HUNGRY HEARTS (2014). di Saverio Costanzo, con Adam Driver, Alba Rohrwacher, Jake Weber, Natalie Gold.

Fin dal titolo, il bel film di Saverio Costanzo ci comunica che la narrazione si snoda intorno a vicende di deprivazione affettiva, di  “cuori affamati”. Cuori troppo affamati per potersi nutrire: non solo, concretamente, di cibo; ma anche, metaforicamente, del pensiero e delle emozioni altrui. Cuori arroccati in una autosufficienza narcisistica difensiva.

La protagonista, Mina, ha perso la madre da piccola e non ha rapporti col padre. Il suo compagno, Jude  ha una cattiva relazione con la madre e ha perso il padre, di cui non si sa nulla  se non scoprire, alla fine del film, che è stato  un cacciatore.

I due si incontrano nella toilette di un ristorante, dove sono rimasti chiusi, perché la porta esterna è bloccata. Questa  scena iniziale condensa a mio parere alcuni elementi fondanti della trama del film: la spiccata intolleranza di Mina alla  puzza (lui ha appena evacuato) sembra alludere  fin da subito ad una sua ipersensibilità fobica nei confronti dello sporco, del “corpo”, dei suoi odori e bisogni. La situazione claustrofobica in cui si incontrano (bloccati nella toilette)  introduce il tema, centrale nella storia successiva, che - se ci si trova in una situazione senza via d’uscita - occorre che l’aiuto venga da fuori e che sia esercitata una certa forza  (li “salva” un cameriere che, da fuori,  ha ragione della porta bloccata).

La coppia si forma rapidamente e tutto va bene finché Jude e Mina sono tutto l’uno per l’altra. Lo spettro della separazione (il trasferimento di lei per motivi di lavoro) viene “risolto” con un colpo di mano: lui la mette incinta contro la sua volontà, e così la  “lega” a sé, ma lei teme l’arrivo del terzo, il bambino.

Sembra essere la gravidanza, non voluta, a scatenare lo scompenso psicotico, per il suo costituire un’esperienza  regressivizzante, in cui  Mina teme forse inconsciamente di ritrovarsi alle prese con il proprio sé bambino, affamato e pieno di bisogni e di sporco.  Comincia a mangiare sempre meno, dimagrisce, e l’ecografia rivela che il bambino dentro di lei è denutrito. Mina reagisce con violenza, non farà più ecografie né consulterà più alcun medico! Gradualmente,  il mondo esterno diventa ai suoi occhi minaccioso…fino all’isolamento totale della coppia nei primi mesi dopo la nascita del bambino: nessuno deve interporsi tra lei e lui, nessun pediatra, nessun elemento differenziante. E’ il sogno di un cervo ucciso da un cacciatore che avvia il sintomo: forse angosciata dalla sua ambivalenza, da quegli incubi in cui ricorre il sogno di un cervo ucciso, in un incessante ritorno del rimosso e dello scisso, Mina si rivolge ad una veggente, che le dice che suo figlio è un bambino speciale e deve essere protetto dalle impurità (una proiezione sul mondo degli impulsi aggressivi denegati di Mina?).

Il bambino, nutrito solo con elementi “puri” (niente carne, niente proteine) cresce poco e male. Forse inconsciamente identificata anche con una madre interna affamante, Mina non può nutrire il bambino senza nutrire con esso anche la madre affamante, perché sono fusi insieme, non ancora separati l’uno dall’altra.  Così, la deprivazione presumibilmente, vissuta da Mina nella relazione primaria e inconsciamente ripetuta, mette a rischio la vita del bambino.

Anche Jude, quando inizia a comprendere la gravità della situazione e a cercare di intervenire, appare minaccioso a Mina, che ha creato  con il bambino una fusione patologica, sostituta di quella fusionalità sana di cui non aveva potuto godere quando  era infante. Le sue preoccupazioni per la salute del bambino, il fatto che si sia rivolto di nascosto da lei ad un pediatra, lo rendono agli occhi di Mina un  pericoloso rappresentante del mondo esterno e della realtà, un estraneo-nemico che interferisce con il suo ideale di purezza: niente carne,  niente sangue, niente aggressività, nella ricerca di una purezza che renda “angeli” (così, tra l’altro, la suocera chiama Mina quando la vede per la prima volta).

