Stati Uniti (2025), 100’ - Disponibile su Netflix
Mi sono avvicinato a KPop Demon Hunters con qualcosa di più del semplice scetticismo. Un riflesso snob quasi inevitabile per l’ennesimo “film più visto della storia di Netflix”, capace di generare un gigantesco fandom di teenager, e per giunta con quella parola nel titolo, K-Pop, che porta con sé tutto un universo culturale per me lontanissimo nello spazio e nel tempo. Peggio ancora, ai Millennial come me le protagoniste non possono che far venire in mente le tanto vituperate Winx, che per anni hanno costituito il confine invalicabile delle identificazioni di genere.
Eppure penso spesso che, per lavorare nel presente come terapeuti e psicoanalisti, nel presente si debba stare, e certi fenomeni culturalmente rilevanti occorra conoscerli anche facendoseli andare giù con la forza. Questo film era lì da un po’, più o meno nei miei pensieri, a metà tra la lista dei “da vedere” e il rischio del “guilty pleasure”, qualora - ma figurarsi - mi fosse piaciuto. Ma buttare via una preziosa serata libera per le Winx-Cacciatrici-di-demoni a ritmo di musica coreana da ragazzine… mi sembrava decisamente troppo.
Poi ci ha pensato Alessandro Zampini, giornalista di videogiochi e cultura pop, a farmi fare il passo. Nella sua bella newsletter Cross Gen, dove racconta come i suoi bimbi crescano imparando (anche) a videogiocare, ha scritto cose appassionate sul film che, a quanto pare, tutti quelli che hanno bimbe per casa sentono rimbombare in loop da mesi, senza soluzione di continuità tra le camerette e l’automobile. È piaciuto sì a sua figlia, ma anche a lui e a sua moglie (mentre il maschietto “non era per la quale”, ci tornerò dopo). Per la musica, per il montaggio, per l’animazione - persino per il messaggio.
Allora mi ci sono messo, anche perché chi tratta e frequenta adolescenti prima o poi dal K-Pop ci passa e perché a un certo punto c’è bisogno di aggiornare il proprio immaginario andando oltre Star Wars e il Re Leone.
Lascio stare il piano tecnico, che non è di mia competenza, ma è evidente che si tratti di un prodotto di altissimo livello. Non a caso, alle spalle c’è una produzione di tutto rispetto, pur a noi sconosciuta, collocata tra Stati Uniti, Canada e, soprattutto, Corea del Sud.
Il cinema coreano si è gradualmente, e ben prima di Parasite, guadagnato i galloni del cinema d’autore. Negli ultimi anni sembra però uscito dai coni d’ombra di quell’autorialità à la page da concorso e la tipicità asiatica di mescolare generi e toni della storia ci è diventata, un film alla volta, meno disorientante. Poi, come spesso succede, le cose fanno il giro e, complice una Disney un po’ assonnata e presa da live action stantii (Biancaneve, Lilo e Stitch…), ecco che il soft power della cultura coreana prosegue nella sua avanzata trasferendo gli ammiccamenti della musica K-Pop nel campo dell’animazione, a metà tra l’anime e gli stilemi più occidentali.
Il soggetto parte da lontano, dalla mitologia delle mudang, le sciamane coreane che proteggono il mondo dalle forze del male attraverso la vitalità del canto e del ballo. Un filo che arriva fino a oggi, al senso unificante della musica e al suo potere di trasformare gli artisti più celebri in semidei.
D’altronde lo sanno bene i coreani cosa voglia dire coltivare una cultura degli Idol. Bellissimi, bravissimi, tirati a lucido tanto da diventare sovrannaturali: il mondo del K-Pop è una fabbrica di Ideali dell’Io per milioni di ragazzi in tutto il mondo. E come tale, ha il suo inevitabile converso di maltrattamenti, abusi e suicidi, ormai tristemente documentati, con dinamiche che sanno di schiavismo 2.0.
