Winnicott ci ha fornito il concetto di “vero Sé" come nucleo del nostro essere, investito di una richiesta insopprimibile e concreta: realizzare il suo potenziale mediante “l'uso dell’oggetto". Questo è stato un importante passo avanti nella psicoanalisi del carattere umano. In questo libro l'autore sostiene che possiamo realizzare il vero Sé come configurazione unica dell'essere che egli preferisce chiamare “idioma”. Winnicott privilegia l’espressione “processo di maturazione” rispetto a “processo di sviluppo” sostenuto da Anna Freud, sebbene entrambi i concetti riconoscano uno slancio in avanti intrinseco alla formazione umana. Winnicott ha sottolineato il ruolo della "madre sufficientemente buona" come "ambiente facilitante" cruciale per determinare se il vero Sé del bambino possa realizzare il suo potenziale. Potrei avere un talento innato come pittore e questo potrebbe essere un potenziale futuro, ma se non investissi nell'educazione artistica, quel futuro non si realizzerebbe.
Forze del destino mostra come la psicoanalisi favorisca la liberazione del vero Sé, sia attraverso l'impiego, da parte dell'analizzando, degli elementi della personalità dell’analista, sia attraverso la creatività espressiva del libero processo associativo.
“Per quanto disturbato e disturbante possa essere un paziente, è fondamentale che lo psicoanalista celebri il vero Sé dell'individuo, permettendo all’idioma della persona di plasmare le sedute per esprimere la logica del Sé. L'analisi del carattere implica, quindi, un attento equilibrio: favorire l'espressione del linguaggio concentrandosi, di tanto in tanto, su costellazioni disturbanti e controproducenti di organizzazione distruttiva. È questo compito sottile a rendere la professione della psicoanalisi una sfida unica e sempre affascinante” (p.XVI).
Credo occorra chiarire meglio cosa Bollas abbia in mente quando usa l’espressione “celebrare il paziente”; sicuramente non intende doverlo gratificare. Occorre distinguere se vengono celebrate le rappresentazioni e i rapporti oggettuali o se, al contrario, viene gratificato il desiderio del paziente di compiacere.
“La difficoltà tecnica di questo lavoro risiede nella capacità di dirigere l'attenzione del paziente verso le sue azioni mentali distruttive, senza che l'analista diventi un Super-io rigido scisso, sottraendo così al paziente proprio la struttura psichica essenziale per modificare i pensieri distruttivi” (p. 78).
L’analista deve fare attenzione che, celebrare l’analizzando, non diventi una forma di gratificazione o adattamento del falso Sé. Molti analizzandi non si fidano dell'analista quando commenta un lato positivo della loro personalità e questo può essere dovuto al fatto che, purtroppo, non hanno quasi mai ricevuto riconoscimenti di questo tipo dai genitori. Nello stesso tempo può essere una parte della loro stessa mente che non è in grado di celebrare i lati positivi della loro personalità. Quando l'analista celebra i processi dell'Io e l'uso degli oggetti del paziente, facilita il progredire del vero Sé dell'analizzando.
L’autore sottolinea la difficoltà a spiegare a un neofita di psicoanalisi, cosa accada dentro la stanza analitica soprattutto per quanto concerne la qualità del silenzio che, presto o tardi, sarà uno dei protagonisti delle sedute. Quando parliamo con una persona fuori dal contesto analitico solitamente tendiamo a non lasciare silenzi troppo prolungati nella narrazione per paura che essi possano essere percepiti come segno di stanchezza o disinteresse; in analisi, al contrario, salutiamo con particolare favore la comparsa di un silenzio che dovremo poi essere capaci di distinguere di che natura sia: l’analizzando può vivere il silenzio con paura, terrore, avere la sensazione di sentirsi solo e abbandonato oppure - ed è questo il silenzio foriero di maggiori trasformazioni interiori - come momento per riflettere sulle emozioni che lo stanno attraversando o su qualcosa che l’analista gli ha appena detto e che fa vibrare qualche corda del suo mondo interno.
È anche difficile narrare il dialogo interno dell’analista con se stesso mentre, silenziosamente, segue l’analizzando concordando, dissentendo, ponendosi domande, fantasticando insieme a lui. Se anche l’analista fosse in grado di spiegare chiaramente perché ha scelto una data interpretazione, non potrebbe dire altrettanto facilmente perché l’ha esplicitata proprio in quel momento. Non è raro che un amico intenzionato ad entrare in analisi, ma che ha ancora bisogno di prove sicure dei risultati, visto il notevole investimento di tempo e denaro, chieda che cosa dà l’analisi di così particolare e rimanga deluso dalla risposta: “Mi ha cambiato la vita”, oppure “Ero confuso e l’analisi mi ha aiutato a chiarirmi le idee”.
Mentre Freud sosteneva che il successo del lavoro analitico dipendesse soltanto dalla trasformazione dei conflitti inconsci in una consapevolezza cosciente, gli autori della Scuola britannica sottolineano l’importanza delle esperienze psichiche completamente nuove generate dalla situazione analitica, in particolare da quelle che nascono dagli stati di transfert.
Per quanto riguarda l’idioma umano Bollas afferma che deriva da una predisposizione determinata geneticamente anche se non sa dire quali siano i fattori che portano a tale disposizione. Anche l'esperienza del feto all'interno dell'utero contribuisce all'idioma personale del bambino, tanto quanto la nascita. L'uso che il vero Sé fa dell'analista è la forza dell'idioma che trova se stesso mediante esperienze dell'oggetto. Sebbene questi usi idiomatici dell'analista rivelino, talora, modelli della personalità, lo scopo dell'analizzando non è comunicare un paradigma del rapporto genitore-bambino, bensì trovare esperienze che consentano al vero Sé di emergere alla vita.
