Forlì, Museo Civico San Domenico, 23 febbraio- 29 giugno 2025
Catalogo: © 2025 Dario Cimorelli Editore (a cura di Acidini, F. Mazzocca, F. Parisi)

 

Dall’innamoramento per una bellezza che più viene inseguita più sfugge di mano - rivelandosi illusoria e mai definitivamente posseduta - nasce il fiore dell’arte.
Così apre la mostra forlivese sul ritratto d’artista, ispirandosi alla versione occidentale del mito di Narciso:

[…] e bevendo, catturato dall’immagine bella, s’innamora d’un’illusione; corpo crede un’ombra. […]. Ombra scorgi d’immagine riflessa: nulla ha di suo; con te viene e rimane; con te andrà via […]. (Ovidio, Metamorfosi, III, vv. 416-417 e 434-436)

Muore infatti Narciso, ma spunta al suo posto il profumato fiore primaverile dal capo lievemente chino sullo stelo.

Già il rogo era disposto, e l’agitate faci e il feretro: e il corpo era sparito. Ritrovano al suo posto un fiore: giallo l’interno, bianchi i petali d’intorno. (ibidem, vv. 508-510)

Le metafore ovidiane del fiore e del rispecchiamento furono care a Leon Battista Alberti, come i curatori opportunamente ci ricordano; quell’Alberti che nel suo De pictura (1435) definiva proprio la pittura come il fiore dell’arte e il dipingere come un abbracciare con lo sguardo ogni cosa “riflessa”.
In continuità con quanto sostenuto dall’Alberti - e con riguardo alla tipologia delle opere ora esposte (ritratti e autoritratti) - torna alla mente anche un’antica osservazione di Cesare Musatti; quando, al termine di un’accurata analisi condotta sui ritratti di Brera, concludeva che «ogni ritratto è un autoritratto». E che, in qualche modo, ogni espressione d’arte pare adombrare il ritratto, o meglio uno dei tanti possibili ritratti dell’artista creatore (Musatti, 1976).
In ogni caso il visitatore non si sorprende più di tanto quando, sul finire dell’attuale percorso espositivo, trova come commento apposto a una serie di ritratti del Novecento una citazione tratta dal Pirandello di Uno, nessuno e centomila: «Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti» (1925).

Scopo dei curatori della mostra è proporre una ricostruzione del percorso evolutivo di una branca significativa delle arti visive: dalla ritrattistica pittorica e scultorea dei secoli scorsi, fino alla fotografia e ai video attuali. Dai reperti dell’antichità alle opere di Bellini, Tiziano, Pontormo, Anguissola, Velasquez, Gentileschi, Tintoretto, Hayez, Ingres, Moreau, Balla, De Chirico, Funi, Pistoletto, Ceroli e tanti altri, fino all’Ecstasy II (2012) di Marina Abramović e al Self Portrait-Submerged (2013) di Bill Viola.
Questa imponente raccolta è tuttavia preceduta dai ritratti d’arte dedicati a Narciso in epoche diverse, che vengono esposti, come ouverture di tutta l’esposizione, nella navata dell’antica chiesa di San Giacomo dei Domenicani. Finisce così col costituire quasi una mostra a sé la serie delle rappresentazioni del bellissimo giovane che, riposandosi nel bosco dopo la caccia, incurante di Eco, contempla riflessa in uno specchio d’acqua la propria immagine.

Ed è proprio per via di questa preliminare immersione visiva che affiorano, soprattutto in chi ha occhi e orecchi psicoanaliticamente addestrati, risonanze di senso specifiche. Le stesse che poi ricompariranno, come in filigrana, a colorire di sé la fruizione dei numerosi ritratti che seguono: rigorosamente distribuiti in ordine cronologico e culturalmente ben caratterizzati in rapporto alle diverse epoche di produzione. D’altra parte i curatori stessi - nell’apparato didattico che accompagna passo passo le opere come una sorta di controcanto - dichiarano apertamente di aver tenuto ben presente la prospettiva psicoanalitica nell’organizzazione del loro lavoro.

