"Le speranze sono gli scarti della felicità:
ciò che ci tiene vivi quando il resto si decompone.”
I giorni di Vetro

Il gruppo sceglie di nuovo Nicoletta Verna ritrovando il piacere della sua scrittura precisa, la cura con cui ha documentato un periodo cupo della nostra Storia che dal ventennio fascista fa risuonare fino al presente i guasti del male per il male, forse cogliendo un emergente contemporaneo di violenza che suggerisce un richiamo alle coscienze, a tenere vivi i nostri anticorpi contro un passato che non passa.

Perché I giorni di vetro è una storia avvincente, ben orchestrata nell’intreccio che fa confluire le vite delle due protagoniste, che sa entrare in profondità fino a trafiggere con la sua cruda durezza, e tutto quel dolore e quella ferocia - da alcuni considerata disturbante – ci ha fatto chiedere quanto ci fosse di un voluto effetto scioccante che ne rendesse il realismo. Dalla brutalità dei pregiudizi intorno allo splendido personaggio di Redenta, agli orfanelli abbandonati raccolti da nonna Fafina, nel romanzo aleggia una mentalità aspra e meschina da ‘banalità del male’ di noi italiani brava gente, una sopraffazione patriarcale dei diritti - specie sulle donne - che evidenzia il rinforzo che una tale concezione dei rapporti ha trovato nel perverso spirito fascista di cui il personaggio di Vetro è limpido e spietato rappresentante.

La violenza, diceva lui, era la linfa dell’Italia, la buona madre che li aveva nutriti e spinti fra le braccia della civiltà. Non poteva esserci ordine né progresso senza violenza.

Nel giro dei pensieri del gruppo, la crudeltà e l’incuria affettiva di quel quotidiano immiserito e teso fra la rassegnazione e la lotta per un mondo migliore, si è configurato come una possibile rappresentazione complementare dell’epica di tanta letteratura su quel periodo, dove i toni dell’esaltazione eroica eludono il piano delle semplici bassezze umane e della sofferenza inflitta nei gesti più ordinari.

C’è una funzione fondamentale che la creatività artistica svolge nel ricordare e trasmettere il senso della nostra Storia, il solo che può nutrire la nostra pensosità e la direzione più soggettivata delle nostre scelte di vita. L’associazione è andata al potente affresco di Giorgio Diritti con il suo “L’uomo che verrà”: se il film richiama la strage di Marzabotto, nel romanzo della Verna lo sfondo storico è il delitto Matteotti e l’eccidio di Tavolicci, vicende che non hanno da spegnersi nella nostra memoria, perché a volte i vivi non sono proprio vivi: sono superstiti.

Questo è ciò che rende certe opere necessarie per il loro valore di testimonianza, per dare voci e forza all’elaborazione dei traumi collettivi invece di abbandonarli a un’inerziale rimozione, perché ciò che è avvenuto può accadere di nuovo, diceva Primo Levi, e chi non ha memoria ha un ben più misero futuro.

La storia di Redenta e Iris è anche una narrazione sulla condizione femminile sottomessa a un maschile impunito, che resiste alla ferocia del suo tempo con la sua forza e le sue vulnerabilità.

... scorgevo tutto il bello e il brutto, il male e il bene, la fame, l’ignoranza, la pietà e la matteria degli uomini. E mi accorgevo che tutte queste cose non erano giuste né sbagliate, importanti né guaste. Succedevano e basta, senza un perché preciso. E non erano da capire, solo da accettare.

È nella solidarietà fra danneggiati che l’Autrice sembra prospettare una ‘redenzione’ alla violenza acefala, come nelle scene fra Redenta e Iris:

Via via che si avvicinava la possibilità di salvarla, sentivo che mi stavo salvando anch’io.

o con Bruno:

- Chiudi gli occhi. – Gli accarezzai la faccia gelida, le pupille si erano fatte grandi e lucide come ai gatti di notte.

- No.

Mi fissava ed era come se a guardarmi fossi io stessa. Malgrado le nostre infinite differenze, niente mi era più simile, vicino, familiare di lui.

Gli puntai il mitra in petto.

- Chiudi gli occhi – ripetei.

Scossò il capo, e gli lessi nello sguardo l’ombra confortante della riconoscenza. Un sollievo, una dolcezza, una consolazione che finalmente spensero il suo perenne risentimento. Compresi quanta crudeltà servisse per essere misericordiosi.

Gli occhi li chiusi io. Chiesi al Signore il coraggio, e premetti il grilletto.

Che lotte abitano dentro di noi quando siamo davanti ai bivi della vita?

L’8 settembre è stato l’inizio. L’erta si crea quando di notte un terremoto spacca a metà una terra, e chi sopravvive arranca nel buio per ritrovare il paesaggio familiare, scorgendo solo l’ombra delle macerie. E ignora cosa potrà succedere: se le scosse sono finite, o se piuttosto sono l’avvisaglia di una catastrofe peggiore.

A cosa ci arrendiamo? A cosa resistiamo? Cosa ci fa tenere aperto uno spiraglio fra cieca ripetizione e possibilità di scelta e trasformazione?

Forse il messaggio dell’Autrice è in quel dialogo fra Iris e Diaz: non è un problema di felicità, ma di consapevolezza. ... l’obiettivo vero: formarsi una coscienza.

Essere e pensarsi essere, con responsabilità.

Penso che non ero nessuno, fino a quel momento. Solo adesso sono Iris.