E’ triste trovarsi legati a una donna, il cui amore è fragile come il cristallo e fuggevole e rapido più della brezza di mare. E ancora più triste doverne ammirare ogni giorno il viso dallo splendore abbagliante, cogliervi i tratti fascinosi che un tempo guidavano gli occhi e spingevano il pensiero a più audaci conquiste. Per non parlare del suo corpo: agile e flessuoso come un giunco e solido e ben fatto nelle forme snelle e rotonde, quel corpo che sapeva assecondare tutte le gioie e raccogliere tutti i sospiri, fino a un momento che era pianto e riso, affanno ed ebbrezza. E’ triste dover sbirciare di lontano quel corpo con sguardi rubati e occhi timorosi di spingersi oltre a risvegliare ricordi che portano con sé solo un sordo e cupo dolore.

Erano questi i pensieri di Alberto, giovane medico, in una domenica di primavera. Alle otto del mattino, quando le ombre sono lunghe e l’aria ha ancora i brividi della notte, attraversava le vie del centro pedalando verso il CAD, il Centro Anti-Droga. Era scivolato dal letto in cui la sua sposa ancora dormiva e, con la sensazione di essere l’unico al mondo a dover alzarsi così presto la domenica, si era vestito in fretta ed era sceso in strada. Che Alberto lavorasse di domenica mattina, cosa che accadeva a settimane alterne, era un impiccio che Arianna, sua moglie, pareva aver accettato inizialmente con una certa comprensione; poi lo aveva tollerato sempre meno, fino a esplodere in scenate violente, che Alberto non riusciva più a placare neppure con la sua solida calma. Ora ad Arianna quell’impiccio era divenuto indifferente, come ogni cosa che riguardasse il marito.

Alberto non sapeva spiegarsi come, dopo il primo anno di matrimonio, un anno che era stato il più felice della sua vita, così pieno di promesse luminose e di certezze sull’avvenire, a poco a poco il rapporto con Arianna si fosse raffreddato, fino a non riuscire più a parlare senza litigare. Entrambi erano giunti a preferire un tetro e vuoto silenzio. Tutto per Arianna diveniva un pretesto per scagliarsi contro il marito e incolparlo delle proprie disgrazie. Sì, c’era stato un aborto. Arianna aveva accettato con sorpresa e poi con gioia l’idea di diventare madre, e quell’aborto, al terzo mese, l’aveva prostrata. “Placenta previa. Nulla di grave, per carità, ma riprovateci tra un anno” così li aveva congedati il ginecologo. Era cupa Arianna al rientro dalla clinica. Alberto aveva dimenticato in fretta. Lei di figli, con voce fredda, gli comunicò, non intendeva più sentir parlare. Alberto, sconcertato, le chiese spiegazioni, cercò di accomodare il suo atteggiamento, provò a insistere. Tutto inutile. Arianna, come una fiera sanguinante, si ritraeva dall’intimità con lui e nel mare dei suoi occhi celesti, gli faceva avvertire il disprezzo e l’angoscia che portava dentro. Arrivarono poi serie difficoltà nello studio, dove Arianna lavorava come architetto. La crisi economica, si disse. I progetti diminuivano: il lavoro mancava nelle grandi città, figurarsi in provincia. Alberto la vide chiudersi ancora di più, aggirarsi in casa lieve come uno spirito, fissare per ore il vuoto. Cercò, come meglio poteva, di restarle vicino, di moltiplicare attenzioni e parole. “Come al solito, tu non riesci a capirmi; –gli rispondeva- hai il tuo lavoro, devi essere contento. Non curarti di me”. Alberto la lasciava ogni mattina col pensiero che non l’avrebbe più ritrovata al ritorno dal CAD. Arianna, invece, era sempre lì, assente, e non ricambiava il suo saluto. Alberto si sentiva prigioniero in uno stallo paralizzante: qualsiasi mossa era preclusa, ogni forzatura dolorosa e inopportuna. A tratti, anch’egli assumeva un atteggiamento insofferente oppure arrivava a supplicarla o ancora a proporle una cura per la tristezza della sua anima. Restava paralizzato dal gelo dei suoi occhi, dalla durezza dei suoi lineamenti: “Bel medico sei! Il medico dei drogati. Capirai quali cure può conoscere uno come te …” Arianna sapeva bene dove colpirlo. Essere il medico dei drogati: una macchia che Alberto mostrava di non riuscire a tollerare. Ma quel posto di assistente al CAD, l’unico che era riuscito a conquistare, doveva proprio tenerselo. Nutriva una vaga speranza, non molto fondata in realtà, di poter scambiarlo in futuro con uno più prestigioso e meglio retribuito in ospedale.

