L’incontro si apre con un'introduzione della moderatrice Veronica Cerutti, direttrice del settore biblioteche e welfare culturale di Bologna, che commenta come il tema di questa rassegna de Il lettino e la piazza - la bellezza – fosse caro a Dostoevskij. Forse si ha paura di lui per la complessità e profondità dei suoi libri, dove possiamo trovarci in terreni non sempre semplici e comodi? Si potrebbe tradurre forse con: “chi ha paura del pensiero complesso?”
Fabio Castriota: il pensiero di Dostoevskij è perturbante perché ci espone alla nostra ambivalenza: siamo portatori di elementi libidici, ma anche di nuclei distruttivi più o meno elaborati. Leggerò l’incipit di Memorie del sottosuolo: “Sono un uomo maligno, sono un uomo malato, il sottosuolo è presente in ognuno di noi è un grumo denso, contorto, è scontro incessante tra pulsioni diverse, tra ordine e disordine, tra regole e caos, tra serenità e tumulto, tra costruzione e distruzione, tra fantasmi eroici e meschinità quotidiane.”
La bellezza è sempre stata considerata da una parte una strada maestra che porta ad aspetti più vitali dell’esistenza, ma dall’altra già gli antichi greci evidenziavano il suo aspetto orrifico, oltre che quello legato all’armonia. Rilke in questo senso scriveva: “La bellezza non è altro che l’inizio dello spaventoso, che noi siamo in grado a mala pena di sopportare”.
Paolo Nori: La famosa frase: “La bellezza salverà il mondo” nel romanzo L’Idiota si trova due volte ed in entrambe dei personaggi la attribuiscono all’idiota. Inoltre nei demoni Kirillov, un personaggio, si suicida ribadendo questa frase, per dimostrare con questo gesto che Dio non esiste. La tradurrei in modo lievemente diverso: “Il mondo lo salverà la bellezza”, mettendo la luce alla fine della frase, come in russo. Forse non è un’idea di Dostoevskij, ma dei suoi personaggi, che a volte hanno idee diverse dalle sue, come Raskòl'nikov che pensa che ci siano uomini del passato che devono rispettare le leggi e uomini del futuro che le possono infrangere, come ha fatto Napoleone e come prova a fare lui stesso. Io ho paura di Dostoevskij, quando ho letto a 15 anni che Raskòl'nikov si chiedeva: “Io quanto valgo? Come un insetto o come Napoleone?” mi sono chiesto la stessa cosa ed è una domanda che “sanguina ancora”, come il titolo di un libro che ho recentemente scritto su di lui. Allo stesso tempo prendendo spunto da un libro che Dostoevskij aveva scritto alla fine della sua vita, Diario di uno scrittore, mi viene da considerare che non so se avrei voluto conoscerlo come persona: ammetteva che era un fanfarone, un invidioso, gli piaceva la guerra. Però condivido il fatto che, se c’è una salvezza, è dalla parte dell’arte, della letteratura.
Fabio Castriota: A me dell’Idiota colpisce che, quando gli viene chiesto se ha detto che la bellezza salverà il mondo e se è vero che è innamorato, il principe non risponde. Già la domanda sembra alludere al fatto che quella frase è figlia dell’innamoramento. L’amore come legame è in questo senso connesso alla bellezza, all’armonia.
Paolo Nori: Kozma Prutkov diceva che: “Non si abbraccia l’inabbracciabile”, come queste cose enormi. L’amore per me in Dostoevskij, riguarda l’aspetto spaventoso, sono romanzi che fanno sanguinare, così mi sono chiesto se mi piacesse sanguinare. Come quando si sta male per amore e si ha però la sensazione di essere vivi.
Fabio Castriota: L’opposto della vitalità non è l’odio, ma l’indifferenza, in cui non si sente neanche il dolore, come accade ad alcuni nostri pazienti che non sanno perché si sentono male.
Veronica Cerutti: Il tema dell’amore e della sofferenza, che non riguarda il masochismo, ma lo stare al mondo ed essere vivi, mi ricorda un’esperienza fatta presso una galleria d’arte contemporanea. Invitavo gli ospiti a scegliere un’opera d’arte e questa scelta non era sempre comoda, spesso faceva sanguinare: era un riconoscimento che rappresentava una ferita.
