Marco Monari, segretario scientifico del Centro Psicoanalitico di Bologna, introduce i lavori delle giornate di Psiche Dike, ricordando il successo di questi venti anni di lavoro e di dialogo tra psicoanalisi e giustizia. Introduce il tema della responsabilità come un saper rispondere delle proprie azioni, saper spiegare le proprie ragioni e sopportarne le conseguenze e cita la responsabilità degli psicoanalisti nel setting terapeutico.
Il dott. Mereu, chair del pomeriggio, descrive queste giornate come un’occasione per ricordare il compianto Gino Zucchini: “Zucchini era una persona in grado di trasmettere fiducia nella vita (...) la sua capacità di infondere una fiducia vitale nel futuro”. Valorizza la sua straordinaria fiducia nella legge, e la sua attività psichiatrica incentrata sui diritti dei malati, aspetto molto presente in lui sin da giovane e che successivamente trovò una coniugazione felice nell'attività peritale.
Il dott. Mereu racconta la storia del gruppo Psiche Dike e del suo "creatore", il prof. Glauco Carloni, che fu il primo a tessere i rapporti con il Tribunale per i minorenni e con la dott.ssa Ceccarelli, allora presidente del Tribunale. Il dott. Mereu continua dicendo che l'idea di creare un gruppo di lavoro con i giovani fu di Carloni ma “il cuore, l'anima, lo spirito, il nutrimento fu tutto di Zucchini”. Legge una prefazione che Zucchini aveva già completato per un libro che il gruppo Psiche Dike sta realizzando, prefazione dattiloscritta amorevolmente da sua moglie, in cui descrive la storia del gruppo, la scelta del nome "Psiche/Dike" che definisce “civetteria lessicale che rimanda a due figure del mito e della lingua greca”, lettura da cui emerge il suo pensiero raffinato. Mereu parla di una forza vitale all'interno del gruppo, tuttavia riconosce un suo attraversamento doloroso collegato alla perdita di Zucchini.
Il pomeriggio procede con l'ascolto di una registrazione di Zucchini durante una riunione di Psiche Dike e di un’intervista che Mereu ha fatto al dott. Spadoni, in cui descrive Zucchini come un appassionato, lucido, sempre con i piedi per terra che diceva: “pensiamo ai diritti dei malati è questa la luce che ci deve guidare”. Spadoni descrive le rispettive personalità, e quanto fossero complementari: “Gino aveva il sorriso di chi sa che finirà bene, aveva fiducia nel futuro, io ero spaventato dal presente”.
Il dott. Mereu passa la parola alla dott.ssa Ceccarelli, già Presidente del Tribunale per i minorenni di Bologna dal 1997 al 2004, che racconta di come all'inizio nel suo ruolo si sia ritrovata di fronte a grosse responsabilità: “vi erano situazioni molto gravi in cui erano pesantemente violati i diritti dei bambini all'interno di famiglie patologiche”. Conosciuto il prof. Carloni al quale ha potuto raccontare il contesto difficile che stava vivendo, ricevette una lista di nominativi di psicoanalisti disponibili a collaborare con il tribunale, il primo dei quali era il dott. Gino Zucchini. Nacque così una collaborazione che si sviluppò con consulenze che andavano dalla responsabilità del giudizio alla responsabilità della cura. Sostiene poi quanto nel campo giudiziario e minorile sia indispensabile avere a disposizione "culture altre" oltre alla competenza di tipo giuridico, che aiutino a capire e a giudicare contenuti psicologici e sociologici, una necessità interdisciplinare attualmente a rischio per l'approvazione della recente riforma della giustizia civile che porterà, nel giro di pochi anni, alla formazione di un tribunale unico per la famiglia e i minorenni. La presenza dell'interdisciplinarità sarà inevitabilmente ridotta, sostiene la relatrice, perché nei collegi che decideranno sui diritti dei minori all'interno della famiglia, saranno meno presenti, o del tutto assenti, i giudici onorari. La dott.ssa Ceccarelli si augura che il seme che avevano piantato Zucchini e Carloni cresca nella direzione di una sinergia di discipline.
