Noi siamo gli spettri
di tutto ciò che non è accaduto.

Trevi, La casa del mago

La scelta di discutere insieme i due romanzi fa apparire da subito ciò che li ha legati nelle menti del gruppo: l’immagine di due guaritori che ‘falliscono’ a casa propria, l’arrière-boutique di due padri appassionati a un mestiere che leva alla famiglia le attenzioni necessarie.
Il dottorino basagliano di Viola Ardone è la rappresentazione di una psichiatria gentile che finalmente porta senso e dignità fra i disagiati, permettendo all’Autrice di dare forma a un tempo importante di de-istituzionalizzazione per la malattia mentale. Il manicomio in cui Fausto Meraviglia si impegna a rendere più umane le condizioni degli internati, ci viene raccontato dalla piccola Elba, che sta crescendo in quel Mezzomondo perché figlia di una ricoverata caduta preda del malgoverno della sofferenza. Con la sua consueta scrittura poetica e musicale, la Ardone affida alle loro voci narranti e a un corteo di figure segnate e atmosfere credibili, di rappresentare l’orma pesante del patriarcato e dell’arroganza di una medicina che al contempo iniziava a coltivare la missione ideologizzata di sovvertire quell’ordine costituito.
La missione di cura che può distogliere energie e capacità d’ascolto verso chi sta più vicino, è reso con una compassione commovente da Trevi, che di un mago è figlio e che trasmette ancora viva la ricerca delle piccole confidenze con quell’uomo capace di essere e non essere, colui che non si volta, infallibile conoscitore dei più riposti segreti dell’anima che a lui offriva gli stessi appigli di una scogliera liscia a picco sul mare. Lo sai com’è fatto, era il refrain della madre: poco confortante per un bimbo per il quale la cosa più importante non è come sono fatti gli altri, ma che mi vogliano bene. Io sono come un cane, aspetto la carezza, il biscottino. Male assortiti quei bisogni con l’involucro di un padre disertore del consorzio umano, rintanato nel suo tempio che ora il figlio ha deciso di far diventare casa propria, stanze dove ancora aleggiano le presenze dei pazienti, delle loro angosce accudite per anni fra quelle mura. È ancora lì che bussa il sé bambino dell’Autore, privo di picchi e di voragini, a confronto con gli altri “fratelli” cui il padre si dedicava, che consideravano una fortuna averlo incontrato in un momento tanto delicato e inaugurale della loro esistenza.
La casa del mago è un libro che mostra in modo toccante l’influenza che gli adulti possono esercitare sui bambini con le loro attenzioni e disattenzioni, e come si possa diventare adulti ancora abitati dalle mancanze delle figure importanti amate-odiate dell’infanzia, filo rosso nella tessitura degli oggetti interni, con i relativi fantasmi e chiavi di lettura inossidabili.
Nella curiosità dell’affetto paterno per zio Ninetto, pecora nera della famiglia, Trevi descrive l’insanabile anelare a uno sguardo acceso. “Se riesci a capire il destino del Figliol prodigo e di zio Ninetto, sei arrivato al cuore dei misteri della vita. Significa imparare ad annusare il profumo delicato della giustizia nel puzzo evidente dell’ingiustizia. Il Vangelo non lo nasconde: gli altri, quelli che rigano dritto, di questo amore immeritato che il Padre riserva al Figliol Prodigo, ci rimangono malissimo. E vorrei vedere. Noi ‘figli buoni’ siamo fatti così. L’amore ce lo siamo guadagnato, ma è proprio su questo punto, in apparenza così indiscutibile, che abbiamo torto marcio – e non senza ragione ce lo pigliamo in quel posto. Potremo sempre dire che siamo noi a fare andare avanti le cose. E ammettiamo pure che sia così. Ma loro hanno capito che l’amore è una merce gratuita, estranea a qualunque economia di scambio: e in questo modo, continuando imperterriti a non meritarselo, non lo hanno svilito. Il Padre ci ama di meno perché non siamo in grado di essere noi stessi; per meglio dire, ci ama perché anche in noi, in ognuno di noi, c’è un Figliol Prodigo, uno zio Ninetto che nascondiamo per la più vile delle paure: non essere amati. Non è che il Padre sia ingiusto: semplicemente, non può amare quell’involucro di affidabilità e obbedienza, perché non esiste davvero, ed è degno di amore solo ciò che possiede un suo ninettesco grado di realtà.”
