Nelle giornate dal 12 al 14 settembre 2025 si è tenuto a Milano il convegno Winnicott e Bion: La nascita della mente. L’evento, che ha riunito un folto gruppo di partecipanti in presenza e online, è stato organizzato dal Centro Milanese di Psicoanalisi e si è svolto presso il Centro Congressi FAST di Milano.
I lavori si sono aperti nel pomeriggio del venerdì con la presentazione del convegno da parte di Monica Bomba, segretario scientifico del Centro Milanese di Psicoanalisi, e di Lucio Sarno, che hanno introdotto la relazione di apertura di Luisa Marino, in collegamento da Londra: “A Star is Born. Come nasce una nuova teoria. La trasmissione dei traumi e delle teorie in psicoanalisi”.
Il testo è introdotto da una metafora astrofisica: la nascita di una stella come esito della collisione e condensazione di materiale nello spazio. L’immagine aveva lo scopo di illustrare gli scontri avvenuti in Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, all’interno della Società Psicoanalitica Britannica, tra Anna Freud e Melanie Klein, e che portarono alle Controversial Discussions, dalle quali originarono i tre gruppi (kleiniani, annafreudiani e middle group), e che affermarono, in tempi diversi, altre due figure di rilievo: Winnicott, fin dall’inizio, e Bion successivamente, nel 1944.
L’autrice ha sottolineato come alla nascita di una nuova teoria psicoanalitica concorrano diversi fattori intrecciati in un contesto originario, un “brodo primordiale” di incontri, contrasti, vicende personali, umane, storiche e culturali.
La relazione, vivace e coinvolgente, è stata discussa con la partecipazione di Luca Di Donna, collegato da San Francisco, che ha condotto il pubblico nel tempo di una psicoanalisi in grande evoluzione, quella degli anni ’50 e ’60, raccontando e annodando ricordi, incontri, aneddoti e riflessioni su alcune dinamiche istituzionali e sociali dell’epoca.
La mattina del sabato è iniziata con la relazione di Jan Abram dal titolo “Holding e Containing: sulla specificità della teoria delle relazioni oggettuali di Winnicott”. Con questo lavoro ci ha condotto al cuore delle Controversial Discussions con una brillante disamina delle differenze e delle reciproche derivazioni tra le teorie dei due autori, rispetto anche ai concetti di containing e holding. Sono seguiti approfondimenti sulla teoria delle relazioni oggettuali, i fenomeni transizionali, la funzione paterna nella mente della madre e le differenze tra analisi ontologica ed epistemologica secondo Ogden.
Stefano Bolognini, in veste di chair della discussione, ha stimolato la platea a una riflessione sui contenuti, favorendo una dialettica costruttiva nel rispetto delle teorie implicite ed esplicite degli autori.
Mauro Manica, nella sua relazione “Un oracolo (forse un miracolo) alla British Psychoanalytical Society”, ha descritto il clima straordinario che caratterizzò, tra il 1965 e il 1967, la produzione teorica di Bion, che aprì a riflessioni inedite e di grande portata sul linguaggio, sul rapporto tra psicoanalisi e religione e sulla tecnica analitica, destinate a segnare una svolta decisiva nella storia della psicoanalisi e a introdurre prospettive radicalmente nuove. La relazione ha sottolineato la forza dirompente delle teorizzazioni bioniane e il loro profondo impatto sulla tecnica analitica. Le resistenze iniziali vennero superate nel tempo, sino al loro divenire contributi imprescindibili al pensiero psicoanalitico contemporaneo.
Alla ripresa dei lavori pomeridiani, David Ventura ha introdotto le successive relazioni.
Giuseppe Civitarese ha presentato un lavoro intitolato “L'incontro originario: Psiche, Eros e il legame originario”, una riflessione sul tema della nascita psichica come processo che prende forma nel legame madre-infante, dove il ritmo di presenza e assenza diventa fondamento della mente. Richiamandosi a Freud e Bion, ha elaborato l’idea di un “noi inconscio”, che mette in primo piano l’intercorporeità e la qualità del legame più che la forza dell’interpretazione. Attraverso i miti di Amore e Psiche e di Orfeo ed Euridice ha mostrato come la perdita e lo sguardo dell’Altro siano elementi costitutivi della soggettività. Ha infine sottolineato come la psicoanalisi si fondi sulla capacità di tollerare l’opacità, affidandosi al corpo, al silenzio e al ritmo come strumenti essenziali del lavoro clinico.