Il dott. Mereu introduce il dott. Tardino, giudice e amico di Gino Zucchini, che parla del loro incontro e poi si addentra nel tema delle giornate sostenendo che un rapporto tra la responsabilità del giudicare e del curare non porti a nessun punto di efficiente soluzione perché i contenuti e le finalità della pratica terapeutica sono diversi rispetto a quelli relativi alla pratica del giudicare. Sostiene: “Il giudice indaga sopra dei fatti a cui dovrebbe attenersi per accertare la responsabilità, lo psicoanalista indaga sopra le intenzioni intricate dentro oscuri conflitti o incubi, tutti relativi al mondo interno”; ci sono anche delle analogie, “si chiede al giudice di essere imparziale e allo psicoanalista di essere neutrale”. Riporta quanto gli disse un giorno Zucchini: “Le rivoluzioni non sempre si possono fare con il benestare del questore”, cioè che a volte con il paziente bisognerebbe mettere da parte il protocollo terapeutico perché c'è qualcosa di eversivo, di rivoluzionario nel vagabondo discorso del paziente che potrebbe essere la chiave di volta per afferrare il principio del suo sfacelo interiore.
Dopo i sentiti ringraziamenti, la parola passa alla dott.ssa Montemurro che coordina il cineforum. Il filmato sarà proiettato come un lavoro di gruppo svolto con Massimo De Mari, Sergio Mordenti e Montemurro con la collaborazione di Lorenzo De Mari, figlio del collega che ha realizzato il collage, composto da frammenti scelti tratti da due film: "La parola ai giurati" e "Il verdetto". Al termine della proiezione Montemurro riporta alcune riflessioni. “La parola ai giurati” le ha fatto pensare a quanto per arrivare alla verità sia necessario un sano confronto, mentre "Il verdetto" fa riflettere su quanto ci siano alcune tematiche così delicate da portare la magistratura stessa ad interrogarsi sulla propria legittimazione a decidere. A sostegno di questa riflessione riporta il libro del relatore del sabato, l'ex magistrato Elvio Fassone, che dopo la sentenza di condanna di alcuni mafiosi, aveva sentito il bisogno di scrivere a uno di loro costruendo un rapporto epistolare durato 26 anni e che esitò nella pubblicazione di un bellissimo libro "Fine pena ora".
La discussione si apre con un vivace dibattito.
Mirella Montemurro

Sabato 1 ottobre riprendono i lavori con il dott. Elvio Fassone, già Magistrato di Cassazione con funzione di Presidente della Corte di Assise di Torino e componente del CSM dialoga con il dott. Giorgio Mereu, psicoanalista SPI e coordinatore del Gruppo Psiche Dike del C.P.B.
Il concetto di responsabilità – concetto che appartiene intrinsecamente all’impianto concettuale della psicoanalisi - è affrontato in alcune sue diverse declinazioni. In particolare, sul versante creativo-espansivo, la responsabilità è declinata in una dimensione che ha a che fare con la crescita e la maturazione del soggetto in una visione fiduciosa dello sviluppo umano. Su un altro versante in una dimensione del negativo, la responsabilità è afferente al tema della colpa e alla punizione. Un terzo ambito di riflessione individuato e associato al tema della responsabilità è inerente alla delicata questione del potere assunto dal curante così come dal giudicante, aspetto che inevitabilmente va a toccare la dimensione narcisistica dell’essere umano.
Il dialogo sembra condurre oltre la malattia, oltre il fatto-reato, aprendosi alla questione del prendersi cura di questioni dell’umano attraversando alcuni concetti chiave come quello della responsabilità del cittadino, della responsabilità del magistrato, del perdono, della cura, del valore rieducativo della pena.
Lo sguardo del Giudice e dello psicoanalista convergono sul libro scritto dal dott. Fassone “Fine pena ora”; alcuni passaggi del testo diventano spunto per un fertile scambio fatto di innesti reciproci tra la dimensione del curare e del giudicare mettendo al centro l’umano e la sua dignità.
Il Magistrato Fassone una volta emessa la sentenza che prevede la condanna all’ergastolo si apre, nel rispetto della legge, all’esplorazione delle risorse in quella che lui stesso definisce “la terra del praeter legem”. Con un gesto di impulso dà avvio ad uno scambio epistolare che durerà quasi 30 anni con l’uomo che ha condannato. Non si tratta del pentimento per la condanna inflitta né di una manifestazione di solidarietà quanto piuttosto di una forma di vicinanza tra esseri umani.
Il Giudice, dice Fassone, è colui che fa una profezia retrospettiva, ricerca l’esistenza di un fatto che non ha visto e che non conosce e deve ricostruire sulla base di tracce che portano a un giudizio che vada al di là di ogni ragionevole dubbio. Il dubbio è assunto come componente che vitalizza la funzione dell’uomo che giudica, così come dell’uomo che cura.
La legge è applicata, ma da questo gesto di umanità si apre una dimensione in cui circoleranno il desiderio di emancipazione attraverso lo studio e i momenti di sconforto dell’ergastolano.
