“Tutto ciò che vediamo è qualcos’altro.
L’ampia marea, la marea ansiosa,
è l’eco di un’altra marea che sta
laddove è reale il mondo che esiste.”
Pessoa Faust

L’incontro si apre con il ricordo commosso di Giovanna Cosenza, al suo maestro: Umberto Eco, morto la sera prima. La semiologa ne richiama affettuosamente la presenza, indelebile e “virale” sui mezzi di comunicazione, nei saggi, nei romanzi, nelle interviste, nel guizzo dei giochi con cui si dilettava, l’enciclopedica figura del grande intellettuale è eredità disseminata in ogni studente e lettore che ha illuminato con un concetto, cui ha suscitato un’idea o cambiato la prospettiva, quando non l’esistenza, com’è accaduto a lei, che ora presiede il Corso di Laurea in Scienze della comunicazione fondato dal Professore nel 1992.
La sua riflessione parte dal domandarsi cosa c’entri la comunicazione di massa con il lettino, lo spazio delle più intime individualità indagate nel profondo: la sua risposta è in quel pezzetto di immaginario condiviso nel quale siamo immersi che sta nella nostra testa e subisce condizionamenti per lo più inconsapevoli.
Sceglie il media della pubblicità per raccogliervi l’emergente sociale delle “relazioni interrotte nella società delle immagini e dei consumi”, che è l’oggetto del suo intervento.
A partire dalle pubblicità che rappresentano la chiave estetica del corpo isolato, magnificato nella sua bellezza, reso bidimensionale e irreale su uno sfondo astratto, mostra alcuni spot  dove un ciak, o un brusco viraggio nel plot, interrompe la dimensione di sogno di approcci eccitanti in scenari patinati per rivelare il fittizio delle ambientazioni, la qualità inaccessibile di corpi circonfusi nel loro abbaglio. Un risveglio secante che ci riporta al vero concetto di enunciazione: la produzione. Come dire che quel che conta non è la relazione ma il prodotto. Uno spot celebra questo trend mostrando uomini e donne che mentre paiono corrersi incontro romanticamente, finiscono invece abbracciati a biscotti o barrette ai cereali, come fossero il vero amore.
Estetica del corpo isolato e della relazione interrotta: come auto lanciate in paradisiache lande desolate, donne e uomini prendono strade diverse, ignorandosi o guerreggiando tra loro, ciascuno inseguendo i propri stereotipi, la passione delle scarpe o delle borse per le une, quella per la birra o il calcio per gli altri. La relazione è solo un’illusione e il climax erotizzato traghetta il messaggio del facile godimento del prodotto.
Estetica diffusa, pervasiva, che ha finito con il travasarsi anche nei manifesti elettorali: le figure dei politici vengono inserite nello stesso format delle pubblicità, una comunicazione rischiosa che forse non fa loro un gran servizio, non solo per l’impietoso confronto estetico con modelli come David Gandy, ma perché svuota il politico alla pertinenza del suo corpo.
Cosenza richiama il poco favorevole contesto degli ultimi decenni, nei quali si è scaduti in una certa ripetitività e stereotipia delle campagne, anche perché, diversamente da quel che lo stesso Eco si augurava, non si è favorita la ricerca nell’ambito della comunicazione di massa. Considerata come un ornamento, non si valuta che quei messaggi, reiterati come dei mantra, si incuneano nelle nostre menti facendoci desiderare di essere come quei corpi plastificati e perfetti, isolati e compiaciuti nell’eden di una non-relazione.
Come non vedervi il riflesso della modalità di comunicazione espressa attraverso i nuovi media?
