La serata si apre con un'introduzione del Dr. Marinelli, presidente del Centro Psicoanalitico di Bologna, di questo ciclo della rassegna Il lettino e la piazza, dedicato alla bellezza, presentando le ospiti del primo incontro: la Prof.ssa Patrizia Violi, semiologia e Direttrice Scientifica di TraMe, Centro di Studi Interdisciplinare su memorie e Traumi Culturali, Università di Bologna e Paola Golinelli, psicoanalista con Funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana.
Veronica Cerutti direttrice del settore biblioteche e welfare culturale di Bologna modera la serata.

Paola Golinelli introduce il tema della bellezza considerando quanto sin dagli albori della nostra esperienza di vita sia intrisa di ambivalenza: il neonato specchiandosi nel volto della madre incontra la prima bellezza, ma anche aspetti di ambivalenza profonda in momenti in cui madre è assente o intenta in pensieri che la portano altrove. Freud difatti sostiene, come è noto, che l’incontro con l’oggetto è un reincontro di esperienze primarie. Omero stesso nell’Iliade esprime una suggestione riguardo il seno primigenio quando scrive "Il seno che ci fa dimenticare le nostre angosce" (Omero, Iliade XXII).
Nel libro Essere senza destino Imre Kertész, deportato ad Auschwitz e successivamente perseguitato dal regime comunista, scrive come per lui fossero indimenticabili tramonti di Auschwitz, rappresentando un esempio di come l’atrocità del campo di sterminio non siano riuscite ad alienare lo scrittore e a strappare la bellezza di quei tramonti dalla sua memoria.
Freud nel 1915 scrive due importanti saggi sulla perdita: Lutto e Melanconia e Caducità. In questo secondo saggio osserva come vi siano persone a cui non sembra essere concesso di godere della bellezza, non tollerandone la caducità: “Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato e potranno creare.” L’esito di un simile vissuto può essere una rabbia profonda di fronte alla perdita, difensiva ed atta a tenere a bada un dolore che ancora non possiamo affrontare.

Veronica Cerutti interviene quindi chiedendo quanto la creazione ed un gesto artistico possano aiutare a rielaborare un trauma

Patrizia Violi ricorda di come in questi anni abbia lavorato focalizzandosi in particolare sulle memorie traumatiche ed i luoghi di memoria e ricordando anche il libro della Dr.ssa Golinelli su questo tema: Riflessioni psicoanalitiche su scrittura, cinema e arte. Di fronte alla bellezza e alla perdita (2021). Rispetto alla caducità ricorda l’evento collettivo di contemplazione della fioritura dei ciliegi in Giappone, come autoeducazione al limite. Si chiede poi come riuscire nella sfida di non far diventare i luoghi di memoria dei mausolei. Si prende in esame il documentario Austerlitz di Sergei Loznitsa, che riflette sulla fruizione individuale e collettiva di un luogo di morte e dolore, come il campo di sterminio.
Come introdurre bellezza in luoghi così? Si rischierebbe l’estetizzazione. Allora vengono portati esempi di recenti esperimenti condotti in Colombia, in luoghi di memoria del presente, della sanguinosa guerriglia con le Farc, dove è stato deciso di fare con le armi dei combattenti di entrambi i fronti 3 monumenti, di cui uno finora realizzato a Bogotà da Doris Salcedo, denominato Fragmentos. Si tratta di un edificio ove sono presenti i resti di una casa, con due sale di esposizioni ed una terza saletta dove viene proiettato un documentario, che racconta la storia del progetto. Il racconto rivela di come, prese le armi dei combattenti, sono state in parte fuse, creando una sottilissima lama di acciaio, e sono state chiamate delle donne, che avevano subito violenza da una parte o dall’altra del conflitto. Dotate di martelli, sono state invitate a fare quello che volevano con queste lame di acciaio, sulle quali esse hanno sfogato la loro rabbia, ma attorno alle quali hanno anche intrecciato conoscenze. Con queste lame alla fine è stato costruito il pavimento del luogo, in un processo di trasformazione.
Un altro esempio è l’opera di Erika Diettes Relicarios, anch’essa centrata sulla relazione tra persone. Si tratta di 120 teche con all’interno un parallelepipedo di resina, dentro cui ci sono oggetti di morti: paramilitari, militari, vittime civili. Nessun nome o data, ma solo oggetti cari ai parenti che glieli hanno consegnati e che hanno raccontato le storie degli oggetti e delle persone, conservate in un archivio segreto.