Alcuni toccanti passaggi riportati nel libro vedono sfumare i confini tra chi giudica e chi cura nella costruzione di una relazione. In molti passaggi, commenta lo psicoanalista Mereu si coglie una non comune capacità di ascolto e la capacità di farsi carico della responsabilità di ascoltare.
Interviene quindi Salvatore Tesoriero, avvocato penalista del Foro di Bologna che amplia la riflessione, in termini giuridici, individuando tre aree di riflessione. Una prima relativa alla responsabilità dell’individuo che in ambito penalistico si declina nelle categorie classiche del dolo e della colpa, categorie che appaiono oggi più contigue di quanto tradizionalmente si è pensato. Una seconda area relativa alla responsabilità di giudicare intesa come potere del giudice, un potere che è in grado di modificare i diritti più rilevanti e profondi dell’individuo, la rappresentazione stessa che la società ha dell’individuo. Vede il giudice solo nella ricostruzione a posteri del fatto in un atto che oscilla tra pensiero intuitivo e una razionalità che deve esprimersi nella scrittura della motivazione del giudizio e che rappresenta per il giudice un’operazione di controllo sulla propria attività: questo passaggio insieme a professionalità e empatia va contrapponendosi al rischio dell’errore giudiziario. Una terza area relativa alla responsabilità legata alle conseguenze del giudizio, attiene alla definizione della pena.
Ad arricchire ulteriormente lo scambio da prospettive diverse si colloca la relazione della prof.ssa Orsetta Giolo, Docente di Filosofia del Diritto e Sociologia del Diritto all’Università di Ferrara che propone alcune considerazioni di tipo filosofico giuridico in merito alla responsabilità uscendo dal paradigma processual-penalistico alla luce delle trasformazioni che il concetto di responsabilità sta subendo. Rilegge queste trasformazioni alla luce dell’ideologia neoliberale fortemente focalizzata sulla nozione di responsabilità e libertà. Si assiste a un processo di iper responsabilizzazione individuale e la costituzione di ambienti giuridici normati in modo diverso, alcuni dominati dal modello dell’arbitrato e altri dominati da una iper regolamentazione che ricorre a pesanti sanzionamenti e dal fenomeno del populismo penale.
L’ideologia neoliberale spinge al massimo questa antitesi tra cura e libertà, indirizzando la cura degli altri verso la cura di sé, verso la rappresentazione di un mondo in cui la cura degli altri non sembra essere compatibile con la libertà.
La dott.ssa Lucia Giaccotto psichiatra analista SPI, rifacendosi alla definizione di Carla Bagnoli di responsabilità introduce questo concetto nei termini di una vera e propria costellazione concettuale. A fronte del pericolo per l’analista di eccedere nel concentrarsi su di sé, rivisita il tema della responsabilità dell’analista, nella sua attività volta al mantenimento del setting costante, nella sua capacità di adattare gli impianti teorici alle diverse circostanze, generando così una possibilità evolutiva in un’ottica secondo la quale la psicoanalisi legge il reato come sintomo, estraendo dal reato stesso il senso soggettivo. La giustizia minorile è un esempio di come sia possibile uscire da un’ottica sanzionatoria e accusatoria, cercando la rielaborazione del reato attraverso ad esempio l’istituto della Messa alla Prova in cui la responsabilità è un obiettivo e in cui prevale la logica della giustizia riparativa.
Passando dalle questioni della responsabilità della cura di pazienti gravi, al tema della solitudine dell’analista e dell’importanza del lavoro di equipe capace di restituire un senso di appartenenza e di ricevere un sostegno affettivo - così come sottolineava Bion rispetto alla funzione contenitiva del gruppo per l’attività terapeutica del singolo - chiude il suo intervento con un richiamo alla passione quale elemento vivificante del lavoro capace di incidere sul curante e sul giudice, così come sull’avvocato.
A chiudere la serie di interventi prima del vivace dibattito con il pubblico che chiuderà i lavori della mattinata è la dott.ssa Stefania Nicasi, psicoanalista SPI, Direttore della Rivista Psiche che ha dedicato proprio al tema della responsabilità il volume di giugno 2021.
