L’esecutivo del centro psicoanalitico di Bologna ha ospitato nella mattinata del 2 Ottobre la terza delle giornate nazionali del corso di perfezionamento Bambino/Adolescente dell’anno 2021/2022, alla quale Marco Mastella avrebbe presentato un suo contributo. Questo seminario è dedicato proprio a lui.
Prima dell’avvio della giornata il presidente della Società Psicoanalitica Italiana, Sarantis Thanopulos, da remoto, porta i saluti di apertura, esprimendo un sincero dispiacere per la sua prematura scomparsa e ricordando in particolar modo l’eccellente impegno di Mastella nella ricerca sull’Autismo inteso come modo altro di comunicare.
Il titolo del seminario è stato riproposto esattamente come pensato in origine: "La co-costruzione della mente nel contesto primario e nel processo analitico”. Per ricordarlo nel modo migliore si è pensato di lavorare insieme attorno a un suo articolo nell'ambito della psicoanalisi del bambino e dell’adolescente, alla quale teneva tanto. Tale contributo dal titolo “Il bambino che venne dal freddo e che attraversò il vuoto”, pubblicato sulla Rivista di psicoanalisi del 2012, tratta del lungo e difficile lavoro del costruire la mente di un bambino confuso, disorganizzato, non ancora legato al suo oggetto e con un corpo disabitato. Seppur non così recente, il suo lavoro appare molto attuale e significativo, poiché mostra alcune delle qualità che sono richieste all’analista infantile quando si cimenta con pazienti la cui mente non è ancora nata. “Rileggendo il lavoro di Marco dopo tanti anni di pandemia appare assolutamente evidente quello che manca quando manca il corpo, con i gesti che parlano e le sensazioni nella stanza d’analisi”; così si pronuncia Benedetta Guerrini Degl’Innocenti, la quale presterà la voce per la lettura del lavoro, peraltro in una maniera particolarmente partecipata. Nel racconto emergono coraggio, passione, fermezza ma anche capacità di aspettare e tenere viva la speranza, gesti teneri quelli di Mastella, ma anche decisi e forti, pieni di sensibilità verso il bambino piccolo e verso i suoi genitori.
Al convegno sono state invitate alcune delle persone che l’hanno conosciuto e che negli anni hanno lavorato con lui, per discutere la versione ridotta del lavoro.
La parola viene quindi ceduta a Stefano Bolognini, il quale metterà in luce il modo di essere Mastella, insieme analista e persona. Egli ritiene che il suo scritto costituisca un “vero e proprio trattato di psicoanalisi dell’infante e di psicoanalisi in generale”. Si sofferma su alcuni elementi tra cui l’equazione personale che ogni analista svolge in quella sorta di triangolo edipico che tiene insieme analista-teoria-paziente e che in questo lavoro, ritiene, sia perfettamente armonizzata. Un secondo aspetto evidenziato fa riferimento all’appropriata e condivisibile “modulazione delle rappresentazioni, delle cose, delle parole, delle immagini e delle idee”; inoltre tiene a sottolineare quanto tale lavoro mostri la capacità dell’analista di “trasformarsi nel terzo analitico”, come direbbe Ogden. Infatti nel lavoro di Mastella si resta colpiti anche dalla lunga durata del ruolo terapeutico in cui l’analista oscilla tra oggetto materno, paterno e oggetto ambiente; a volte si ha quasi l’impressione di “diventare parenti” del paziente, per quanto intensa è la condivisione che si crea tra il paziente e l’analista in alcune fasi evolutive. La professionalità in Mastella accetta il dato umano e permette cosi al paziente di ampliare le sue capacità d’integrazione. La parola passa a Paola Marion che avvicina il lavoro del collega alla riflessione sull’informe di Winnicott. Dall’informe, la forma può emergere e prendere vita, perché questo accada bisogna accettare di stare (di convivere) con uno stato non integrato della personalità e tollerare l’esperienza degli impulsi motori e sensoriali. Quindi nel caso presentato la trasformazione parte dalla scoperta dell’acqua fino ad arrivare a quella dei contenitori, da una massa di contrazioni muscolari ad un punto fermo d’appoggio. Marion presenta le opere di un artista contemporaneo visitato di recente alla Biennale di Venezia, Kapoor, che mette in evidenza nelle sue rappresentazioni delle masse di fluidi che sfuggono al controllo. L’artista è alla ricerca di una figurabilità di esperienze sensoriali, di esperienze corporee, come se queste fossero delle scariche emotive dal carattere esplosivo.
E’ il turno poi di Irene Ruggiero la quale forte della quarantennale amicizia fraterna e della collaborazione professionale con Mastella, servendosi di alcune citazioni tratte dal lavoro, unite ad alcune sue testimonianze, mostra quanto il suo “modo di amare i bambini fosse quello di aiutare i suoi genitori”. Continua: “Marco si è veramente, per così dire, sporcato le mani con questo bambino…Il suo era un ascolto con tutti i sensi..”. Ruggiero, inoltre, ricorda come lui riusciva a dosare in maniera fine aspetti di devozione materna primaria, funzioni paterne separative e riparazione dell’ambiente. Mastella adottava un bambino senza sradicarlo dai suoi legami familiari, anzi li riparava e li coltivava, trasmettendo speranza ai genitori, creando un setting come un vestito su misura, co-costruito con operatori e professionisti della salute (insegnanti, infermieri, ostetriche..). Una mente che tiene e che ti tiene non dimenticando l’affettività e l’umanità.
Segue dalla sala, l’intervento di Manuela Trapanotto che legge un commovente “ricordo” preparato assieme ai colleghi, allievi che hanno frequentato fino alla brusca, forzata interruzione, un gruppo clinico condotto da Mastella. Presentano un testo dal titolo “Con gratitudine” e che potrebbe essere sottotitolato “la memoria delle memorie”. Una piccola citazione, dalle parole della collega: “Poesia e gentilezza è stata l’associazione spontanea evocate dalla sua figura”.
Si apre lo spazio per il dibattito, interviene Luca Nicoli che racconta cosa abbia più di tutto trattenuto dalla sua personale esperienza con Mastella, ossia che il lavoro con i bambini parta dal “fare”, dalle “azioni parlanti” direbbe Racamier, dal gesto che interpreta, possibile - dice la Cattelan - perché l’analista è lì completamente, ma anche da un’altra parte in cui osserva, senza perdere mai questa sua “dissociazione”, come ricordava Bolognini. Dagli interventi in sala e in remoto emerge un terapeuta (Mastella) confermato nella sua peculiare forza vitale, unita ad un’instancabile curiosità verso tutto ciò che avrebbe potuto aiutarlo ad incontrare bambini e ambiente familiare. Molto apprezzato nel gruppo della SEPEA per il suo intuito, la sua capacità straordinaria di rêverie che lo portava, nelle partecipazioni e discussioni dei casi clinici, ad anticipare e disvelare aspetti della storia del paziente. Fava recupera l’aspetto del “lasciarsi usare” dell’analista, “tanto quanto più riesce, tanto più riesce ad usare internamente se stesso…Lasciarsi usare comunque ne abbia bisogno il paziente, perché anche i pazienti adulti aspettano di essere trovati la dove sono”. E così viene pure segnalato lo stretto legame tra la psicoanalisi dei bambini e quella degli adulti.
Jaffè conclude i lavori ricordando la capacità di Mastella di “stare sul pezzo” e non distrarsi, ha lavorato fino alla fine dei suoi giorni al servizio dei pazienti e dell’istituzione psicoanalitica.
Per tutti un caro collega e un prezioso maestro.

 

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