La sensazione di essere solo al mondo lo accompagnò per tutto il tragitto, mentre il granito della piazza scorreva sotto le ruote della bicicletta. Alberto non amava quella città. Non riusciva a sentirla sua, anche se la luce intensa della mattinata di sole riusciva a ricordargli la quiete immobile, abbagliante e priva di vento della sua terra: l’Oltrepò. Socchiuse le palpebre e provò a ricordare: aveva lasciato di slancio ciò che era suo. Era sceso in una regione lontana per una donna che sentiva di amare alla follia, senza riuscire ad amare la sua terra. Sospirando, si ricordò del luogo dove ogni sabato, dopo il lavoro, andava a rifugiarsi: un piccolo prato sulle colline, ai piedi delle quali la città sembra accucciarsi, protetta da un’ansa del fiume, in un sudario di foschia che d’estate e d’inverno si leva dalle acque. A lungo restava immobile a pensare: rimanere, andarsene … Opposti erano i sentimenti che provava. Attraversò il ponte sul fiume e, sfruttando la discesa, arrivò velocemente al cancello del CAD, ancora chiuso sul viale di circonvallazione che odorava dell’umido dolce profumo dei tigli. Persone in fila lo attendevano: erano i pazienti che, puntuali, tutti i giorni, anche la domenica, si presentavano per bere il metadone. Alberto aprì il cancello, entrò nel giardino e, deposta la bici, si avviò su per la scala di ferro dai larghi gradini sul retro della palazzina. Sentì, dal rumore dei passi, che i pazienti lo seguivano. Spalancò la porta blindata e marcò la cartolina: “Otto e sedici; –pensò- tra due ore potrei aver finito …” E poi? Nessuno con cui parlare, di amici non ne aveva: svegliarsi presto e lavorare di domenica per una lunga giornata cupa al fianco di Arianna … Restò chiuso alcuni minuti in ambulatorio, mentre dal corridoio giungeva attutito il rumore di passi trascinati, il mormorio di voci impastate di sonno e di droga, lo stridore sul pavimento delle sedie smosse. La quiete fu breve, perché scorse sul tavolo la lista lasciatagli dal suo responsabile, il dottor Rinaldo, con l’elenco dei pazienti e il dosaggio in milligrammi del metadone che a ciascuno egli doveva somministrare.

Fece entrare il primo. Alberto di solito era loquace, ma quella mattina si limitò a lanciare un’occhiata distratta al trentenne senza più denti davanti e una larga bocca dalla lingua protrusa tatuata sull’avambraccio destro. Alberto si sentiva un esecutore, un soldato semplice. Rinaldo aveva stabilito che quello era il suo compito al CAD, e lui non era riuscito a ribattere. Il metadone scendeva lento e colloso dai flaconi nel bicchiere di carta. Lo sguardo fisso ai flaconi che si vuotavano a poco a poco, i pazienti attendevano che fosse versata fino all’ultima goccia di quella sostanza, nettare prezioso. Alberto percepiva il fremito di piacere con cui annusavano l’odore dolciastro e stomachevole del metadone diffuso nell’aria. E lui quell’odore continuava a sentirselo addosso, sulle mani, sugli abiti: una scia che lo seguiva per tutto il giorno. Il suo ruolo, ormai, non riusciva neppure più a irritarlo. Inutile cercare un’intesa con Rinaldo. Dopo i primi confronti, il responsabile aveva inteso che Alberto voleva proporre un modo diverso di curare: il tentativo di emancipare i pazienti dalla dipendenza, non il palliativo di renderli dipendenti da un’altra sostanza. La medicina serviva per curare, non per cronicizzare. “Sono tossici, non possono guarire … - aveva sentenziato Rinaldo – Tu sei nuovo, ti accorgerai presto di come vanno le cose”. Immediatamente Alberto era divenuto il capro espiatorio del gruppo di lavoro: il forestiero puro e ingenuo che non riesce a capire la realtà di chi si droga. Più volte era stato messo sotto accusa durante le riunioni di équipe per aver tentato di proporre un punto di vista diverso da quello comune. “Rinaldo e la sua banda” imprecò sotto voce, rendendosi conto di essere finito anche lì in un vicolo cieco. Doveva lavorare con persone che talvolta apparivano persino più disturbate dei pazienti che, muti come ombre, gli sfilavano davanti nel sole della giornata festiva. Eppure i metodi di Rinaldo riscuotevano consensi tra i benpensanti. Secondo qualche mente illuminata, l’uso del metadone diminuiva i furti e lo spaccio di droga, il mercato nero e la prostituzione. Forse quella formula non funzionava per Nora, una ragazza di ventiquattro anni che poteva sembrare ancora bella, nonostante i brufoli sul viso, i segni delle iniezioni sulle braccia e le occhiaie profonde, frutto di una notte trascorsa al freddo sulla statale ad attendere i clienti. Non era l’ultima Nora quel giorno. Alberto aveva intravisto una donna sconosciuta, seduta sul divano in finta pelle del corridoio. “Speriamo non sia una grana” recitò mentalmente e vuotò quattro flaconi da venti milligrammi nel bicchiere che Nora, impaziente, teneva già in mano.

