L’UOMO DEL GARBINO
Ha soffiato per giorni il garbino sulla Romagna: lunghe raffiche di aria calda che pulivano il cielo e rianimavano il clima dell’estate appena trascorsa. Al cessare del vento, la mattina di domenica, Alberto Spadoni ci ha lasciato. Vengono alla mente le pagine dedicate proprio da Spadoni a questo vento che trae il nome dall’arabo Gharbi, cioè occidente: caldo-secco d’estate e tiepido d’inverno. Non di vento soltanto si dovrebbe parlare, precisava Spadoni, ma di tempo, il tempo del Garbino: “nel senso di atmosfera, di commistione di una percezione esaltante con un vissuto particolare: qualcosa che ha più a che vedere col mondo dei sogni che con quello reale”. Il garbino spazza via le caligini e consente di percepire più nitidi i contorni e i profili delle cose, è giocoso ed eccitante; poi lascia il posto alle nuvole, inconfondibili nel cielo di ponente, bianche come di cotone e insieme leggere: “per tutta la giornata il cielo resta azzurro intenso, azzurro-garbino … E’ l’ultima scena a tinte forti. Domani il cielo sarà coperto da nubi di pioggia …”
Conservo l’ultimo ricordo di Alberto coi colori di un cielo azzurro-garbino, sereno, limpido come il suo spirito ricco di una vitalità incessante, di un impeto dolce capace di ravvivare l’atmosfera del colloquio e il clima dei pensieri, di infondere calore e speranza. Il garbino e il mare nelle evocazioni di Alberto si toccavano e si fondevano; così, le onde sotto l’effetto del vento si placavano e si appiattivano, ma la corrente poteva spingere al largo l’incauto nuotatore. Dell’esperienza marittima Spadoni portava nel lavoro analitico la pazienza del pescatore e l’accortezza del marinaio, capace di attese anche molto lunghe e di attenzione accurata ai movimenti psichici e alle trasformazioni, alle qualità affettive e alle presenze terrifiche emerse dal mare interno: “i mostri del mare e della terra,/ le idre, le meduse e le chimere tirali fuori come vongole/ dal guscio di calcare …” (Bartolo Cattafi). Erano versi che egli amava, adatti a rappresentare l’inconscio come un mare, talvolta infido per i contenuti, più spesso spazio bonificato di rinascita. Ci accompagna la sua presenza come il garbino che rischiara l’orizzonte e rende più acuta la nostalgia, più nitidi i ricordi, meno buio il dolore.
Alberto ci ha lasciati il 29 settembre, giorno in cui si fa memoria degli arcangeli: Michele, Gabriele e Raffaele. Accostare la sua figura a quella dei messaggeri celesti, significa provare a ridurre la distanza fra il cielo e la terra per cercare ancora una volta la consolazione che Alberto sapeva infondere a chi si accostava a lui; ci resta questo dono: prezioso da conservare per sempre.
Buon vento, Alberto!
Pierluigi Moressa
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