“I nostri ragazzi”, l'ultimo film di Ivano De Matteo, uscito nell'autunno 2014, ripropone un tema caro al regista, quello delle relazioni familiari e delle interazioni tra adulti e adolescenti, già affrontato nel precedente “Gli equilibristi”.
Molto liberamente ispirato al libro “La cena” di Herman Koch, il film mette al centro della nostra attenzione due coppie di genitori e le loro interazioni: reciproche (i padri sono fratelli, fortemente antagonisti e molto diversi tra loro così come le loro mogli), quelle con i figli adolescenti, quelle tra coniugi, quelle professionali.
Al seguito di un avvenimento drammatico che diviene fatto di cronaca, sotto gli occhi di tutti e di cui i ragazzi sono protagonisti, noi vediamo le diverse risposte dei personaggi.
Attraverso le reazioni dei quattro genitori e dei loro figli, lo spettatore si trova a fare i conti con il paralizzante pugno nello stomaco che la violenza non contenuta genera intorno a sé, in chi la agisce, in chi la subisce, in chi la guarda.
Potremmo così sintetizzare i temi del film che si intrecciano e si insinuano nella mente e nella “pancia” di chi guarda in sala, generando domande piuttosto angoscianti.
Il filone più esplicitamente trattato è quello dell'aggressività che, non contenuta adeguatamente e non trasformata, diviene violenza, distruttiva e cieca. Chi aggredisce lo fa per paura, per dimostrare una forza  illusoria che oltrepassa il confronto, seguendo un istinto.
Lo fa prima di tutto un garante delle istituzioni ( la scena iniziale del film ripropone un'aggressione nel traffico cittadino, i cui protagonisti saranno poi comparse non insignificanti della storia principale). Lo fanno gli adolescenti, i coniugi nella coppia, i genitori verso i figli.
La violenza a spirale si allarga, trasforma e travolge perchè non viene arginata. Chi nella prima parte del film sembrava vicino  si allontana, chi condivideva attacca e respinge.  Tutto sembra trasformarsi: indeboliti i “garanti metasociali” (la giustizia e le istituzioni che la tutelano), si perdono anche quelli “metapsichici” e ciascuno rimane solo e confuso, senza più limiti e contenimenti.
Il regista sembra portare in tribunale i genitori che, in nome di una tranquillità ideale, negano la realtà.  Diceva De Matteo in un'intervista  “Esplode il conflitto tra coscienza morale e felicità familiare”, che influenza le scelte educative e di vita.
In una spirale di negazione e di distacco dalla responsabilità, all'interno della confusione tra evitamento della colpa e raggiungimento della felicità, si consuma il dramma, dei personaggi e della nostra realtà sociale, per come appare nel film.
L'unico personaggio che cerca di arginare questa violenza, riconoscendola e assumendosene il doloroso peso, perde la sua battaglia: il processo di elaborazione che riesce a fare nel corso delle vicende e che sostiene la speranza dello spettatore nella ridefinizione dell'ordine, viene bloccato.

Questo tema della violenza come aggressività non contenuta, si intreccia con l'altro, quello della solitudine e incomunicabilità tra persone. I giovani appaiono soli, quasi grottescamente perduti nei loro contatti virtuali. Protagonisti costanti e mediatori delle relazioni sono  i telefoni cellulari, la televisione con i suoi programmi di emozioni esibite e così condivise in modo superficiale, il computer e il tablet; questi ultimi risultano essere piattaforme di un mondo contemporaneamente distante e incredibilmente vicino, dove tutto è possibile tranne l'incontro con l'altro reale, che può limitarmi, contenermi, interpellarmi, dirmi “fermati!”
L'impossibile contatto tra genitori e figli, che il film ci presenta, sembra quasi rasentare gli estremi più impensabili. Vedendolo ci scandalizziamo, rischiando di non riuscire a riconoscere quanto qualcosa di queste barriere sia in realtà innalzato anche nelle nostre case. Lo scandalo purtroppo spesso va a braccetto con la negazione e la separazione tra buoni e cattivi. L'orrore ci toglie la speranza.
Questo, la mancanza di speranza, mi sembra il punto debole del film.
Il regista parte da un problema reale e necessariamente degno di grande attenzione, che comprende la difficile comunicazione tra le persone e la conseguente incapacità di contenere le proprie emozioni, nel rispetto di un altro che ci fronteggia.  Non più addestrati e accompagnati nell'apprendimento da adulti che sappiano contenersi e contenere, affrontando come naturale il limite che la convivenza e la gruppalità generano, i giovani rimangono soli e senza strumenti, nell'unica via maestra dell'agire senza più sentire.
Ma la sfida di trovare vie di trasformazione alla violenza rimane aperta e possibile, soprattutto se si accompagna alla ricerca di relazione con un altro reale, che ci chiama all'assunzione della responsabilità e alla ricerca della verità. Una verità che potrebbe non essere uguale per tutti, secondo un criterio di sostenibilità che però non escluda il confronto e la possibile trasformazione.
Quasi simbolici, a proposito della combinazione tra verità e sostenibilità soggettiva, sono le professioni dei due padri e, appunto, fratelli: avvocato l'uno e medico l'altro.
Credo che solo la cura di un altro al nostro fianco possa portare al riconoscimento e accettazione della verità. La dolorosa ricerca della giustizia ha bisogno della presa in carico di qualcuno che condivide.
 Questo epilogo mi piacerebbe aggiungere a questo intenso film.

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