La giovane donna entrò con compostezza, con grazia si sarebbe detto. Era magra e ancora ben fatta. Poteva avere tra i venticinque e i trent’anni. I denti ormai sottili dichiaravano un lungo amore con la droga. Il viso bianchissimo, come incipriato, era stato sicuramente molto bello, con gli occhi profondi, luccicanti, nerissimi: occhi che sanno alludere a qualcosa di segreto e guardano dritti in fondo alle cose. Alberto si sentì scrutato, pesato, giudicato. “Si accomodi pure”. “Allora, posso proprio sedermi?” e scoppiò a ridere. “Scusi?” Alberto sentì di dover subito difendersi. “Come sei buffo! Io qui ci sono cresciuta, e nessuno mi ha mai dato del lei”. E di nuovo una risata, questa volta amara e un po’ secca. Alberto si stupì perché di fronte a quei modi non avvertiva né risentimento né irritazione come di solito gli accadeva. “Lei è … - scorse l’elenco – Patrizia M.?” Annuì col capo: “Questa è la lettera che devo consegnarvi”. La lettera veniva dal CAD di una valle di montagna da cui arrivava la comunicazione del momentaneo trasferimento della paziente al servizio territoriale di … per proseguire quella domenica il trattamento metadonico in atto, secondo le leggi vigenti. “Sarò qui una domenica sì e una no. Da oggi”. Nel tono smorzato con cui Patrizia pronunciò quelle parole, Alberto avvertì la sensazione che volesse continuare a parlare di sé. “Lei deve bere sessanta milligrammi, no?” “Dovrei”. “Cosa significa?” “Domenica scorsa ero qui, e Rinaldo, sai come fa lui, mi ha imposto di restare fissa a sessanta; anzi, ha scritto al CAD su in montagna di tenermi a quel dosaggio”. “E non è contenta?” “Mah … se anche tu la pensi come loro …” Alberto tacque, sentendo dipingersi sul volto un’espressione malinconica e stupita. “Io me la sentirei di scalare, ma Rinaldo è sicuro che tornerei a bucarmi e finirei col perdere il posto in albergo”. “Fai la cameriera?” “No, faccio le pulizie in una pensione di montagna”. Era scivolato al tu. Se ne rese conto dopo un istante. Un’idea gli attraversò la mente, un’idea bizzarra, pensò. “A cosa pensi, dottore?” “Vuoi provare a scalare da oggi?” “Magari”. Aveva parlato senza riflettere o aveva riflettuto troppo? “Potresti farmela tu una lettera per il CAD della valle e permettermi di scalare un po’ alla volta. In due, tre mesi sarei fuori. “Già. E come la mettiamo con Rinaldo? Se ne accorgerebbe subito dal registro.” “Sul registro puoi scrivere sessanta ogni volta, e ciò che avanza buttarlo nel lavandino”. Alberto così audace non si era mai sentito, ma quel pericolo lo eccitava. Gli occhi di Patrizia lo ringraziavano, spalancati nel grande sorriso che le risplendeva sul volto. “E poi io verrò qui solo nelle domeniche in cui ci sarai tu di guardia. Non fate una volta per uno?” Alberto sentì che aveva vinto lei o forse aveva vinto anche lui per la prima volta. “Caliamo di due milligrammi?” “Va bene”.

