E’ certamente doloroso per una mamma che ha seguito amorevolmente una figlia fin dalla nascita vedersi chiudere la porta della stanza in faccia, essere mandata a quel paese, oppure, più benevolmente, invitata a non “accollarsi” e a “farsi una vita”. Una magari pensa: “Ho liberato la mia vita per fare spazio alla tua, ho compiuto tanti sacrifici che finora sono stati ripagati dal vederti crescere giorno per giorno accanto a me, che cosa ho fatto di male per meritarmi questo?”.
Eppure l’adolescenza è così: ci sono grandi slanci e molte ruvidezze, periodi di bonaccia e altri in cui la famiglia sembra improvvisamente diventare una nave nel mezzo della tempesta. Per consolarti, a volte pensi che gli eroi non sono quelli che compiono grandi imprese ma quelli che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, tengono la rotta e non abbandonano la nave. E tu devi essere un capitano che, nonostante la fatica e i tanti dubbi, non fa e non cerca inchini, né si abbandona all’autoritarismo, a cercare l’ubbidienza attraverso la paura. Devi tracciare continuamente nuove rotte perché la nave non si perda in mare aperto, non si incagli nei bassifondi e finalmente (ma quando?) arrivi in porto.
Ti chiedi: “Riuscirà mia figlia a farsi strada nel mondo, ad affrontare i pericoli, le insidie, le frustrazioni? Sarò capace di trasmetterle gli strumenti di base per orientarsi?”. Bussi alla sua porta, in cerca di rassicurazioni: “Mammaaa, hai rotto, fatti una vitaaa!”. A volte quando quella figlia non la riconosci più e hai il groppo in gola, una voglia di piangere che sai non ti puoi permettere perché se no lei diventa ancora più feroce, forse perché piangendo la fai sentire troppo cattiva, ti rivolgi al papà.
Lui però non ti capisce, rimane freddo, cerca di aiutare ma non aiuta veramente. Dice che passerà, è una fase della vita, non bisogna farne una tragedia. Sarà, come dice qualcuno, che i padri accettano meglio i problemi dei figli perché questi ultimi non sono un loro prodotto? Ma è possibile che il lavoro difficile debba sempre farlo tu? Pensi a quella volta che non sei riuscita a controllarti perché le offese di tua figlia bruciavano dentro. Hai risposto, anche tu aggressiva: una madre ha sì o no il diritto di essere rispettata? Però la crisi si è avvitata, avete urlato sempre più forte, lei ha rotto un piatto, si è buttata a terra, è andata alla porta per uscire e hai dovuto fermarla prendendola per un braccio: per poco non siete venute alle mani. Sono passate due ore, le più brutte della tua vita e ce ne sono volute altre due per calmarla, bisbigliandole tenerezze all’orecchio e carezzandole i capelli fino a quando non si è addormentata. Allora hai capito che non puoi più permettertelo, che lei ti mette alla prova per vedere se siete uguali oppure se tu, a differenza di lei, sai accettare le critiche, contenere gli attacchi e insegnarle come si fa a continuare a volere bene anche a chi ti fa male.
Pensi: “Ti amo, eppure ti odio! Non ti perdo di vista ma vederti così mi fa temere di avere sbagliato tutto! Quante donne come me fanno errori grandi, eppure hanno figlie che sembrano così tranquille, così riuscite! Perché proprio a me?”. Cerchi di avere pazienza, di distillare l’emozione. Ma si può continuare ad amare con pazienza? Ti sembra una contraddizione, come vivere una passione triste. Non sarà che quella figlia ti sta mandando un segnale in codice? Non sarà che è lei a temere di non riuscire a farsi una vita autonoma, a staccarsi da te che sente così affettuosa, così vicina. Non sarà che teme, continuando a volerti bene senza interruzione, di rimanere una bambina ubbidiente che vivrà sempre con te, come ti prometteva di fare quando aveva cinque anni? Ricordi come era tenera, e dentro di te pensavi che sarebbe stato bello se non fosse cresciuta mai? Ora è tempo che tu e lei vi facciate una vita, ancora vicine ma più separate; è tempo che tu la guardi un po’ più da lontano, pronta ad accorrere in caso di bisogno ma rispettosa dei suoi silenzi e delle sue autonomie. E’ tempo che tu trovi il modo per apprendere e per insegnarle come si fa a vivere la solitudine senza sentirsi disperati.
Emilio Masina, è membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e full member dell’IPA. Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapeuta dell’Infanzia, dell’Adolescenza e della Coppia, è socio fondatore della Cooperativa di aiuto psicologico agli adolescenti “Rifornimento in volo”. Ha scritto numerose pubblicazioni scientifiche e ricoperto diversi incarichi di insegnamento presso Università e Scuole di Specializzazione in Psicoterapia. Nel 2019 ha pubblicato il romanzo “La speranza che abbiamo di durare” (Emersioni).