Un rebus amoroso quel mago, ma amare significa accettare l’enigma di una persona in quanto tale. Trevi rivede il padre nella poesia dell’anima straniera sulla terra, che se è straniera non è mai interamente qui, una parte di sé manca all’appello, è rimasta nel posto da dove è venuta e dove non sa tornare.
Stranieri alla vita. Stranieri a noi stessi.
Non sono venuto al mondo per sciogliere nodi o scovare tesori, è una curiosa affermazione per uno scrittore, per un figlio che si aggira in quella grotta di Psiche cercando indizi sul padre fra le sue note ai libri, nella coperta infeltrita con un buco di proiettile, nella sua collezione di ciottoli: erano animati da una luce interna, da un’energia irradiante. Tutti i loro colori erano accesi, vividi, pulsanti come smalti… mi basta sollevarne uno e ho la sensazione di tenere nella mano un mondo intero, con tutti i suoi dèi e i suoi enigmi… è come se parlassimo di una psiche: ogni singola psiche con la sua forma irripetibile, la sua atmosfera e densità minerale, il suo nucleo ardente.
Ho un ricordo lontanissimo di mio padre che mi spiega i segreti dell’arte di lucidare sassi… spiegandomi le virtù demiurgiche e suscitatrici della carta vetrata. È un ricordo vecchio, forse in assoluto il più vecchio che ho di lui, intriso di luce e solenne come si addice a tutte le trasmissioni di segreti. Potevo avere tre anni, ma evidentemente era l’età giusta per imparare la differenza tra un sasso qualunque e un sasso lavorato, con metodo e pazienza. Forse, senza saperlo, quella era la mia prima lezione di scrittura, e senza dubbio, se ancora la ricordo, anche la più efficace. Perché le parole sono ancora identiche ai ciottoli di mio padre, non possiedono nessuna qualità evidente, non sono né brutte né belle, si confondono tra milioni di altre ugualmente opache e usurate. L’inerzia delle parole è la mancanza di significato. Tutto sta nello sfregarle, e poi sfregarle ancora, e ancora – rasentando la demenza. E quando le cose non vanno, e passo un pomeriggio intero di fronte al dannato schermo del pc a scrivere una frase per poi cancellarla, e le ore passano, e diventa palese che non era giornata, alla fine è lui che mi viene in mente, con i suoi rettangoli di carta vetrata – grana grossa, grana media, grana fine. Che altro potrei fare? Ricomincio a sfregare.
Un romanzo che è una dichiarazione d’amore al padre e una spinta a differenziarsi, a sconsacrarne il tempio e il mistero, a rivelarne le mancanze e umanizzare i trucchi rimasti senza magia. Riemerge nel gruppo il clima dell’incontro con Rossana Campo e un padre da rivelare e riabilitare fra le nostalgie dei ricordi.
La tendenza fatale di tutte le cose a non essere ciò che sembrano, e a sembrare ciò che non sono, è il più universale dei motori narrativi.
Trevi racconta il suo essere figlio di un padre ingombrante romanzando il travaglio dall’antro del guaritore, un braciere psichico ancora vivo che suscita sogni e ricordi, e fa interagire con lui varie figure enigmatiche che portano nella casa disordine e inquietudini, piacere e vulnerabilità, storie di anime e della forza sradicante delle ferite, dell’intreccio delle radici che è la madre di tutte le cose.

A cura di Daniela Federici

 

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