Fabio Castriota: La viola d’amore è uno strumento con due serie di corde, una più superficiale e una più profonda: quando l’archetto tocca le corde più superficiali, fa entrare in risonanza le corde più profonde, non immediatamente visibili a chi guarda. In modo simile l'artista a volte riesce a cogliere aspetti profondi e ne fa una trasfigurazione, che entra in riverbero con parti di sé dello spettatore, ma attraverso anche aspetti dolorosi. Nietzsche scriveva: “Quando guardi a lungo nell’abisso, l'abisso ti guarda dentro”, ben rappresentando il dolore che si può provare nell’addentrarsi in tali profondità.
Paul Klee rispetto a queste risonanze nascoste scriveva: “la missione dell’artista è di penetrare nei limiti del possibile il terreno segreto nel quale si determina lo sviluppo delle leggi primarie. Quale artista non vorrebbe afferrare l’organo centrale dal quale tutte le funzioni derivano […] non si tratta di riprodurre ciò che si vede ma di rendere visibile ciò che viene segretamente percepito”.
Paolo Nori: In Memorie del sottosuolo Dostoevskij scrive: “Io son poi da solo e loro sono tutti” frase in cui ci mi sono riconosciuto, così come è accaduto ad altre persone attorno a me, ma questo è un vissuto che si tiene segreto spesso.
Fabio Castriota: Gli aspetti dolorosi, se li pensiamo, raggiungono un primo gradino di rappresentazione, mentre è quello che non sognano che dovrebbe spaventarci. I neuroscienziati ci dicono che noi umani sogniamo anche di giorno e che la rappresentazione dei nostri livelli profondi è qualcosa in cui siamo continuamente ingaggiati. Se questo processo non si verifica, ciò che non può essere elaborato va a finire sul corpo e ci ammaliamo oppure esita in una malattia mentale, come la depressione.
Veronica Cerutti: Pensavo al concetto di perdita: nel libro Il giocatore il protagonista perde ingenti somme di denaro, ma si parla anche di perdita di passioni, di amore, di vitalità. Il sonno della ragione genera mostri e forse, abbandonandosi totalmente a impulsi non mediati dalla ragione, si rischia di perdere qualcosa.
Paolo Nori: Dostoevskij con l’anticipo ricevuto per il libro Il giocatore va a giocare d'azzardo, perdendo tutti i soldi. Ma inizia nel periodo immediatamente successivo a scrivere Delitto e Castigo e conoscerà a causa del suo ritardo nella scrittura de Il giocatore la sua seconda moglie, una figura per lui molto importante, che l’aiuterà molto.
Fumo invece è un romanzo di Turgenev, in cui scrive: “sono un occidentalista […] civiltà è una parola comprensibile, pulita e santa, mentre le altre, nazione, popolo e gloria, puzzano di sangue”. Mentre Dostoevskij all’opposto pensava che la Russia dovesse conquistare il mondo tramite la guerra. Io non apprezzo questa sua posizione, però preferisco i suoi romanzi, rispetto a quelli di Turgenev: sto dalla parte del cattivo. Come spesso nella letteratura si sta dalla parte della bellezza più che del bene. I colori della bandiera dell’arte non possono mai riflettere i colori della bandiera del potere.
Fabio Castriota: Freud ha scritto un saggio molto bello su Dostoevskij, ma non ne parlerò ora. Tuttavia il discorso riguardo il giocatore ci introduce a uno dei capisaldi del pensiero psicoanalitico, il concetto di coazione a ripetere, che ha a che fare con la nostra distruttività o con la difficoltà ad evolvere, che trova consolazione in qualcosa di ripetitivo.
Winnicott parlava invece della paura del crollo psichico, che può essere un vissuto angosciante e che viene temuto come imminente, ma che in realtà è già avvenuto in un’epoca in cui non ce ne potevamo rendere conto. In Dostoevskij, questi due aspetti vengono ripresentificati: mettersi di fronte al rischio del gioco riguarda il rimettersi di fronte a propria distruttività e ci vuole l’intervento dell’altro, qualcuno che va al di là ed entra in un rapporto empatico, amoroso per poter cambiare questo e far rientrare la perdita in una dimensione umana. La libertà è possibile solo all’interno del limite, dell’ordine, come scriveva Thomas Mann.