Un romanzo corposo quello di Rigosi ma non pesante, anzi. Attraverso i suoi personaggi, Sergio e Vitaliano (Vita), l’Autore si interroga e ci interroga su temi forti quali l’amicizia, il tradimento, la morte e il senso della vita.
Sergio è un regista disilluso, alle prese con la realizzazione di una nuova serie televisiva, ma proprio quando pensa che la sua vita stia scorrendo su binari monotoni e poco vitali, lo raggiunge una telefonata  che gli comunica che Vita sta morendo e desidera rivederlo. Si sente allora allagato dall’angoscia. E’ allarmato, in cerca di una risposta, un’intuizione o almeno qualcosa cui aggrapparsi. Ripensa a quella sera dei loro quindici anni, quando sotto un cielo stellato, fatti di alcol e canne, si sono promessi che semmai uno dei due fosse stato in punto di morte, l’altro lo avrebbe aiutato a morire. Si chiede se sarà in grado di tenere fede alla promessa.
Sergio e Vitaliano sono stati “amici per la pelle”. Cosa significa essere “amici per la pelle”? Che si è disposti a rischiare la vita (la pelle) per l’altro? Si, ma significa anche essere cresciuti insieme pelle a pelle, condividendo la fisicità di interi pomeriggi giocando a basket, biliardino, scacchi, in giro per i colli bolognesi, in due su un Solex, o a tradurre, gomito a gomito, dal greco e latino.
Questa contiguità/prossimità con l’altro struttura un pavimento  sensoriale dell’esperienza relazionale in cui le emozioni sono incarnate. Cosi la esprime il poeta Pedro Salinas:

Che allegria, vivere
e sentirsi vissuto.
Arrendersi
Alla grande certezza, oscuramente,
che un altro essere fuori, di me,
………
mi sta vivendo.

(da “La voce a te dovuta “ di Pedro Salinas, Einaudi, pag.75)

Come grani di un rosario il ripetersi di momenti di unisono emotivo crea un fiducia di base che permette di affidarsi, nudi e fragili, all’altro che non ne approfitterà né lo mortificherà. Si stabilisce così a livello inconscio quello che J. Grotstein definisce: Patto di Pietà. Eccolo, questo patto, dai ricordi di Vita:
“Sentivo di volere veramente guadagnare la tua amicizia. Forse perché in un paio di casi hai saputo leggermi dentro e, pur avendo capito qualcosa di me - qualcosa che io avvertivo come un punto debole - non ci hai mai marciato sopra. Anzi sono convinto che l’idea di approfittarne non ti abbia neppure sfiorato” (pag 59). Poi ancora: “Non mi hai mai guardato come una merda, né mi hai voluto meno bene di quanto te ne ho voluto io, sempre fin dal giorno in cui ci sia ritrovati allo stesso banco” (pag 159).
In questo senso parla la copertina del libro in cui un timido cerbiatto si avvicina, accarezzandogli col muso la spalla, ad un giovane sconsolato, ripiegato sul suo dolore. Foto che, l’autore Martin Stranka, titola We missed you.
Ci manchi. Noi abbiamo bisogno di te. Noi ti stiamo cercando. Noi? Noi chi?
Noi è quell’intimità, complicità che si è costruita e consolidata in anni di “relazione conviviale” (Bion) in cui i due, Sergio e Vita, hanno reciprocamente beneficiato dell’esperienza emotiva del vivere insieme.  Scontrandosi, interagendo, riconoscendosi hanno creato un’area “tra”, intersoggettiva, terza, che non è né dell’uno né dell’altro ma è co-costruita, è un Noi appunto.
Cosi ricorda Vita:
“Ero dispiaciuto per la scenata che di sicuro ti aspettava ma ero anche felice. Felice per l’intesa e la complicità che c’era tra noi due.
Quella sera, mentre volavo lungo la discesa di via Paolo Martini, con le mie Converse che battevano rapidi schiocchi sull’asfalto, ho sentito un calore che si irradiava dal centro del petto e raggiungeva ogni fibra del mio corpo. Le gambe pompavano senza sforzo e i polmoni divoravano l’aria: avrei potuto correre fino alla fine del mondo. Quando, senza nemmeno rallentare, ho attraversato via Curiel, una Fiat 126 marrone per poco non mi investiva. Con il clacson che mi ululava infuriato alle spalle, ho perfino alzato un braccio per scusarmi. Ero così felice che non mi importava di niente. Io e te eravamo uniti. Cosa avrebbe potuto separarci?” (pagg 68-69).
Invece la Vita, i bisogni diversi e gli equivoci mai chiariti li hanno tenuti separati per trent’anni. Ora che Vita è in un letto, letteralmente prosciugato da una malattia degenerativa, ha bisogno di avere accanto l’unica persona che gli ha voluto bene e a cui ha voluto bene. L’unica che sa toccarlo senza mortificarlo. Ha bisogno di affidarsi nuovamente a quel Noi.
Cosi Vita scrive in una lettera  di addio che Sergio non leggerà mai:
“Citando Bergman in Lanterna Magica ”Siccome non voglio immaginarmi un’altra vita, una sorta di vita dall’altra parte del confine, la prospettiva è agghiacciante. Vengo trasformato da qualcuno a nessuno. Questo nessuno non conserva nemmeno la memoria di intimità. L’unica intimità a cui abbia tenuto (di fatto l’unica che ho sperimentato da quando sono uscito dall’infanzia, e forse anche da prima) è quella con te. … Avrei voluto che il ricordo del legame che ci ha uniti sopravvivesse: e l’unico luogo in cui poteva accadere era la tua memoria” (pag. 469).