Paola Golinelli riflette quanto ciò che è stato raccontato rappresenti la possibilità di trasformare la passività in attività, tentando di liberarsi della rabbia. Le armi sono divenute un pavimento, qualcosa di cui ci si deve per forza ricordare camminando. Ricorda anche come il processo di elaborazione del trauma abbia tempi lunghi spesso, quasi interminabili e di come la memoria sia strettamente connessa alla verità, da ricostruire. Per citare Keats “La bellezza è verità, la verità è bellezza”. Non c’è nulla di vero che non sia bello, considerandolo da questa prospettiva. E’ altresì vero che non tutti i traumi sono elaborabili. Vi fu un grande dibattito anni fa riguardo a come ricostruire a Venezia il teatro la Fenice, bruciato in un disgraziato incendio. Rifarla esattamente com’era risultava impossibile, non esistendo più quegli artigiani che la costruirono in passato, discorso che vale anche per Notre Dame a Parigi. Questi tentativi possono essere visti come una negazione del fatto che è avvenuto qualcosa di irrevocabile. Si deve tenere a mente che c’è anche chi non riesce a integrare gli aspetti della bellezza, così come del trauma. Lo psicoanalista Meltzer, parlando della comprensione della bellezza, riflette sul fatto che è anche possibile che qualcuno dubiti di poter vedere riapparire l’oggetto: rimangono così solo il vuoto e la disperazione o meccanismi di invidia, di chi la bellezza la vuole sfregiare o rubare e godersela tutta per sé. C’è un dio della mitologia nordica Baldr, il più bello, figlio di Odino e Frigg. Il dio è angosciato a causa dei sogni nei quali vede preannunciata la propria morte e nel tentativo di scongiurare un destino che sembra ineluttabile, la madre Frigg raduna ogni essere esistente imponendo un giuramento universale: nulla dovrà mai arrecare danno a Baldr. Tuttavia Loki, l'enigmatico dio del disordine, riesce con l'inganno a carpirle il punto debole del dio: il vischio. In questo modo lo ucciderà, distruggendone la bellezza, per sfregio.

Patrizia Violi ricorda come per amare la bellezza ci vuole una certa pace e solidità interna, anche per accettare di non averla quella bellezza. Ricorda di come sia importante che le vittime non siano solo identificate quel ruolo, ma possano, tramite l’azione, produrre qualcosa di bello, dare voce ad altri aspetti e risorse. Non solo attraverso le parole in terapia, risorsa spesso indispensabile, ma anche tramite immaginazione e creatività, che passano per in molti casi per vie inconsapevoli. Un altro esempio è il Museo per la Memoria di Ustica, realizzato grazie alla determinazione dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica presieduta da Daria Bonfietti, dove troviamo l’installazione permanente di Christian Boltanski.

Paola Golinelli riflette su come di fronte al trauma ci si trovi in un paradosso, spesso è presente la spinta a creare, perché probabilmente c’è un bisogno profondo di sopravvivere, ricostruendo l’oggetto perduto. Lo vediamo ad esempio in Sorrentino: prima di dire con il film E’ stata la mano di Dio: “Questo è stato un mio trauma” per anni ci aveva girato intorno, nei suoi film precedenti. La bellezza stessa può essere traumatica inoltre. Nel libro "La sindrome di Stendhal" (1989) la Dott.ssa Graziella Magherini, Psichiatra a Firenze, si trova a raccontare di come, lavorando nel Pronto Soccorso psichiatrico, si trovasse a curare molte persone in stato confusionale, dopo la visione tante opere d’arte, colte dalla ben nota sindrome di Stendhal. Un reincontro con bellezza che confonde.

Veronica Cerutti racconta di aver lavorato molto nel commentare l’arte contemporanea, dare voce a installazioni opere, svelando il gesto sottostante. Oggi è cambiata la denominazione del polo bibliotecario della Sala Borsa di Bologna in Biblioteche e welfare culturale, a sottolineare quanto la frequentazione della bellezza contribuisca al fatto di stare bene. Racconta anche di come in Canada alcuni medici si siano spinti fino a prescrivere visite ai musei o concerti, ad alcuni pazienti.

Paola Golinelli mette in guardia sulla necessità di non semplificare eccessivamente. Se arte e bellezza hanno indubbiamente un potere salvifico e consolatorio, non è così automatico da qui a parlare di processi terapeutici. Perché ci vuole una certa maturità affettiva per poter godere della bellezza, sennò si può incorrere nella malinconia, peraltro tema molto studiato nel Rinascimento, come testimonia il libro The anatomy of the melanchony di Robert Burton. Veniva affrontato in questo libro in modo innovativo, rispetto alla concezione dell’epoca, ove la melanconia veniva considerata un peccato fra i più gravi, considerando la perdita di in contatto con un nucleo di bontà e di verità dentro di sé (pensato all’epoca relativo a Dio). L’incisione Melencolia di Dürer è un altro esempio di spinta creativa, ove la malinconia non è riuscita a portare ad una caduta del desiderio.

Patrizia Violi descrive il processo atto a de-automatizzare la percezione che avviene quando si riesce a percepire, come in un momento estatico, qualcosa dell’oggetto, non più come una foglia o una bottiglia, ma come un tutto.

Filippo Marinelli commenta come il superamento della posizione depressiva, con il contatto con il limite, sia l'unica possibilità di non cadere in una condizione melanconica disperante. Si chiede perché i tramonti siano così spesso rappresentati nell’arte, rispetto alle albe e ipotizza che il tramonto possa rappresentare la speranza di vedere nuovamente sorgere il sole, l’attivazione di un desiderio. Come l’assenza della madre è necessaria allo sviluppo del desiderio di vederla nuovamente.

Paola Golinelli ricollegandosi a questo commento ricorda un paziente che, a fine analisi, le racconta di aver visto un tramonto, momento non solo evocativo della fine dell’analisi stessa, ma dell’acquisita possibilità di goderselo, senza doversi sempre concentrare su aspetti di concretezza e senza timore di perdersi in questo vissuto.

 

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