Il film diretto da Maggie Kang parte da qui e riesce a raccontare con semplicità una storia di perfezionismo e del suo capovolgimento: Sua Maestà la Vergogna, il vero Villain-SuperCattivo dell’epoca social, colei che colpisce al ventre dopo averti illuso che saresti piaciuto a tutti. Una delle emozioni più difficili da trattare e anche tra le più pericolose, che perseguita le persone, le costringe a nascondersi, le porta a mentire e perfino a farsi male per cercare vanamente di dimenticare o di essere dimenticati.
Questa però non è una storia coreana, importata dall’altra parte del pianeta e lì destinata a tornare, ma una faccenda attualissima per gli adolescenti di tutto il mondo, “la generazione più infelice di sempre”, mai così amati e, allo stesso tempo, mai così soverchiati dalle aspettative. Funziona bene la metafora delle tre cantanti pop che devono salvare il mondo facendo leva sulla loro popolarità, mentre portano il peso di non potersi permettere il lusso dell’imperfezione. Niente di nuovo, si dirà, ma la scrittura del film è sorretta da uno stile insolitamente quadrato, che appoggia su una sceneggiatura pulita e perfettamente completata da brani-video musicali coinvolgenti, che non a caso sono da mesi nelle playlist di tutto il mondo. Certamente il film si regge su una serie di stereotipi narrativi che lo rendono in buona parte prevedibile, ma lo fa senza mai diventare sciocco e mantenendo un equilibrio costante tra l’intrattenimento, sempre in primo piano, e le sfumature più profonde delle vicende.
In più, nel film c’è una tenue ma tenace linea di resistenza al tema attualissimo della polarizzazione di tutti i discorsi, pubblici e privati. Non penso qui di riuscire a dirla meglio di Zampini: “Pure la rivalità tra protagoniste e gli antagonisti è quasi sana perché i Saja Boys sono così bravi che è impossibile non riconoscerglielo, e le tre cacciatrici validano il loro talento ballando irrefrenabilmente, il che impedisce al loro confronto di radicalizzarsi su tutti i piani possibili e si limita alle intenzioni, dandogli così più profondità.”
Se c’è un problema in questo film, a ben guardare, è che le protagoniste sono ragazze. Sappiamo quanto sia difficile universalizzare un vissuto femminile agli occhi maschili, quanto sia ancora poco accettato che, almeno coscientemente, una donna diventi fonte di identificazione per un giovane uomo (Farci, 2025). Il contrario stiamo provando a sdoganarlo e ci risulta un po’ più semplice, soprattutto in una cultura che scrive e parla col maschile universale. Ma questo film porta il pregiudizio estetico di essere un film per “ragazzine pre-adolescenti”, e tanto basta per far sì che i maschi storcano il naso e lo allontanino, tornando appunto a fare i maschi col fucile in mano.
La bisessualità psichica ha radici teoriche ben lontane nel tempo ma, nonostante tutti gli sforzi, resta un grande rimosso della nostra epoca, almeno sul versante maschile. Forse anche in questo andrebbe valorizzata la possibilità per i giovani maschi di guardare “certe cose” e divertirsi senza provare vergogna, non perché si tratti di una questione “da femmine” e che quindi debba piacere “perché oggi usa così”, ma perché i temi di questo film prescindono dalle questioni di genere e incartarsi su questo discorso significa negare un punto essenziale della discussione, cioè il fatto che la vergogna può sedurre tutti per poi tenerli in scacco, esattamente come il vero villain di KPop Demon Hunters.
Non so se si tratti di appropriazione culturale, e nel caso me ne scuso, ma penso che quello di “coming out” sia un concetto prezioso per rappresentare e generalizzare la fatica di far “uscire dall’armadio” quei pezzetti di Vero Sé che sentiamo pulsare di vita, ma che temiamo siano troppo fragili per poter essere esposti alle grinfie della vergogna.
E insomma, senza girarci troppo intorno, ecco qua il mio pezzetto di coming out di maschio più che quarantenne, per il quale sto prendendo fiato, come si conviene, mentre cerco le parole migliori per dire una cosa molto semplice che a questo punto ogni lettore avrà capito benissimo: Kpop Demon Hunters mi è proprio piaciuto molto.
Farci, M. (2025), Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità, Nottetempo.