Jude viene accettato da Mina solo se si pone come un suo alter ego indifferenziato: il minimo pensiero diverso viene vissuto come narcisisticamente distruttivo (“non ti fidi di me”) o come pericoloso contenitore dello “sporco” scisso dalla coppia madre/bambino e proiettato su di lui (“quando è che sei diventato un pezzo di merda così?”, chiede Mina a Jude quando scopre che, su consiglio del pediatra, ha dato della carne al bambino). A quel punto il bambino (che nel film non ha un nome, a sottolineare che non sembra esistere se non in funzione dei bisogni e delle proiezioni degli adulti) diventa per Mina “mio” (e non più “nostro”) figlio.

Gradualmente l’Ideale di purezza incontaminata (nulla deve venire “da fuori”, si pensi al lavaggio delle mani imposto al marito, alla paura dell’aria aperta) si impone, asservisce l’Io e gli fa affamare il Sé, come fanno le anoressiche con se stesse e come fa Mina sia con se stessa che col suo bambino, che lei vive come parte di sé.

E Jude? Irretito nelle sirene narcisitico- onnipotenti del canto di Mina (non abbiamo bisogno di nessuno,   sono la madre perfetta di un figlio indaco), è affascinato dal rispecchiamento fusionale di Mina col suo bambino  e nello stesso tempo consapevole, almeno a tratti, della pericolosità di lei.   Jude non riesce ad uscirne, evita il conflitto fino all’ultimo, e questo lo mette nell’impossibilità di proteggere adeguatamente suo figlio. Ricorre a vari escamotages per nutrire il bambino,   fino a quando la situazione non diventa tanto grave da doverla affrontare per forza; ma anche allora cerca di rendere possibile l’impossibile, cioè che Mina accetti consensualmente una temporanea separazione dal figlio.

Poco edificante anche la figura della nonna, la madre di Jude:  quando conosce Mina, tenta di costituire con lei un’alleanza che escluda il figlio. Alla fine, quando la situazione le sembrerà senza via di uscita, sarà lei ad imbracciare il fucile e ad uccidere la nuora, ristabilendo di fatto una relazione duale tra il figlio e “suo nipote”, che  desiderava visibilmente sottrarre alla nuora, che non ha cercato in alcun modo di sostenere (non sarebbe comunque stato facile).
Non si può essere che in due: per un “terzo” non c’è spazio mentale possibile.

Così, l’angoscia (di tutti) si tramuta in  violenza e prende il posto di pensieri impensabili e parole indicibili; le  emozioni, inelaborate,  esplodono con violenza nel finale tragico.

Le figure femminili-materne del film sono inquietanti e mortifere, Mina rischia di uccidere il figlio, la suocera  uccide Mina, e alla fine restano in scena solo figure maschili, Jude e suo figlio. Sembrerebbe un film alquanto misogino. Ciononostante, uno dei suoi maggiori pregi è, a mio parere, rappresentato dalla complessità della figura di Mina, che il regista ci fa vedere nella sua sofferenza e nel suo amore oltre che nella sua distruttività.

Ambiguo il finale, che da una parte ci mostra Mina finalmente all’aria aperta con il figlio e che sembra contenere un albore di speranza, dall’altra ci comunica un’angoscia terribile che il bambino, ricatturato nella mortifera simbiosi materna, non possa sopravvivere.

Il colpo di fucile finale ci fa disperare da un lato e ci reca sollievo dall’altro, a seconda che siamo identificati maggiormente con la sofferenza della madre o con quella del bambino. Purtroppo il “terzo separante”, l’”aiuto” esterno si presenta così, e forse questo finale ha una sua drammatica coerenza nel volerci dire che, se non c’è un “fuori” che davvero sappia soccorrere (nel film, i Servizi sociali, la polizia appaiono tutti  impotenti)  la violenza della follia non può che generare altra violenza.

 

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