Con “Loving Highsmith”, film del 2022 della regista e sceneggiatrice svizzera Eva Vitija,
il Biografilm Festival ha proposto, la sera di domenica 12 giugno nell’affascinante cornice del chiostro del Complesso di Santa Cristina della Fondazza, un altro documentario/ritratto di una donna eccezionale, dopo quello di Lady D.
Si tratta in questo caso della scrittrice americana Patricia Highsmith, considerata a partire dagli anni ‘50 una delle regine del romanzo giallo.
Una categoria da lei sempre rifiutata perché, anche in questo caso, non tollerava definizioni che sentiva riduttive e limitanti, preferendo considerare le sue opere letteratura a tutti gli effetti.
Il film, che si compone di molte testimonianze di quanti/quante l’hanno conosciuta ed amata oltre che di numerosi suoi interventi/interviste, recuperati grazie ad un accurato lavoro sui documenti conservati nell’Archivio svizzero di letteratura e di citazioni dei suoi diari inediti, esplora soprattutto la vita privata della scrittrice ed i suoi legami con la sua produzione letteraria. A partire dal divorzio dei genitori, avvenuto poco prima che lei nascesse, e dal tormentato rapporto con la madre Mary, che cercò di abortirla nelle prime settimane di gravidanza ingerendo della trementina e poi, quando lei aveva 12 anni, la lasciò in consegna per anni con l’inganno alla nonna materna al termine di un finto viaggio di ritorno a casa nel Texas, per poi sparire subito dopo e tornarsene a New York dal secondo marito, senza dare spiegazioni.
Si possono ritrovare in questi drammatici inizi i germi (con il nome Keime, germi appunto in tedesco, la Highsmith chiamerà uno dei suoi tanti diari) di alcuni suoi temi ed ossessioni letterarie, come il desiderio di vendetta realizzato attraverso un omicidio pianificato a lungo ed organizzato di nascosto o la doppia identità dei suoi personaggi, che sfocia a volte nel vero e proprio scambio o furto di identità. Come nel suo primo successo letterario “Stranieri in treno”, da cui Hitchcock trasse il suo film “L’altro uomo”, o nel suo più celebre personaggio Tom Ripley, portato sullo schermo da Anthony Minghella nel “Talento di Mister Ripley”.
Moltissimi altri, quasi tutti si dice nel documentario, suoi film ebbero delle trasposizioni cinematografiche. Tra i tanti ricordiamo “L’amico americano” di Wim Wenders, e più recentemente “Carol”, diretto da Todd Haynes nel 2015.
Non meno tormentata emerge da questo film la vita amorosa della scrittrice.
Da sempre attratta da altre donne, con le quali aveva relazioni intense e quasi sempre di breve durata, Patricia era un’amante seriale ma non per questo superficiale e “distratta”; al contrario fortemente passionale e sensuale.
In alcune delle figure di donne che l’attraggono e che descrive in romanzi come “Carol” sembrano ricomparire i tratti duri, a volte quasi spietati e beffardi, della madre mischiati ad una seduttività fatta di sensualità e di improvvise aperture e slanci, alternate ad altrettanto bruschi allontanamenti e sparizioni.
Una vita affettiva non solo tormentata ma anche necessariamente segreta e nascosta in un’America puritana e perbenista, che non tollerava comportamenti apertamente devianti, anche se lo status di “artista” consentiva qualche licenza in più.
Il segreto e l’identità nascosta, occultata, doppia non erano quindi solo elementi della sua produzione letteraria e caratteristiche dei suoi personaggi più noti.
Ci fu anche una breve esperienza di terapia analitica a New York con la Dott.a Klein, solo omonima della ben più famosa Melanie. Ma la psicoanalisi non faceva per lei. Troppo “normalizzante” ai suoi occhi; e lei di “guarire” normalizzandosi non aveva nessuna intenzione.
Piuttosto preferiva viaggiare, andare lontano, scoprire altri mondi, altre sollecitazioni e stimoli in Europa, come nell’Italia del Sud a Napoli, dove ambienterà alcune delle avventure di Tom Ripley. In Europa avrà la sensazione di potersi permettere il lusso di non nascondersi continuamente, di non dover essere sempre sulla difensiva.
E così in Francia, dove a descriverne il fascino e l’inquietudine è, nel film, la voce di Monique Buffet, amica e amante . E poi in Svizzera, suo ultimo “rifugio”, in cui si farà costruire una casa moderna, squadrata, chiamata scherzosamente “il bunker”, quasi ad indicare che, a quel punto, prevaleva in lei nuovamente il desiderio di proteggersi, nascondendosi da sguardi intrusivi ed invadenti. Sono proprio i filmati di quell’ultimo periodo, ormai anziana, che ce la mostrano con uno sguardo ancora una volta enigmatico: solo apparentemente mite e tranquillo, con un fondo in realtà perennemente inquieto ed inquietante, penetrante, che mette a disagio. Perfettamente in linea con quello che di lei scrisse un altro grande giallista, Graham Green: “E’ una narratrice che ha dato vita ad un mondo tutto suo, un mondo claustrofobico ed irrazionale nel quale entriamo ogni volta con una sensazione di personale pericolo”.

 

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