Usa/Canada (2026), 110’, horror, in sala dal 27 maggio 2026.

Sappiamo bene come sogni e atti mancati rappresentino per Freud la “via regia” all’inconscio, la porta di accesso privilegiata al luogo-non luogo dove stipiamo tutto ciò che è rimosso. D’altra parte, sappiamo anche come Bion abbia proposto una rilettura dell’inconscio non più come luogo ma come processo, dove le esperienze emotivo-percettive grezze vengono accolte, “digerite” e trasformate attraverso la funzione alfa, in direzione di una maggiore pensabilità e sognabilità.

L’impressione è che Kane Parsons, il giovanissimo e talentuoso regista americano di Backrooms, provi, senza saperlo, a tenere insieme queste due letture.

Non voglio dare un’idea troppo magniloquente di un film interessante e non perfetto, con alcuni problemi di ritmo e non sempre coerente rispetto all’angoscia che vorrebbe riuscire a trasmettere. Eppure penso che riesca ad aprire squarci interessanti, più col linguaggio metacinematografico che con la scrittura, suggerendo più che spiegando, facendoci guardare attraverso le pieghe della sceneggiatura e del mondo che racconta. 

Meglio fare qualche passo indietro allora, e spiegare un poco di contesto. Il mondo di Backrooms nasce da Parsons nel 2022, con una web serie di cortometraggi artigianali condivisi su YouTube, a sua volta ispirata da una leggenda metropolitana (creepypasta, nel gergo di Internet).

Fin dalla primissima richiesta/definizione apparsa online, “immagini inquietanti che sembrino semplicemente sbagliate”, siamo nell’area dell’Unheimlich freudiano, ciò che è familiare, eppure spaventoso, dove appare ciò che “avrebbe dovuto rimanere nascosto e invece è affiorato” (Schelling, cit. in Freud, 1919). Riscontriamo ancora una volta l’universalità dei fenomeni psichici, che a inizio novecento avevano la forma degli automi dei racconti di E.T.A. Hoffmann - automi che comunque ancora oggi restano nel punto più critico della cosiddetta uncanny valley -, e che ora trovano la loro replica nel sottile perturbante di certe riproduzioni umane fatte con l’Intelligenza Artificiale.

Le backrooms di Parsons sono un perturbante architettonico, un infinito mondo dietro l’ordinario, a sua volta ordinario ma con qualcosa che non torna. Perché quella sedia è lì, in mezzo alla stanza, leggermente inclinata? Chi ce l’ha messa? Cosa ci fa una piscina dopo una serie di stanze vuote? E sopra quella catasta di vestiti sporchi, la maglietta contro l’Apartheid, cosa c’entra - e che ci fa qui, anche in questo testo? Siamo dalle parti di quello che il filosofo Mark Fisher (2016) avrebbe definito eerie: la sensazione che ci sia qualcosa dove non dovrebbe esserci nulla, o nulla dove dovrebbe esserci qualcosa.

Eppure ci sono momenti in cui al perturbante si affianca la potenza magnetica della curiosità. È un tema classico della letteratura fantastica, quello della febbrile ricerca di ciò che sarebbe meglio non sapere, della vertiginosa tentazione di inoltrarsi dove l’umano non è ammesso, facile metafora dell’inconscio rimosso e del suo implacabile ritorno. Tuttavia, l’inconscio rappresentato in Backrooms non ha solo le componenti traumatiche rimosse dai protagonisti, attorno a cui gravita l’intreccio della sceneggiatura. C’è tutto un gioco nella mitologia fondante del film, nella sua lore - e qui sta il vertice bioniano - intorno al tema della memoria e della percezione, agli scarti e agli indigeriti che fa pensare all’universo delle backrooms come contenitore di elementi beta, che lasciano lo spettatore inquieto - forse non quanto si vorrebbe, almeno dal mio punto di vista -, ma anche assetato di significazione e di conoscenza.

Ma come ci si arriva, alle backrooms? (oltre che con l’analisi, ça va sans dire!)

Il protagonista (Chiwetel Ejiofor, “12 anni schiavo”) vi accede dopo una intensa esperienza emotiva con la sua terapeuta, interpretata da Renate Reinsve (“Sentimental Value”, “La persona peggiore del mondo”). La fenditura che si apre nel suo negozio - un luogo squallido che rappresenta con efficacia il sé narcisisticamente umiliato del suo proprietario - assume la forma di un glitch, di un’anomalia di sistema inaspettata, secondo il vocabolario informatico. Pare l’equivalente postmoderno di un lapsus, un balbettio che apre uno squarcio su ciò che si cerca di non far vedere. E c’è qualcosa di affascinante e insieme terrificante all’idea di esplorare sequenze senza fine di stanze disabitate e spoglie: la spinta ossessiva a inoltrarsi, a farsi domande che non avranno risposta, salvo poi temere di ritrovarsi intrappolati nelle proprie profondità - in un parallelismo simbolico con il più prosaico horror “speleologico” del 2005, “The Descent”.

Non a caso, durante la prima seduta che viene mostrata, riconosciamo nello sguardo e nelle parole del protagonista qualcosa che abbiamo provato da pazienti e che ritroviamo facilmente nel lavoro di tutti i giorni: il conflitto tra K, la spinta alla conoscenza, e -K, l’intensa resistenza al cambiamento emotivo che comporta la - dolorosa! - assunzione di responsabilità sulla propria vita.

In fondo le backrooms sono un labirinto, un luogo di mistero che contiene tutto e il suo contrario, nel quale rischiare di perdersi dentro la proliferazione di stanze e pensieri, né svegli né addormentati. Per poter andare e tornare c’è bisogno di un filo di Arianna che, da fuori, aiuti a mantenere un legame mentre ci si cala in profondità, per non avere troppa paura di scendere, né la tentazione, poi, di restarci.

Bibliografia

  • Bion, W.R. (1963), Elementi della psicoanalisi, Armando Editore, 1973.
  • Fisher, M. (2016), The Weird and the Eerie. Lo strano e linquietante nel mondo contemporaneo, Minimum Fax, 2018.
  • Freud, S. (1919), Il perturbante, in Opere, IX, Bollati Boringhieri.
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