Ecco in sintesi una rosa dei temi ricorrenti: l’identità, il doppio nella sua valenza di perturbante, il sé e l’altro da sé, lo sguardo verso sé e verso l’altro (e sono sguardi ora carezzevoli ora crudamente penetrativi), l’esibizione di sé; e poi la maschera, le maschere, l’ambiguità, fino all’identità di genere esplorata anche in rapporto all’attività creativa.
E a quest’ultimo riguardo la presenza cospicua di ritratti e autoritratti di artiste pioniere (Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Artemisia Gentileschi, Elisabetta Sirani, Anne Seymour Damer) per confronto con quelli maschili, è ricca di suggestioni.
Un esempio tra i vari possibili.
Giovanni Bellini nella sua Presentazione al Tempio (1460 ca., Fig. 1), collocando il proprio autoritratto in posizione laterale (il personaggio di destra che guarda verso lo spettatore) e ponendo in primo piano e in posizione centrale Maria col bambino, in qualche modo sembra voler dare rilievo a un lato femminile del processo creativo (il mettere al mondo come matrice prima di creatività).

PresentazioneAlTempio

Figura 1 – Giovanni Bellini, Presentazione al Tempio

D’altra parte Artemisia Gentileschi nel suo Autoritratto (Allegoria della Pittura) (1638-’40; Fig. 2), raffigurandosi addirittura come personificazione della pittura, propone come oggetto della sua creazione un volto maschile, dalle fattezze pacate, gentili. La stessa Artemisia, così determinata - nei panni di Giuditta - a tagliare la testa di Oloferne impugnando una spada, ora col suo pennello è intenta a dar vita a un volto di uomo. «L’artista all’opera è la sua opera», dirà un commentatore.

ArtemisiaGentileschi - Autoritratto

Figura 2 – Artemisia Gentileschi, Autoritratto

Lascio poi, come sempre, al visitatore il fare esperienza diretta delle numerose altre connessioni possibili e delle letture che ne scaturiscono.
Considerazioni interessanti sulle dinamiche psicoanalitiche correlabili ai processi di produzione e di fruizione soprattutto di autoritratti, sono comunque reperibili nella bella intervista resa su Spiweb a Stefania Nicasi da Stefano Ferrari (2008; cfr. anche Ferrari, 2002).

All’inizio ho ritenuto utile segnalare il tema che ha fatto da prologo a tutta la mostra: ovvero il mito di Narciso; mi sembra ora altrettanto opportuno dare spazio alla chiusura sorprendente della stessa, nella quale campeggia come figura centrale Ebe, una delle sculture più note di Canova (1817).
Patrimonio permanente del Museo, la ritroviamo nella stessa sala intonacata di nero. Lei sola illuminata nel suo candore ma, per questa occasione, circondata da una serie di specchi che la riflettono da infinite angolazioni; e insieme a lei anche il visitatore che la guarda si vede riflesso in una molteplicità infinita di varianti, reso parte significativa di questa nuova installazione (Figg. 3-4).

«Ebe di Canova, che si riverbera tra una miriade di specchi, chiude il percorso. Restituendoci un’eterna bellezza», si legge in una recensione. Potremmo così integrare l’affermazione: “restituendoci l’Eco di un’eterna bellezza”.

Canova - Ebe Canova - Ebe

Figure 3 - 4 – Antonio Canova, Ebe

Riferimenti bibliografici

Alberti, L.B. (1435). De pictura (redazione volgare a cura di L. Bertolini), Polistampa, Firenze, 2011.

Ferrari, S. (2002). Lo specchio dell’Io. Autoritratto e psicologia. Laterza, Bari.

Musatti, C.L. (1976). Ritratti di Brera; in Id., Riflessioni sul pensiero psicoanalitico e incursioni nel mondo delle immagini, Boringhieri, Torino, pp. 173-189.

Nicasi, S. (2008). Autoritratto e identità, Intervista a Stefano Ferrari, https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/cultura/autoritratto-e-identita-intervista-a-stefano-ferrari/

Ovidio Nasone, P. (2-8 d. C.). Metamorfosi (a cura di P. Bernardini Marzolla), Einaudi, Torino, 1979.

 

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