Francia/Belgio (2024), 106’ -Uscito in Italia il 2 ottobre 2025
Ispirato al romanzo Intimité di Alice Ferney, 2020
Il film si apre con un gesto secco, urgente, quasi animale: una giovane donna affida il suo primogenito a una vicina sconosciuta perché “si sono rotte le acque” e deve correre a partorire. Elliott, cinque anni, entra così nella vita di Sandra come si entra nel mondo: all’improvviso, senza chiedere permesso. Da quel momento la pellicola ci guida dentro un incontro impacciato, scomodo, tenerissimo. È il bambino, come spesso accade nella vita psichica delle relazioni, a prendere la parola, a nominare ciò che l’adulto non riesce ancora a pensare: “Tu non conosci i bambini”, dice. È una diagnosi, un invito, già un filo d’unione. È il bambino a insegnare all’adulto cosa significhi davvero prendersi cura.
Sandra, libraia intellettuale e femminista, single convinta, che tiene bene il vino e non sa cucinare, è abituata a muoversi tra le pagine dei libri, non tra giochi, pianti e vestiti sporchi. La vita la travolge: una neonata la reclama, cercando istintivamente il suo seno, un bambino che esplora l’assenza e la morte con un candore che toglie il fiato. Lei, che non aveva desiderato essere madre, si ritrova “abitata”, prima dalle urgenze concrete, poi da un affetto inatteso. Come se l’incontro fosse una gravidanza tardiva, una gestazione reciproca.
È in questo movimento interiore che il film lascia emergere, quasi senza dichiararlo, la figura di una maternità psichica che si costruisce passo dopo passo. Come ha mostrato Bydlowski (2000), l’incontro con un bambino può generare una sorta di “trasparenza psichica”, una permeabilità dell’Io che permette a nuove rappresentazioni, e a memorie antiche, di affiorare. Sandra sembra attraversata da questo stato: la presenza dei bambini diventa un varco attraverso cui qualcosa in lei si scioglie, si ammorbidisce, si apre.
Gina Ferrara Mori (2009) ci ricorda che la maternità è prima di tutto un processo interno, una trasformazione identitaria che non richiede necessariamente una gestazione biologica, ma nasce dalla sollecitazione della domanda del bambino reale. È l’imprevisto — la piccola che la cerca, il bambino che la osserva, le loro domande che non possono aspettare — a plasmare in lei un nuovo ritmo interno, quello del legame. E proprio qui si riconosce ciò che Ferrara Mori descrive come la creazione di “atmosfere di dialogo e di intimità, con ritmi e tessiture di complesse interrelazioni verbali e non verbali”, perché il film registra questi micro-movimenti della cura: un gesto esitante, uno sguardo che si allunga appena, un silenzio condiviso che diventa spazio abitabile.
Mastella (2011) ha evidenziato che la maternità interiore non coincide con la madre reale, ma con la capacità psichica di rendere l’altro pensabile e contenibile. È ciò che vediamo accadere in Sandra: non diventa madre per destino né per scelta, ma per un lavoro interno quasi artigianale, fatto di tentativi, cadute, riprese, e soprattutto di un’attenta disponibilità a farsi toccare emotivamente. Così, senza proclami, costruisce per i bambini uno spazio mentale in cui le loro angosce e i loro desideri possono trovare riparo.
La morte della madre biologica, così paradossale, così innaturale quando coincide con la nascita di una nuova vita, apre uno spazio spalancato. È un lutto che diventa condizione di possibilità, una ferita che permette un radicamento nuovo. Il film non lo spiega: lo lascia semplicemente accadere davanti ai nostri occhi, scandito dalle tappe dei primi mesi della piccola Lucille. Il tempo si misura con i suoi gesti, con i primi passi, con le parole appena balbettate.
Elliott sembra comprendere ciò che gli adulti esitano a nominare: che vita e morte non sono opposti, ma sorelle. Che per vivere bisogna lasciare andare qualcosa, e qualcuno.
Che la tenerezza è un lavoro: un modo di far fiorire il dolore — come recita il detto francese, de ce qui pourrit peuvent naître les plus belles fleurs, “da ciò che marcisce possono nascere i fiori più belli”.
L’attachement che la pellicola mette in scena parla della cura come incontro trasformativo: quando due solitudini si sfiorano e, senza clamore, inventano un modo inedito di abitare il mondo. È un film sulla possibilità — fragile, imprevedibile — di diventare per l’altro un porto, una casa, un grembo simbolico. Perché il legame non è mai dato: nasce, muore, si ricrea. E in questo movimento, doloroso, necessario, abita la sua grande, discreta tenerezza.
Bydlowski, M. (2000). Gravidanza e trasparenza psichica. Roma: Borla.
Ferrara Mori, G. (2009). Il lavoro clinico con i bambini: atmosfere di dialogo e intimità. Milano: Raffaello Cortina.
Mastella, C. (2011). La maternità interiore. Funzioni materne e costruzione della mente. Roma: Borla.