Ogni corpo insegna l’umiltà
Magris, Un altro mare

Un romanzo toccante, che racconta i rapporti madre/figlia senza perbenismi e che da voce al corpo in modo potente, portando il lettore a sentirlo nella spietata perdita di libertà della malattia.
Un libro che ha molto colpito il gruppo per la sua intensità, per la capacità di trattare con profondità e senza retorica le questioni, di farle patire nella loro durezza come un pugno allo stomaco.

Una protagonista che pensa di sapere ma si mostra cieca all’essenziale, la prepotenza inconsapevole della disperazione e dell’ottusa pretesa di chi è sorda ai bisogni propri e altrui.
Qualcuno ha sottolineato l’oscenità di una relazione che richiama cosa possa significare vivere in una dittatura. Elena è così oppositiva nella sua arrogante pretesa d’autarchia, così scellerata nell’assorbire le energie della figlia e nel dileggiarne le possibilità, l’atmosfera è così obnubilata e la scelta a quella subordinazione appare a Rita talmente chiusa, che non sorprenderebbe se la scrittrice argentina avesse inteso calare quella realtà storica nel microcosmo di un rapporto familiare.
Madri inabili a sentirsi amorose e dedite e figlie che faticano una separazione e la ricerca di diventare nonostante, vincoli che possono ignorare l’odio e l’amore sgorbiati che li cementa.
Una storia capace di trascinare il lettore dentro una vicenda che lascia poco spazio alla speranza, almeno fino alle ultime pagine, a quelle rivelazioni che fanno breccia nella protagonista e consegnano un finale aperto.

Respira, adesso non trema quasi più. La donna le versa un’altra tazza di tè e taglia un pezzetto di cannuccia come ha visto fare prima a Elena, la mette nella tazza, poi si avvicina, si inginocchia di fronte a lei e le mette la tazza fra le mani. Elena la prende e anche se non può bere subito, muove la testa come per dire grazie, e aspetta che la donna si allontani, però Isabel non torna al suo posto, rimane lì, seduta sul pavimento accanto al gatto, per poter guardare Elena di fronte, in faccia, negli occhi. La pastiglia compie infine il tragitto nella gola e si scioglie, allora Elena, con la bocca libera, beve un sorso di tè e poi dice, io le volevo bene e lei mi voleva bene, lo sa?, non ne dubito, dice Isabel, a modo nostro, chiarisce Elena, ma per l’altra donna non c’era bisogno di chiarirlo e aggiunge, è sempre a modo nostro. Il gatto miagola fra le due donne. Sarò stata una brava madre?, chi può mai saperlo.

Una delle morali che il romanzo sembra voler trasmettere è nell’enfasi sulle nostre capacità di autoinganno e su quanto la comprensione della verità nel profondo ‘costa’ psichicamente.
Una costruzione di cemento non è altro che un castello di carte. Basta che arrivi la raffica di vento giusta. Questo uno degli aforismi di Bernhard che l’Autrice ha posto ad esergo. E il personaggio di Isabel sembra quel vento, la volontà di forzare l’opposizione di Elena fino a costringerla a vedere in faccia la verità, quella che noi umani abbiamo così bisogno di sfumare per rendere tollerabile.
Forse è proprio lì che può ripartire la speranza, dopo che si sia iniziato a rinunciare alle difese.

Quello della Piñeiro è un libro che ha fatto commuovere, arrabbiare, che ha costretto a lavorare ciò che ha evocato in ognuno, perché sa scuotere nell’intimo le convinzioni più consolidate per aprirle a una riflessione etica che non risparmia le pieghe più dolorose nello specchio.

https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/elena-lo-sa-di-c-pineiro-recensione-di-d-federici/

A cura di Daniela Federici

 

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