L’ultimo poderoso e impegnativo lavoro dello psichiatra e psicoterapeuta Giovanni Stanghellini - “Noi siamo un dialogo”- è un inno al concetto di relazionalità, il perno da cui l’autore prende le mosse per definire una pratica psicoterapeutica. L’idea che permea l’intero libro si identifica con la sua risposta alla fondamentale domanda dell’antropologia filosofica relativa a cosa significhi essere umani.

Il dialogo è il concetto che guida l’autore durante tutto il suo scritto nel tentativo di affrontare, in modo coerente, tre questioni essenziali per la pratica clinica: ”Che cos’è un essere umano?”, “Che cos’è la patologia mentale?” e “Che cos’è la cura?”.

Essere umani significa essere in dialogo con se stessi e con gli altri, cioè con l’alterità. In quest’ottica la patologia mentale è l’esito di una crisi del proprio dialogo con l’alterità che ci abita e con l’alterità incarnata nelle altre persone; lo scopo della cura risiede nel ristabilire il contatto con l’alterità la quale è essenziale per la costituzione della propria identità. Noi incontriamo l’alterità in due domini principali della nostra esistenza: in noi stessi e nel mondo esterno. Nel primo caso, l’alterità si colloca nella dimensione involontaria di noi stessi: il nostro carattere non scelto, i nostri bisogni e desideri, le emozioni e le abitudini.

Nel mondo esterno, l’alterità è data negli eventi e negli incontri con le altre persone che costellano la nostra vita. La produzione del sintomo, in quest’ottica, è l’ultima occasione che la persona possiede per riconoscere l’alterità in se stessa: il sintomo mentale è l’esito del bisogno di auto interpretazione che ogni persona nutre rispetto al proprio incontro con l’alterità, ossia con esperienze inquietanti e inusuali.

L’alterità è resa manifesta come una sorta di estraneamento da sé e come alienazione rispetto al proprio ambiente sociale. Di fronte a esperienze nuove e sconcertanti, la persona cerca di attribuire loro un senso” (G. Stanghellini, p. 13).

Tale attribuzione di significato ricorda molto da vicino quanto sosteneva lo psicoanalista bolognese Gino Zucchini a proposito dell’analisi. Quest’ultima, secondo lui, poteva essere detta in molti modi, tra cui quella esperienza che porta la persona sofferente a passare dal peso al senso: dal peso dell’indegnità alla possibilità di convivere con il proprio dolore – che si fa progressivamente più tollerabile e “sano” -, dall’angoscia patologica ad una dolce nostalgia.

“Il tentativo di interpretare le proprie esperienze, insieme alla costante ricerca di significato personale, caratterizza l’atteggiamento della persona” (p. 13).

In altre parole, si può affermare che i sintomi siano l’esito di tentativi falliti o sfortunati di conferire un senso all’incontro con l’alterità.

Ciò che tutti noi andiamo cercando nel profondo è il desiderio di riconoscimento reciproco, la nostra esistenza è inevitabilmente orientata al “Tu”. Il riconoscimento, secondo Stanghellini, si situa all’interno di un’esperienza di relazionalità o esperienza del Noi in cui siamo consapevoli della pena emozionale dell’Altro con cui cerchiamo di sintonizzarci, pur essendo consapevoli di non riuscire mai a raggiungere pienamente chi ci è vicino.

Il nostro più profondo bisogno – e desiderio – è essere amati come siamo, nonostante le nostre limitazioni, le debolezze, gli errori o le colpe” (ibidem).

