C'è qualcuno?

Un sussurro sembra circolare come un fantasma tra le immagini di Disconnect (USA, 2012), film costituito da tre storie principali a tratti intrecciate tra loro.
I diversi protagonisti delle vicende, accomunati da una solitudine emotiva muta e inconsapevole, consegnano alla Rete il loro anelito di condivisione, come se fosse un moderno messaggio imbottiglia nell’oceano del web. Forum, Social Networks, Chat erotiche si spalancano come luoghi incantati, terre promesse in cui cercare quell'ascolto che non si trova nell’altro assente.
I personaggi - come molti di noi - sono così risucchiati nel vortice operativo di vite impegnate e che carichi di dolori e di ansie non trovano tempo e spazio per essere mentalizzate nella vita di relazione. Una coppia non riesce a condividere il lutto per il figlioletto morto, un'altra famiglia siede a tavola imbavagliata nel silenzio che trasuda da uno stato di autismo gruppale: ciascuno gli occhi al proprio cellulare, garante d’accesso a un altrove che aiuta a evadere dalla quotidianità.
L'amore, l'affetto, i legami sono dati per scontati, senza che compaia più di tanto il piacere faticoso di rinnovarli di giorno in giorno.
E così, disconnessi da se stessi e dall’altro, in balia di un’angoscia che è sentire senza nome, ci si connette alla Rete alla ricerca di un contatto, di uno spazio per l’espressione delle proprie emozioni. Un mondo virtuale in cui ci si può innamorare di una ragazzina sconosciuta, si può andare a caccia di storie per ottenere l'ennesimo premio giornalistico, si può cercare un balsamo per il proprio cuore ferito a morte.
Sì, ma cosa si trova?
Il film sembra dirci che le nostre emozioni, una volta affidate alla bottiglia nel mare della Rete, possono andare molto lontano, e finire chissà dove. Si comincia quasi per gioco, e poi?
La Rete moltiplica, illude, denuda, unisce. In un attimo ci si trova cuore a cuore con un amato sconosciuto. È una situazione paradossale quella in cui finiscono tutti i personaggi coinvolti nelle vicende del film: trovarsi nudi, realmente o metaforicamente, davanti a qualcuno di cui si pensa di intuire tutto, ma di cui non si conosce nulla.  
È a questo punto che la verità viene svelata, l’illusione evapora in terrore e tragedia.
Quando i personaggi si trovano denudati nei loro affetti più intimi ed esposti a sguardi che non conoscono, la vergogna, l'umiliazione e la disperazione assalgono in una violenza che si scatena contro se stessi e contro gli altri.
Quando cadono le illusioni, la brutalità delle emozioni disconnette i personaggi dai paesaggi virtuali e li getta a terra - anche concretamente - nel mondo che avevano lasciato all'inizio.

Si chiude un cerchio: i personaggi si ritrovano laddove tutto è cominciato. Assai più feriti, forse più consapevoli della necessità e possibilità di contatto emotivo con l’altro accanto a sé, forse ora possono rispondere a quella domanda che prima avevano solo osato sussurrare alla Rete.

C'è qualcuno?
Si c’è qualcuno, spesso accanto a noi c’è qualcuno, non sempre però riusciamo a riconoscere che abbiamo bisogno di poter condividere la nostra vita emotiva con quel qualcuno per sentire di esistere come persone.

Presentato fuori concorso alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Disconnect è stato lodato dalla critica cinematografica per la scelta dei contenuti, ma ripreso per difetti di realizzazione estetica. Eppure sarà difficile non ricordare questo film come un masterpiece di estetica dell’incubo: per la sua straordinaria capacità di riuscire a fotografare l’esperienza psicosensoriale di un incubo. Un film cui ci si può sentire grati, perché raffigura un incubo che ci aiuta a sognare i nostri incubi, ma è anche un sogno visionario di un possibile finale della parabola della Rete: una Rete che si potrebbe rivelare rifugio-passaggio psichico per l’avvenire. Tramonta l’illusione di una relazione senza corpo che, rivelando la sua maligna inconsistenza, riporterà sulla scena della storia personale e collettiva la certezza della necessità psicobiologica di una certa qualità del legame affettivo e mentale. Di legami che nascono e crescono in una paziente quotidianità domestica, di intimità e affetti che scaturiscono nella vita, cura e continuità dello scambio tra persone, nell’imprescindibile unità psicosomatica di mente e corpo.
Un ritorno alla  pastorizia delle emozioni e all’agricoltura  delle relazioni, dopo perigliosi e icarici voli tra i cieli dell’onnipotenza autarchica e le calure ustionanti di eccitazioni non-stop.

 

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