Se si guarda al panorama pubblicitario italiano, sottolinea Cosenza, non si ritrovano proposte di ricongiungimento inneggianti alla relazione, presenti invece con molta più creatività in altri Paesi. La semiologa mostra due spot deliziosi. Nel primo, argentino, si vede una sposa correre incontro a un giovane per un bacio appassionato; sopraggiunge uno stuolo di parenti che provano a dividerli, a forza, poi con delle corde in un tiro alla fune, con dei trattori, con degli idranti, ma i giovani restano uniti in un bacio indistruttibile che si scopre pubblicizzare un chewingum. Il secondo è ambientato nel salotto di casa: con movimenti al rallentatore, un uomo mima di essere al volante e volgere lo sguardo affettuoso verso la figlia e la moglie sedute sul divano. A un tratto il volto dell’uomo si storce, lasciando intendere che stia per avere un frontale; moglie e figlia si lanciano a cingerlo con le braccia creando un effetto “cintura di sicurezza” intorno al suo corpo, gli oggetti esplodono frantumandosi nell’aria a rappresentare il crash ma l’urto si quieta mostrandolo illeso. Il titolo: Embrace life, lo rivela uno spot per la sicurezza stradale.
Cosenza conclude rilanciando il tema delle relazioni nel filmato di un passo a due dove i ballerini mostrano, attraverso i corpi e le figure della danza, il faticoso lavorio della sintonizzazione, fra assoli e sguardi d’ascolto, intese e fuori sincrono, fino alla possibilità di trovare la giusta distanza-vicinanza e il ritmo dell’intendersi.
Walter Bruno, moderatore dell’incontro, affida poi a Nicolino Rossi, psicoanalista, il compito di passare dalle immagini alle parole, riportando il discorso sull’intimità delle relazioni amorose.
Rossi raccoglie il filo di riflessione sulla frattura proposta da Cosenza e lo cala nella realtà della vita di coppia, proponendo alcune chiavi di lettura senza la pretesa di esaustività o di ricondurre un tema complesso e universale a tipizzazioni schematiche.
“Il me che c’è in te: rispecchiamento ed alterità nella relazione di coppia” è il tema di un intervento che mette al centro l’irriducibile polarità che ci anima quando ci avviciniamo all’altro: la doppia corrente del desiderio di ritrovare sé nell’altro e di incontrare l’alterità nell’altro da sé.
Così nell’innamoramento, l’esaltante scoperta dell’anima gemella è effetto della proiezione dell’ideale che può farci vedere l’altro più per come lo desidera l’incantesimo della nostra fantasia che per com’è veramente. Pertinente alla fisiologia delle relazioni amorose, tuttavia dal volo delle illusioni che ostinatamente falsano la realtà possono scaturire anche risvegli amari di delusione fino ai toni stranianti che Rossi richiama dalla simpatica scena del film “A proposito di Schmidt” (A. Payne, 2002) dove Jack Nicholson si sveglia commentando: “Chi è questa vecchia che vive a casa mia?”
Quel che la psicoanalisi ha illustrato è che il nostro rapporto con la realtà relazionale avviene fin dall’inizio attraverso questo continuo processo che tesse l’attribuzione all’altro di aspetti che ci riguardano e l’assunzione, dentro di sé, di aspetti dell’altro, uno scambio che a volte può prendere forme patogene, intrusive ed esproprianti. Le relazioni amorose sono impensabili da comprendere senza l’esplorazione delle problematiche di sicurezza interna, perché ogni forma di sofferenza psichica segna di sé il rapporto di coppia nel quale viene messa in campo la profonda intimità del nostro essere con i suoi fantasmi più riposti. Ferite e tendenze narcisistiche faranno prevalere bisogni di conferma e apprezzamento a scapito di tendenze più oggettuali, capaci di meglio riconoscere e apprezzare l’altro nella sua alterità.
Rossi descrive due modalità tipiche di frattura nei rapporti che sono riconducibili a problematiche narcisistiche, riscontrabili sempre più di frequente in questa nostra società centrata sull’immagine. Una è effetto dell’investimento immediato e passionale dell’altro, reso depositario di tutte le qualità positive e desiderate, proiettate a partire da un frammento di esperienza emotiva e sensoriale profonda e inconsapevole: è “l’amore a prima vista” che si rivela “amore cieco”. Un film come “Mon roi” (Maiwenn, 2015) rende bene la progressione distorcente e Rossi richiama la valenza metaforica della rottura al ginocchio della protagonista – ha corso troppo velocemente nella relazione – che richiederà una lunga e faticosa riabilitazione per rientrare nella realtà.