Desidero che il mio essere così venga riconosciuto dall’Altro come un valore in sé: desidero che l’Altro mi apprezzi per come sono – ossia nella mia alterità rispetto a lui - anziché per come dovrei essere. Esistono tre forme paradigmatiche di riconoscimento:

  • La prima è l’Amore, tramite cui la persona fa esperienza del riconoscimento da parte dell’Altro della sua natura bisognosa di ottenere quella sicurezza affettiva che le consenta di esprimere le proprie esigenze. Il prototipo di questo è l’esperienza delle cure genitoriali “sufficientemente buone” di winnicottiana memoria. Questa forma di riconoscimento è necessaria per ottenere “fiducia di base”, ossia fiducia in se stessi.
  • La seconda è la Legge: il soggetto apprende che le istituzioni giuridiche garantiscono il riconoscimento della sua autonomia. Questa forma di riconoscimento è necessaria per ottenere “considerazione”, ossia rispetto per se stessi.
  • La terza è la Solidarietà: il soggetto fa esperienza del riconoscimento del valore delle proprie capacità. Questa forma di riconoscimento è necessaria per ottenere “integrità”, cioè per sentirsi una parte significativa della società e contribuire con le proprie capacità a sostenere altri soggetti e, reciprocamente, a godere del loro sostegno.

 

Queste tre forme di riconoscimento, secondo Stanghellini, sono i requisiti fondamentali per una vita serena e non possono essere conseguiti dal soggetto in quanto individuo separato dagli altri - possono esserlo soltanto attraverso le relazioni.

Stanghellini concepisce la cura come la possibilità di ristabilire il proprio dialogo interrotto con l’alterità. Ciò diventa possibile solo se siamo capaci di tatto: la sensibilità a ciò che è appropriato nell’essere con gli altri, soprattutto in quelle situazioni in cui la conoscenza dei principi generali non è sufficiente. Il tatto sfiora la vera origine della legge morale poiché è una forma di connessione libera da una relazione strumentale. Essa esprime una sorta di contatto che non è possesso, né fisico, né intellettuale. La mancanza di tatto sta alla base di ogni politica di esclusione. “Il tatto costituisce una qualità essenziale del clinico, in quanto capacità di mettersi nei panni degli altri senza perdere i propri, di non intromettersi nella sfera dell’altro, evitando così relazioni strumentali e lasciando che l’altro manifesti la propria unicità” (p. 15).

Il tatto include l’abilità di sentire un’atmosfera, un mood, più che la capacità di afferrare inequivocabilmente ciò che è già esplicito. Il tatto aiuta a pensare ciò che si è sentito di un’altra persona evitando, in tal modo, di invadere la sua sfera intima; per questa ragione tale qualità, che deve essere posseduta da chi esercita una professione di aiuto, porta con sé la capacità di agire senza ferire.

Troppo spesso attribuiamo i fallimenti clinici alla mancanza di compliance del paziente. In verità, la compliance, cioè la flessibilità e plasticità, è richiesta al clinico perché si avvicini al paziente senza arrivare troppo vicino o restare troppo distante” (p. 156).

Stanghellini sostiene che il dialogo sia un tipo di “esperienza” e non un mero scambio verbale o di informazioni, ma piuttosto l’autore di questo libro ritiene che nel dialogo accada qualcosa.

Il dialogo lascia accadere qualcosa. Quello che emerge nel dialogo non è né mio, né tuo e trascende i punti di vista e le opinioni soggettive degli interlocutori” (p. 21). Dal dialogo, dunque, emerge sempre qualcosa di inaspettato. Tale concettualizzazione ricorda, molto da vicino, la teoria psicoanalitica del campo espressa dai coniugi Baranger secondo i quali esiste una co-creazione della relazione e dello scambio tra paziente e analista - nel qui ed ora - che è qualcosa di più e di diverso dalla somma dei singoli, non è né dell’uno, né dell’altro, ma include entrambi. “Si forma una realtà differente che non è statica ma creata di seduta in seduta e di momento in momento” (p. IX). Il processo analitico riscrive la storia del soggetto cambiandone il senso.

La convinzione fondamentale di Stanghellini risiede nel fatto che, essere una persona non è un dato di fatto, bensì il compito costante di diventare chi si è.

Nel mio sforzo di comprendere l’Altro, attribuisco maggiore importanza alla differenza anziché alla somiglianza. Presupporre un’analogia tra me e l’Altro implica il rischio di ridurre l’Altro alla mia esperienza, vale a dire, privarlo del suo stato e del suo diritto di persona individuale” (p. 181).

 

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