Ci sono colpi nella vita, così forti… io non so!
Colpi come l’odio di Dio; come se di fronte ad essi,
la risacca di tutto il sofferto
ristagnasse nell’anima… Io non so!
Sono pochi, però sono…
Aprono solchi scuri nel volto più fiero
e nel lombo più forte.
Son le cadute profonde dei Cristi dell’anima,
di qualche fede da adorare
che il Destino bestemmia.
Questi colpi sanguinosi sono i crepitii
di qualche pane che sulla porta del forno ci si brucia.
E l’uomo… povero… povero!
Gira lo sguardo,
come quando una pacca sulle spalle ci chiama;
gira gli occhi pazzi, e tutto il vissuto
ristagna, come una pozzanghera di colpa, nello sguardo.
C. Vallejo, Gli araldi neri

La parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi (Todd Phillips in Joker).

Questo l’esergo che Pierantozzi pone in apertura del suo libro in cui descrive l’esperienza del suo sperdimento, le angosce dell’alienazione, il corpo alterato dai farmaci, la solitudine. E lo fa con una capacità di scrittura sorprendente, uno stile diretto e crudo che mette a nudo il disagio psichico con una minuzia coraggiosa, che racconta il male dell’essere con più poesia ed efficacia di un trattato di fenomenologia.

Il gruppo allarga la sua concavità, fra chi risuona con quella marea angosciosa e commovente e chi se ne sente respinto e ci coglie una distanza raffinata dal dolore, raffinata nel suo duplice significato. Vero è che una descrizione così potente di quando si affonda la si può fare solo dal riemergerne - almeno in parte, perché la qualità sensoriale-affettiva dello sbilico suona ben spalancata nella vertigine delle pagine.

Le parole nella testa che si fanno steli di zizzania, che secernono la follia, che funzionano da diserbante o da concime, gli odori scalmanati, la paglietta d’acciaio del tempo, la durezza e la poetica di un universo esploso, di metamorfosi mostruose.

Il corpo da fiaccare in palestra, forse unico governo possibile con una mente che si sfalda, funzione giroscopica nella rosa dei venti che si spandono, le dissociazioni, i viaggi allucinati, le percezioni iperboliche, la paura dei giorni in cui la mente possa perdersi del tutto.

Pierantozzi scrive meravigliosamente senza voler convincere, né affascinare, né comunicare un messaggio, sembra piuttosto rispondere a un’urgenza interna, solitaria, anche se la ricerca maniacale delle parole per raccontare con esattezza l’indicibile, metaforizzarlo, farne caleidoscopici sinestesie, è inevitabilmente un “rivolgersi”: c’è sempre un riflettersi del rappresentarsi. Forse la madre che è fonte e argine del male, o il fratello morto che tramuta in farfalla: le sue visioni alienanti si destinano fuori di sé e risuonano dei nuclei traumatici.

Dopo la morte di mio fratello, lei mi portava al cimitero tutte le sere, prima che chiudessero i cancelli, e sotto la tomba cominciava a uscirle il latte. Io ero troppo piccolo per ricordarmene, ma me l’ha raccontato molte volte. Ricordo solo quell’odore, capace ancora oggi di stomacarmi le narici, e insieme mi porto dietro il racconto di mamma che urla, che allarga gli occhi, che si strappa i capelli.

Per bloccare la montata lattea, quando il figlio è già svezzato, ci vogliono due compresse di bromocriptina e qualche impacco ghiacciato. Ma per bloccare il latte destinato a un bambino morto le cose sono più difficili: bisogna stare attenti a non stimolare le papille areolate dei capezzoli, bisogna ripetersi di non essere più madri. il corpo ha una psicologia tutta sua, è più restio ad accettare il lutto. A volte può essere necessaria una bendatura per piallare il seno palpitante, affinché la montata non ingorghi i dotti lattiferi. Per tenere a bada questa belva d’onda bianca, saponosa,  questa emulsione di glassa smaltata, questo siero di pane quotidiano che cercava la lingua di mio fratello morto, mia madre non poteva farci niente. certo non poteva dare al figlio vivo di quattordici mesi il latte destinato al neonato morto. Il capezzolo voleva la suzione, sentiva il richiamo dello squarcio. Il cibo ogni giorno cercava la fame ma si scontrava con l’abbaglio della lapide. Mamma mi sollevava verso la tomba, mi faceva dare un bacetto alla foto alonata dal tramonto, finché io non sentivo l’umidità del suo vestito, annaspavo con la manina sul suo seno, tutto bagnato, e mi ritrovavo sporco di latte, che nessun farmaco era riuscito ad arrestare. Ogni giorno per un mese, per due mesi, per tre mesi, il latte destinato a mio fratello si riversava per terra insieme alle urla di mamma, e ogni goccia bianca lasciata a marinare sul cemento veniva assalita dagli insetti. Fumido di arcane emanazioni, il latte di mio fratello se lo bevevamo le mosche, le formiche, i ragni e le zanzare.

Ma che ne sa il gestore del lido cosa significa sentirsi abusivi nel mondo dei sani e dei normali? che ne sa di cosa significa essere un bambino che aiuta la mamma a pulirsi il latte che le scola dal seno, ogni giorno, sotto la tomba del fratellino deforme? che ne sa cosa significa non aspettarsi più niente di grande, ma solo una serenità piccola, da cistoscopia, una salute piccola, un amore piccolo per un tempo minimo? Noi matti continuiamo a resistere perché aspettiamo quell’ora piccola in cui finalmente faremo uno di quei respiri che invogliano a scrocchiarsi la schiena coi pugni puntati. Aspettiamo quell’ora lì, che sia una soltanto, quell’ora per un caffè che non ustioni il cardias, quell’ora ventenne anche a cent’anni, noi matti la aspettiamo perché noi matti, quando non speriamo di morire nel giro di un attimo, vogliamo tutti vivere cent’anni

Un libro pieno di umanità, che strabilia degli straordinari modi della mente di scovare modi per tenersi insieme.

Una dimostrazione di come la letteratura possa essere modo d’espressione e presa nelle tempeste. Della necessità di tutti gli umani di sentirsi tenuti. Anche il gruppo riscopre ogni volta come partecipare di una condivisione trasforma gli impatti delle cose, i colpi, che fuori dalla solitudine dove stagnerebbero, si possono sollevare con lo stropiccio d’ali di minuscole farfalle. Non per salvarci, ma per farci compagnia nelle notti più buie.