Sul fronte opposto si trovano le situazioni nelle quali la propria immagine interna ideale fatica a posarsi, come un provino che non trovi mai l’attore adatto a impersonare la parte, perché ad ogni avvicinamento lo slancio facilmente degrada di fronte alla mancata corrispondenza.
Un’altra modalità che Rossi sottolinea divenire sempre più frequente nelle problematiche di coppia è l’assetto di una relazione “societaria”, dove le individualità, che puntano in modo autarchico sulle rispettive realizzazioni, vivono nel legame con modalità molto separate, non solo sui piano più prettamente organizzativo dei compiti, ma in senso emotivo, rivelando una scarsa fiducia nell’altro per il mantenimento di una sicurezza interna.
Rossi conclude il suo intervento commentando che i nuovi strumenti di comunicazione a distanza non sono solo in grado di implementare i contatti, compresi quelli sessuali, ma possono essere impiegati come difesa dal rapporto reale con l’altro a vantaggio delle rappresentazioni interne, come nel film “La corrispondenza” (Tornatore, 2016), dove l’immagine del protagonista è alimentata da questi strumenti oltre la morte.  
A 50 anni dalla liberazione sessuale, la libertà di oggi, con la promiscuità degli incontri e di relazioni “tascabili” facili da smaltire, mostra a un livello profondo tutto un altro ordine di sentimenti e preoccupazioni: se allora era un problema prevalentemente di tipo pulsionale, di liberazione del corpo e della sessualità, oggi abbiamo più a che fare con un problema di sicurezza nei rapporti, di sofferenza riguardo le discontinuità legate al corpo reale con il relativo scatenarsi di angosce inerenti la dipendenza e la separazione.
Cosenza chiosa la difficoltà di entrare in una relazione reale quando la concretezza dei corpi costringe ad attraversare i tormentosi sentimenti di inadeguatezza del mancato corrispondere ai modelli cui siamo fortemente condizionati a conformarci.
Bruno apre la discussione rilanciando la dialettica della difficile quadratura fra identificazioni e bisogni di appartenenza e la salvaguardia della nostra individualità e raccogliendo la suggestione di Pitagora, che si rivolgeva ai suoi allievi da dietro una tenda: quanto è più efficace l’esplicito delle nudità esibite rispetto alla sollecitazione a immaginare?  
Gli interventi tratteggiano considerazioni su un’erotica dalla profonda curvatura narcisistica, la perdita di pudore e l’assottigliarsi della differenza pubblico-privato, la questione dell’autenticità, la possibilità e le difficoltà dei contatti virtuali e reali, la funzione degli avatar nei social.   
Se il dibattito sui media alimenta la contrapposizione fra apocalittici e integrati, il rischio è quello di una demonizzazione dei nuovi strumenti che misconosca come, più del fenomeno in sé, vale sempre l’uso che se ne fa.

“Questo è veramente quello che McLuhan chiamava il Villaggio Globale.
Ma globale non tanto per l’utente dei mezzi elettronici,
che si scopre ad amare e a volere quello che vogliono e amano i suoi dissimili
a migliaia e migliaia di chilometri di distanza,
perché da questa uniformità moltissimi possono anzi trarre
motivo di soddisfazione e di pace interiore.
Non globale perché ci permette di illuderci che ciascuno sia prossimo nostro,
ma globale perché ovunque può presentarsi il volto del nemico,
che non ti è prossimo, non vuole quello che vuoi tu,
e neppure è disposto ad accontentarsi dell’altra guancia,
perché intende mirare diritto al cuore.
E non si può scendere, non vi sono fermate intermedie.
Il villaggio dell’esilio annullato è globale
perché non puoi neppure tentare di lasciare il persecutore alle tue calcagna,
precedendolo disperatamente in linea retta.
Rapidamente informato,
un altro sarà pronto a circumnavigare verso di te.”

Umberto Eco La bustina di Minerva 1992

 

 

 

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