathos del ‘come andrà a finire’, si possono ri-ascoltare molti passaggi di quel che l’Autrice dice sulla vita, sulle cose che contano, sulla verità dell’esperienza.

La sospensione del giudizio e un fare spazio che lavora la complessità e il ritorno del rimosso con chiavi di lettura meno angoscianti e parole diverse, verso nuove possibili trascrizioni.

O riletture, perché è questo a riunire il lembi del dividersi del gruppo, il proposito di riguardarlo con sguardo nuovo.

Sono curiose, le cicatrici. Ci avete mai pensato? Sono sicuramente la parte più morbida. Forse è questo che siamo quando veniamo al mondo, non ci avevo mai pensato: un’enorme cicatrice che preannuncia quelle che verranno.

 

 

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