Alberto servì il metadone. Mentre Patrizia beveva, anzi sorseggiava, con moderazione ed eleganza, lui vuotò nel lavandino il piccolo residuo dell’ultimo flacone. Preparò una relazione per i colleghi della valle. Scriveva rapido e chiaro. Patrizia continuava a scrutarlo: “Sei sposato?” “Eh?” “Hai la fede al dito: sei sposato, no?” “E allora?” Stava arrivando al dunque: la solita drogata che si sforza di sedurre, pensò. Che strano, però, questa seduce per avere di meno, non di più. “Ti ho visto in piazza con lei domenica scorsa. E’ carina”. Alberto stava firmando e timbrando la lettera; grazie al cielo, aveva finito. “Avevate preso il gelato al bar sotto il portico, all’angolo col corso, e vi sforzavate di guardare le vetrine”. L’uso di quel verbo lo colpì. Era vero: si sforzavano. Il tono di Patrizia era concitato: parlava senza prendere respiro, come per prolungare l’incontro. Alberto trattenne la busta tra le mani. Non parlava mai di sé, mai dei problemi con Arianna. “Stavate ognuno per conto vostro”. Alberto sospirò e allungò la lettera a Patrizia. “Si vede che fate fatica ad andare d’accordo. Ma non vi parlate mai?” “Non ci parliamo più”. “E perché?” “E’ lei che non vuole saperne”. “Ne sei sicuro?” Alberto trasalì: ne era sicurissimo, che discorsi! Il dubbio, però, che altre volte aveva respinto, ora si insinuava più forte. Se lo era detto ancora: certi sentimenti con Arianna non li aveva mai condivisi. Non aveva mai apprezzato la sua sensibilità delicata, l’attesa preziosa, i pensieri che indugiavano a lungo per sfiorare le cose e i ricordi. Erano tutte ingenuità, forse perdite di tempo, ai suoi occhi di maschio risoluto. “Abbiamo caratteri troppo diversi … Meglio lasciar perdere” gli uscì involontariamente. “Ma va’! Che scoperta: abbiamo un carattere diverso dagli altri. Dovremmo starcene per conto nostro tutta la vita, allora?” Non erano banalità, anche se lo aveva sempre pensato. “Si arrabbiava mai con te?” “Erano temporali estivi: rapidi e fragorosi”. “E ora ti mancano, per quanta rabbia ti facevano venire prima, vero?” Dove andava a pescarle quelle frasi? Come faceva lei, una drogata qualunque, a percepire tanto chiaramente le cose? “Si vede che questo non è il tuo posto. Sei troppo pulito”. Non gli aveva fatto male lavorare in quel posto, ora poteva ammetterlo. “Se non avessi lavorato qui, non ti avrei mai incontrata”. Le parole gli salirono spontanee alle labbra con l’ombra di un sorriso incerto. “Ce ne vuole per farti togliere la maschera, dottore. Prova anche con lei”.

I dodici rintocchi della torre lo riscossero. “Torno tra due domeniche” annunciò Patrizia, agitando la lettera e alzandosi in piedi. “Continuerò a scalare, se ce la farò, si intende”. I suoi occhi mostrarono una tristezza velata, un’ombra di dolore: “Per noi tossici, l’indulgenza è la pena più dura da scontare”. Se ne andò, lieve come era venuta.

Alberto raccolse le sue cose e si avviò lungo il corridoio dai muri sporchi e graffiati. Non pensava più, come il mattino, di avere davanti a sé una giornata vuota e desolata. Non ne sapeva il motivo, ma si sentiva sollevato. Sarebbero tornate altre domeniche, le domeniche del metadone, ad aiutarlo, forse a guarirlo dalle sue certezze sulla vita.

 

1994

Terzo classificato al premio “Il medico che scrive”. Bergamo 2004.

 

Pierluigi Moressa medico psichiatra, membro ordinario SPI, giornalista pubblicista, è attualmente referente della cultura per il Centro Adriatico di Psicoanalisi. Ha pubblicato numerosi saggi in tema di storia, arte,
letteratura. Vive e lavora a Forlì.

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