Francesca Moscati

La tavola Rotonda del pomeriggio è stato introdotto e moderato da Massimo De Mari, psichiatra, criminologo e psicoanalista SPI/IPA, che ha ricordato i vent’anni di lavoro del gruppo accompagnato da un sempre crescente interesse da parte delle Istituzioni di Formazione, con l’aumento di corsi di psicologia giuridica, ad esempio. Tale interesse ci rinforza nell’idea, ha sottolineato il chair, che il metodo psicoanalitico si possa applicare ad ambiti anche molto diversi dalla clinica, tenendo presente che spesso l’individuo nel percorso giudiziario non richiede aiuto, come nel percorso clinico, nascondendo un vantaggio secondario di riduzione della pena. De Mari ha ripreso le tematiche trattate nel corso della mattina soffermandosi sul senso della pena, inteso come progetto per rieducare alla responsabilità, e non in senso punitivo e vendicativo.
Letizio Magliaro G.I.P/G.U.P. del Tribunale di Bologna ha parlato della responsabilità del Magistrato nel momento in cui il giudizio incide sulle vite degli altri. Ci si trova, aggiunge, di fronte ad un potere enorme del giudizio dell’uomo sull’uomo, mentre nell’antichità tale potere veniva attribuito agli Dei. Responsabilità anche come peso che grava sulle spalle di chi giudica, in quanto la giustizia viene amministrata nel nome del popolo, cosi ci ricorda la Costituzione, quindi l’esercizio del potere è collegato alla democrazia. Da questo deriva la necessità, da parte del Giudice, di motivare e rendere comprensibile la propria decisione non solo ai tecnici, ma anche alla propria comunità e subire anche le conseguenze di eventuali errori. Il relatore introduce anche la tematica della soggettività, intesa come portato soggettivo di chi giudica, come sensibilità individuale del giudice, con cui farne in conti, senza uscire dai sentieri delle leggi, ma considerare come la propria storia personale, le difese e le esperienze possano a volte rendere difficile giudicare.
Antonio Mumolo Fondatore e Presidente di “Avvocato di strada” ha parlato dell’esperienza dell’avvocato di strada, Associazione presente in 59 città, che coinvolge oltre 1000 avvocati volontari, come dello studio legale più grande d’Italia. A partire dallo stereotipo per cui la povertà è considerata una colpa, una responsabilità, elenca le diverse punizioni:
• sociali: allontanamento del povero, isolamento, indifferenza;
• corporali: violenza nei confronti dei senza tetto;
• giuridiche: provvedimenti amministrativi ad es. togliendo le panchine o negando il diritto alla residenza, che porta ad impossibilità a trovare un lavoro, casa e medico di base.
Combattere questo stereotipo è fondamentale in quanto la povertà è una condizione mutabile che riguarda tutti noi come collettività e non è una colpa da vivere con vergogna. Non si tratta di buonismo, aggiunge De Mari, ma ha una ricaduta economica e sociale collettiva, in quanto se non diamo queste possibilità di tutela saranno portati a commettere dei reati in numero maggiore.
Giada Pugnetti avvocato civilista Foro di Reggio Emilia ha parlato della propria formazione e della necessità di passare a considerare l’altro da controparte a contropartner, tenendo conto della ricchezza di elementi che l’altro sta fornendo per chiarire meglio il quadro della vicenda. A più riprese ha sottolineato che il Diritto di Famiglia ha a che fare con affetti, relazioni, aspettative e fiducia ed è necessario prendersi il tempo di ascoltare il cliente al di là dei risultati, strumenti e procedure, considerando anche quanta responsabilità il cliente abbia nel conflitto ed arrivare ad una decisione sostenibile, con il rischio di perdere il cliente, in quanto diventa essenziale sintonizzarsi anche sui bisogni dei minori.
Sergio Mordenti psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista SPI/IPA, in chiusura, ha messo in evidenza come la responsabilità abbia a che fare con il mettere la faccia rispetto alle proprie decisioni, al percorso delle proprie scelte, vivendo in diretta la propria umanità, le proprie esperienze, per poi mettere una distanza per elaborare quello che è accaduto. Emettere un verdetto non è solo dire il vero, ma anche ricostruire una realtà personale, interna del soggetto, utilizzando le parole più giuste per descrivere quello che si è vissuto e pacificare uno stato interno di disagio: un buon verdetto è trovare parole comprensive per portare sollievo alla pena.
La discussione, molto partecipata, è diventata un’occasione per riprendere alcune tematiche affrontate nel corso delle giornate e, fra le altre, il tema dell'aggressività come controtransfert nei confronti del povero/folle, come se ci fosse la paura di un contagio e la delega alla burocrazia come difesa anche per spostare all’esterno l’assunzione di responsabilità.
Un quesito ha salutato i partecipanti, ancora numerosi, al termine del pomeriggio: dovere o etica, le leggi vanno sempre rispettate anche se sono contrarie all’etica dei diritti umani?
Ramona Fava

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