La relazione di Violet Pietrantonio dal titolo “Born to be alive. Bion, Winnicott e l’Ontological Revolution in Psicoanalisi. La scoperta dell'effetto mind renewing delle staminali ⲁ” ha ripercorso l’incontro sotterraneo e mai dichiarato tra Bion e Winnicott, collocandolo nel clima rivoluzionario degli anni Sessanta, quando la psicoanalisi britannica si apriva a nuove forme di pensiero. Con linguaggio evocativo e poetico, l’autrice ha mostrato come i due abbiano scardinato le rigidità kleiniane. È emersa così l’idea di un’“Ontological Revolution”, che trasformava la stanza d’analisi in luogo di vitalità e creazione, più che di sola interpretazione. La lezione di Bion e Winnicott ha trovato prosecuzione nei lavori di autori come Ferro e Ogden, che hanno approfondito la funzione del sogno e del campo analitico.
In questo percorso, la psicoanalisi si conferma disciplina viva, capace di rigenerarsi costantemente. La rêverie – come ricorda Ogden – diventa la voce stessa dell’analisi: ogni volta che appare porta con sé trasformazione e sollievo.
Sono seguite le relazioni di Gabriella Giustino e Anna Oliva De Cesarei, sul medesimo materiale clinico presentato da Marinella Linardos: la prima, secondo un’ottica bioniana; la seconda, più winnicottiana. Entrambe hanno ripercorso il materiale arricchendolo di preziose riflessioni su come i vissuti personali si trasformino nella relazione significativa e condivisa con l’analista.
La relazione di Gabriella Giustino ha indagato la logica paradossale del Super-io, concepito come forza persecutoria che ostacola la crescita psichica e si nutre di un’idealizzazione mortifera. Viene analizzata la dinamica tra terrore senza nome, fallimento del contenimento e annichilimento del pensiero creativo. Il Super-io patologico è descritto come istanza che, imponendo un ideale assoluto, si rovescia in persecutorietà. L’analista ne sottolinea l’affinità con processi perversi e ripetitivi, capaci di mascherarsi da vitalità. La riflessione si concentra sulla possibilità di distinguere e trasformare questi elementi, per restituire spazio alla curiosità e alla vita psichica.
Anna Oliva De Cesarei ha illustrato come la funzione di contenimento promuova la trasformazione del rischio di caduta psichica in spazio condivisibile. La funzione di sintonizzazione trasforma l’esperienza di annichilimento in riconoscimento della debolezza e della necessità di sostegno, e favorisce l'emergere di uno spazio di incontro dove corpo e psiche possono iniziare a riannodarsi. L’attenzione costante al rischio di crollo si accompagna a un movimento di fiducia in cui il pensiero può cadere e rialzarsi con gradualità, consentendo la ripresa della vita psichica.
Infine, Gabriele Cassullo ha proposto il caso di un’analisi alle riflessioni di Diana Norsa e di Gianni Beglia.
Il testo di Norsa, riprendendo le formulazioni di Bion e Segal, mostra come corpo e mente vadano intesi come unità del Sé, evitando scissioni patologiche. La creatività, come la musica, nasce da legami e simmetria tra queste dimensioni, che l’analisi deve favorire. L’incontro analitico è una “tempesta emotiva” che comporta rischio e incertezza, ma può trasformarsi in esperienza feconda. Il setting non è dato una volta per tutte: va creato insieme, affinché diventi spazio intermedio capace di generare trasformazione e nascita del Sé.
Beglia, nel proprio contributo, concentra l’attenzione sulla dialettica tra prospettiva epistemologica – il sogno come appartenente al paziente e interpretabile – e ontologica – il sogno come esperienza condivisa nel campo analitico – richiamando il pensiero di Bion e Ogden. Nella lettura del lavoro è stato possibile cogliere un processo trasformativo che non consiste solo nel produrre interpretazioni, ma nell’essere coinvolti in un’esperienza viva, nella quale analista e paziente si lasciano attraversare dal materiale. Beglia ha mostrato come l’oscillazione tra sapere e vivere non sia separabile e come il lavoro analitico, più che nel decifrare, stia spesso nel “giocare” insieme, aprendo spazi di creatività e sviluppo inattesi. La trasformazione avviene già nel racconto del sogno, che diventa esperienza condivisa capace di produrre cambiamento nel campo.
Ha concluso i lavori Giovanni Foresti.
Riassumendo le tre giornate, il convegno, nel suo ricco impianto, ha preso avvio con una sezione storico-teorica introduttiva, dedicata alla genesi del pensiero di Winnicott e Bion e alle loro reciproche influenze. Successivamente si è aperto all’esplorazione degli sviluppi contemporanei e delle possibili integrazioni, per poi approdare, nell’ultima parte, alla pratica clinica e alle sue complessità, affrontate in un fecondo dibattito a partire da materiali clinici. La partecipazione del pubblico è stata vivace e spontanea, e gli interventi hanno favorito aperture di osservazione che hanno reso l’evento pienamente corrispondente alle attese.
Tra i commenti raccolti, spicca quello che sintetizza bene lo spirito dell’incontro:
“Un’occasione preziosa per esplorare le nuove frontiere della psicoanalisi e il processo di formazione della mente”.