atena

“Se non io avessi guardato lui per primo,
ma lui me, sarei rimasto senza voce
(aphonos)”
Repubblica, II, Platone

 

La testa di medusa racchiusa nelle vesti della Pallade Atena condensa epoche diverse e rappresenta poteri multipli.

Il dialogo tra due discipline tra loro affini, come psicoanalisi e filosofia, è il protagonista di questa ultima giornata della serie di conferenze Il lettino e la Piazza organizzate in Sala Borsa dal Centro Psicoanalitico di Bologna.
Un dialogo si è certamente attivato in ognuno degli ascoltatori stimolati dalle relazioni di due intellettuali che ci hanno portati a guardare al tema scelto, Il cambiamento dell’immagine ai tempi di Internet, attraverso gli occhi della loro mente.
Tra solitudine e iperconnessione è il titolo della giornata introdotta dalla Dott.ssa Golinelli, moderatrice e animatrice del dialogo, che ha subito orientato il nostro ascolto sulla complessità del cambiamento determinato dalla rivoluzione informatica degli ultimi anni, rivoluzione che ha visto emergere e affermare il potere del visivo sul verbale. Nella sua introduzione al tema mi è parso centrale l’accento da lei posto sul pericolo che le nostre menti siano sovraccaricate dal “peso” della continua esposizione ad una sensorialità tipica del visivo, sensorialità caratterizzata da elementi arcaici e spesso traumatici. La domanda posta dalla Dott.ssa Golinelli, psicoanalista del Centro Psicoanalitico di Bologna, ha a che fare con la nostra salute psichica, a tutti chiede di pensare in che misura l’individuo sia in grado di tollerare, e soprattutto di elaborare, il traumatismo al quale la sensorialità visiva ci espone. Mi è parso un buon incipit l’avviare il nostro ascolto mantenendo l’attenzione alla salute psichica anche perché questo è uno degli scopi della cultura psicoanalitica.
Una risposta ottimistica ci viene dalla Dott.ssa Vigneri, psicoanalista Palermitana, che attraverso un’attenta riflessione sul quotidiano lavoro clinico, ci ha mostrato come la rivoluzione tecnologica possa in alcuni casi specifici essere utile allo sviluppo di un processo terapeutico analitico. Il suo discorso sottintende che il “buon utilizzo” della tecnologia sia legato alla possibilità di recuperare parti di esperienze sensoriali delle proprie relazioni primarie.
Nella visione della Dott.ssa Vigneri l’utilizzo eccessivo della tecnologia, da lei definito intrappolamento piuttosto che dipendenza, nel quale sempre più le persone cascano può avere a che fare con la dipendenza arcaica visiva dal materno. La sollecitazione sensoriale visiva potrebbe, se ben indirizzata, contenere una spinta rielaborativa delle nostre esperienze primarie.
Il discorso della Dott.ssa Vigneri rende auspicabile che tale invasività visiva sia riportata e sviluppata all’interno di una relazione di cura, e in senso più ampio sia ricondotta all’interno di una relazione umana tra due persone dotate di uno spazio psichico.
Interessante mi è parsa la sua riflessione sulla possibilità che la tecnologia renda più presente nelle nostre vite il “reale” inteso come l’esperienza della realtà esterna e, punto su cui si è soffermata più volte, quanto il visivo permetta l’estensione di esperienze sensoriali corporee alla stregua di una lente d’ingrandimento, potenziandole e ingrandendole.  

Umberto Curi, noto professore e filosofo di origine padovana, ci ha condotto nei segreti della mitologia classica. Attraverso la descrizione di un mito antico tratto dal secondo libro del Dialogo La Repubblica di Platone, ha introdotto il tema della relazione tra vedere e potere. La sua ipotesi è che il potere dello sguardo sia collegato alla rottura della reciprocità tra vedere ed essere visti: ha potere chi può vedere senza essere visto. Come analista sono ovviamente rimasta colpita da questa osservazione che ha suscitato una ricca discussione alla fine delle relazioni.  
Il Professor Curi ci ha ben descritto come nel secondo libro della Repubblica Platone parli attraverso le parole del sofista Trasimaco all’interno di un dialogo sulla Giustizia. Da tale dialogo emerge che ciò che è giusto è ciò che conviene al più forte. L’indagine sulla Giustizia si svolge sotto il segno di un lupo. In questo passaggio del dialogo se Socrate non avesse per primo guardato Trasimaco, che si avventava come un lupo sulla precedente discussione su cosa fosse La Giustizia, non sarebbe riuscito ad abbozzare una risposta. La credenza evocata da Platone in questa parte del dialogo si rifà a conoscenza antiche e molto note. Temibile per la sua ferocia, il lupo terrorizza colui che lo incontra perché oltre alla potenza delle sue fauci possiede una seconda forza creata dalla capacità di cancellare nella vittima la possibilità di parlare mediante il semplice atto del guardare. Solo guardando per primi il lupo si può evitare di perdere la parola.
Il relatore ha portato numerosi esempi a sostegno della sua ipotesi. Oltre al mito della Medusa, ai più conosciuto, suggestivo è stato il riferimento al Panopticon. Alla fine del Settecento un filosofo e Giurista britannico, J. Bentham, escogitò un edificio che potesse consentire l’ottimizzazione della funzione di sorveglianza grazie a una particolare disposizione dello spazio.

panopticon

L’idea era di avere edifici tra loro collegati, che potessero svolgere finalità anche differenti tra loro, organizzati in modo tale che si potesse tenere sotto controllo un vasto numero di persone con una sola presenza.

 

Il Panopticon è una struttura architettonica che permette alle persone che la abitano di credersi sempre osservati pur non vedendo chi li stia osservando. Di fatto l’osservatore potrebbe anche essere assente.

Il tema centrale del dialogo della giornata mi pare quindi essere quello della potenza insita nell’asimmetria di ogni mezzo di comunicazione, primo tra tutti lo sguardo.
Nella discussione con la sala degli uditori si è sottolineato come la cultura occidentale conservi una predominanza della vista su altri sensi a differenza della cultura Ebraica che predilige l’ascolto alla vista, o la cultura orientale che dà valore a più sensi. All’interno dell’occidentale primato dato alla vista nostra responsabilità è accorgerci dell’inscindibilità del vedere dal conoscere e dell’attenzione ai molteplici significati della funzione dello sguardo.
Sul “Sorvegliare”, anche rifacendosi al modello del Panopticon, si è parlato della differenza tra la funzione di esercizio del potere e di protezione dal pericolo.
A margine, il discorso del Professor Curi ha toccato anche il risvolto politico dell’esercizio del potere. Egli ha enunciato l’Aporia che cercherebbe di risolvere il dialogo sulla Giustizia: l’antidoto della società dispotica sarebbe la democrazia.
A seguito del tema del pomeriggio concluderei che anche l’ascolto rimane più che mai vivo se il potere della parola e del pensiero è così fluidamente comunicato come abbiamo sentito  dalle voci dei nostri relatori.

(marzo 2016)

 

 

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