Sergio tentenna, indietreggia, ma una notte fa questo sogno: mentre con Vitaliano lavorano insieme in una fabbrica di caramelle, si accorgono che, per un errore di programmazione, la macchina fa uscire le caramelle al limone con l’involucro delle caramelle al latte. Vita è intransigente, ritiene che non si possa tradire chi si aspetta il sapore morbido e pastoso del latte dandogli quello acre e respingente del limone. Interviene Elena, la ragazza che entrambi hanno amato, che non riuscendo a vincere la sua resistenza lo butta giù dal balcone. Subito Sergio corre a soccorrere l’amico. E’ vivo. Lui non vuole che Vita muoia, ma il pensiero fugace che la sua morte costituirebbe la soluzione dei problemi, gli provoca un dolore opprimente ed insopportabile al petto ed è quel dolore ad svegliarlo.
Da sveglio il vortice dei pensieri scatenati dal sogno lo portano a ricercare una scena di un film di Fellini mai realizzato, Viaggio di G. Mastorna: si tratta di una scena in cui il protagonista introduce una monetina in una macchina che promette la radiografia del cuore, gli compare davanti agli occhi l’immagine di una distesa desertica, lunare, ed una voce metallica dice: “Questo è il vostro cuore”.
Tradire l’aspettativa di Vita - il morbido pastoso del latte - è tradire i suoi oggetti interni buoni, farli inacidire, devitalizzarli.
Dopo questo sogno Sergio parte per rispondere alla chiamata di Vita.
L’incontro è devastante. Sergio capisce che non sarà con le parole che si ritroveranno. Serve qualcos’altro. Il contatto fisico con la sofferenza del corpo dell’amico lo inchioda alla responsabilità di esserci, di prendersi cura del suo corpo morente ridotto ad un “ammasso di pelle guasta e carne spolpata, che ha ormai più ostacoli che strumenti per ogni possibile forma di comunicazione” (pag. 450).
Lavandolo, sbarbandolo, imboccandolo, impomatando la sua pelle piagata, stando “corpo a corpo”,  si riattiva tra Vita e Sergio il codice non verbale della loro relazione, quello corporeo, quello dove  “parlano” i sensi della prossimità. Ed è un’esperienza emotiva che permette ad entrambi di prendere contatto con il dolore, di piangere, di rimpiangersi, di potersi perdonare e ringraziarsi.
Leggendo questo libro mi è tornato alla mente la scena del film “Barbarossa” di Kurosawa, in cui il dott Akahige costringe il giovane allievo ad assistere un moribondo dicendogli “stagli vicino, la morte è il momento più sacro della vita”. È come se Sergio, ma a suo modo anche Vitaliano, attraverso questa profonda esperienza rivitalizzassero i proprio oggetti interni buoni. Entrambi si rendono conto di quanto la vita degli ultimi trent’anni li abbia allontanati da quello che profondamente erano e sono.
Sergio ne esce completamento trasformato. Cosa farà? Non lo sa. Intanto riaggiusta i coppi del tetto della casa del nonno. C’è della terra con alberi da frutto intorno, potrebbe piantarne degli altri e allevare galline. Poi chissà… potrebbe riparare elettrodomestici rotti, come ha imparato da suo padre. Guardando l’autunno che indora la vallata pronuncia quelle due parole che ha pronunciato migliaia di volte, soprattutto dai tredici ai ventidue anni, e di nuovo negli ultimi mesi: CIAO VITA, due parole con cui saluta l’amico morto e la Vita che si sta riprendendo: “Le sussurro adesso, da solo, in questo vecchio casolare sull’Appennino bolognese, seduto al tavolo di legno usurato dagli anni, e mi risuonano familiari, così dolci, che nonostante la scheggia di dolore che sento conficcata nel petto, sulle labbra affiora un sorriso” (pag 515).

Bibliografia
Bion, W.: Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando ed, Roma 1970.
Grotstein, J.S.: Chi è il sognatore che sogna il sogno?  Edizione Magi, Roma 2004.
Kurosawa,  A.: Barbarossa, 1965.
Salinas, P.: La voce a te dovuta, Einaudi Ed, Torino 1979.

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