Secondo Bion, i bambini nascono con preconcezioni innate che, tramite un'esperienza che corrisponde a una preconcezione, portano a realizzazioni che favoriscono la concezione. Il vero Sé è un idioma complesso di preconcezione della personalità che si realizza mediante l'esperienza della vita conforme alla preconcezione. Quando un'esperienza riesce a far esprimere il vero Sé, in quel momento il soggetto è in grado di essere spontaneo e vero.
“La gioia che si prova nel momento in cui una preconcezione del vero Sé si dedica al mondo degli oggetti è una forma di piacere del tutto particolare” (p. 14).
Riprendendo le teorie winnicottiane potremmo affermare che, alle spalle di tutti i rapporti oggettuali, c'è una solitudine fondamentale e primaria inevitabile e inamovibile. Essere soli è la condizione di fondo del nostro essere; la solitudine è il contenitore del Sé.
La solitudine essenziale per Winnicott è un termine positivo, un isolamento sostenuto da un ambiente umano. Prima di essere soli, secondo Winnicott, non si è vivi: "L'esperienza del primo risveglio dà all'essere umano l'idea che esista un pacifico stato di non vita che può essere raggiunto tramite una regressione estrema. Questa solitudine è uno stato di transizione tra la non-vita e la vita caratterizzata dalla dipendenza e dalla vita istintuale" (p.15).
Nel vero Sé siamo essenzialmente soli; il nucleo assoluto dell'essere di ciascuno è una solitudine senza parole e senza immagini. In un certo senso, la psicoanalisi è luogo in cui vivere l'esperienza dell'essere essenzialmente soli.
Il processo psicoanalitico racchiude al suo interno due elementi apparentemente opposti: la procedura decostruttiva e il processo di elaborazione. Il paziente porta un sogno, un frammento di racconto, un pensiero e l'analista, chiedendogli di fare delle associazioni, scompone il testo manifesto del materiale e ne rivela il contenuto latente inconscio. In un certo senso, si tratta di un atto di distruzione e la maggior parte degli analisti è abituata all'iniziale disperazione del paziente nel vedere il suo contesto smontato in questo modo. Con il passare del tempo, però, il paziente non solo si abitua a questo smontaggio del suo discorso, ma collabora al processo di decostruzione per dare voce ai pensieri latenti dell'inconscio rimosso.
Gli usi inconsci che il paziente fa dell’analista nel transfert costituiscono un processo articolato e non decostruttivo in cui il paziente costruisce il suo mondo oggettuale attraverso la persona dell’analista. Un paziente inizia l’analisi con una certa idea dell’analista che cambierà man mano che si procede nel lavoro a seconda dei diversi aspetti della sua personalità. In questo senso il genere dell’analista credo non sia così determinante in quanto egli deve essere capace di lasciarsi usare come zio, mamma, padre, sorella o fratello a seconda del bisogno del paziente in quel determinato momento. Winnicott ha parlato di una “evoluzione naturale nel transfert” sottolineando l’importanza di non interrompere tale processo con la necessità di interpretazione. Non intendeva certo dire che l’analista non deve interpretare, ma che non deve preoccuparsi di fare interpretazioni per dimostrare, a se stesso e agli altri, di essere bravo. Il compito dell’analista, secondo Winnicott, consiste nel dare il tempo al paziente di costruire e articolare il suo mondo interno. Permettendo al paziente di usarlo come oggetto nel transfert, Winnicott facilitava la formazione di stati del Sé e, in questo senso, considerava la situazione analitica uno spazio potenziale. Riportare alla vita, dunque, è una caratteristica importante del transfert.
Il concetto di uso dell’oggetto presuppone che il bambino si senta sufficientemente sicuro dell’amore dell’oggetto il quale deve sopravvivere agli attacchi che gli vengono rivolti. Alcuni analizzandi hanno così paura delle loro fantasie distruttive da non riuscire a usare l’analista come oggetto.
Bollas distingue anche tra fato e destino: rileggendo la letteratura classica si vede come il fato di solito venga annunciato da un oracolo, o dalle parole di una persona, mentre il destino è collegato all’azione piuttosto che alle parole. Bollas sostiene che uno dei compiti dell’analista sia di far sì che l’analizzando entri in contatto con il suo destino, cioè con la progressiva articolazione del suo vero Sé attraverso molti oggetti.
“La psicoanalisi è un mezzo per fornire oggetti diversi al paziente che li usa per vivere e realizzare diversi stati del Sé derivanti dall’idioma della persona” (p. 35).
Bollas in Forze del destino sottolinea che, buona parte del lavoro dell’analisi, consiste nell’aiutare il paziente a liberarsi da tutti gli ostacoli che gli impediscono di sentirsi libero di giocare; a tal proposito è fondamentale l’uso dell’ironia da parte dell’analista.
“Ognuno inizia la vita con un vero Sé che è un potenziale ereditario che viene alla luce in seguito alle stimolazioni dell’esperienza. Ogni individuo è unico e il vero Sé è un idioma organizzativo che cerca il suo mondo personale attraverso l’uso dell’oggetto” (p. 99).

 

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